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Informazione Corretta Rassegna Stampa
19.08.2013 IC7 - Il commento di Ugo Volli
Dall' 11/08/2013 al 17/08/2013

Testata: Informazione Corretta
Data: 19 agosto 2013
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Il commento di Ugo Volli»
Il commento di Ugo Volli


Ugo Volli, docente di Semiologia, Università di Torino, storico, scrittore e giornalista, collabora con Informazione Corretta

La notizia più importante della settimana per il Medio Oriente non è certo, come sperava Obama, l'inconcludente riunione di quattro ore fra Tzipi Livni e Erekat a Gerusalemme, con cui mercoledì si è aperta una trattativa sulla trattativa che tutti danno per inutile. E non è neppure la liberazione di 26 assassini non pentiti, doloroso tributo non alla pace, bensì all'amministrazione Obama, imposta da Kerry (cioè da Obama) a Israele col ricatto di un isolamento israeliano "al testosterone".

E' invece ovviamente lo sgombero delle piazze egiziane occupate dalla Fratellanza musulmana  realizzato dall'esercito con la forza, al prezzo di quasi un migliaio di morti. Su questo fatto bisogna ragionare, se si vuol capire quel che succede. Vorrei dire preliminarmente che mi rattrista ogni perdita di vite umane, tanto più se in numero così grande; che non ho nessuna simpatia per la repressione e per chi la esercita; insomma che trovo orripilante il modo in cui il conflitto in Egitto si è evoluto - non necessariamente per colpa dei generali. Come trovo atroce la situazione siriana, assai preoccupante quelle tunisina, libica e yemenita, eccetera eccetera. Ma questi sono sentimenti, l'analisi politica è un'altra cosa. Chi pensa di poter risolvere senza violenza i conflitti politici fondamentali, quelli che rompono la comunità e trasformano gli avversari in nemici, ignora le lezioni della storia e anche delle teorie della politica, la quale, come diceva un altro dittatore che personalmente non mi piace affatto - Mao Tsedong -, "non è un pranzo di gala" e purtroppo procede per convulsioni, lutti, imposizioni di forza. Chi è vissuto in Europa Occidentale dopo la seconda guerra mondiale, all'ombra della protezione americana, ha avuto lo straordinario privilegio di non aver dovuto vedere la guerra da quasi settant'anni. Ma poco lontano da noi - in Ungheria nel '56, per esempio, nella ex Jugoslavia vent'anni fa, nel Caucaso ecc. -  la guerra c'è stata e così la repressione di massa,  per non parlare di Israele,  del mondo arabo, dell'Africa, dell'Asia, del Sudamerica.

Per capire che cos'è successo al Cairo, bisogna partire dal fatto che nelle società mediorientali, oltre ai grandi conflitti generali (Islam/altre religioni, Sciiti/Sunniti, Modernità/tradizione) c’è un'altra lotta molto concreta attinente in modo diretto e immediato alla gestione del potere, cioè alla politica, che in parte specifica l'ultimo conflitto che ho citato. Si tratta della faida che oppone potere religioso e militare. Nella tradizione islamica non c'è separazione fra religione e stato: Maometto, modello della vita islamica, con l'Egira (la fuga a Medina dalla Mecca) divenne capo della città e guidò i suoi sudditi in guerra, trattò, tradì i patti, fece politica, fra l'altro decise personalmente la distruzione delle due tribù ebraiche che vivevano nell'oasi e di un'altra poco lontana . il modello di tutto l'antisemitismo islamico.  In seguito i capi politici del mondo arabo e poi turco si proclamarono califfi, cioè suoi successori - come se in Occidente il solo modo di essere davvero imperatori fosse di fare il papa - o viceversa.

Fino alla caduta dell'ultimo califfo, il sovrano ottomano Mehmed VI, deposto nel 1923, il sistema politico islamico era dappertutto fondato su basi religiose tradizionali. A partire da Ataturk, la modernizzazione passò per la presa del potere da parte dei militari, spesso con accenti e rituali più o meno fascisti. Così, soprattutto a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, accadde in Egitto, Siria, Algeria, Tunisia, Libia ecc. I re locali che erano stati nominati o riconosciuti dalle potenze occidentali nella maggior parte di questi paesi ressero solo in Giordania, in Arabia e in qualche piccolo stato del Golfo. In contrapposizione al potere modernizzante dei militari, si organizzarono in forma partitica o clandestina  forze tradizionaliste religiose, la cui principale è la Fratellanza Musulmana, fondata in Egitto negli anni Venti. Represse duramente dalle dittature militari, le forze religiose si sono prese la rivincita a partire dall'Iran (1979), continuando poi con la Turchia (2002), con il colpo di stato di Hamas (2007), e con gli esiti della cosiddetta "primavera araba" degli ultimi due anni. Chi ha sostenuto che a piazza Tahir o in Tunisia o in Siria ci fosse uno scontro fra democrazia e dittatura, in realtà ha lavorato per la ripresa del potere dei tradizionalisti religiosi. Obama nel suo filoislamismo è stato più coerente e consapevole delle molte anime belle del giornalismo e della politica. Gli strati di classe media occidentalizzata e desiderosa di pace e stato di diritto che hanno iniziato le proteste sono esili, facilmente spazzati via dopo essere stati usati.

Sia i militari che i tradizionalisti sono molto sgradevoli ai miei occhi. I primi appartengono a quel filone di dittatori terzomondisti che mostrano quanta poca differenza ci sia fra fascismo e comunismo. Di destra o di sinistra, a Cuba come a suo tempo in Cile, in Zaire come in Egitto, sono comunque nemici della democrazia, allergici alla libertà individuale, tendenzialmente corrotti, incapaci anche di raggiungere la modernizzazione che si propongono. I religiosi sono altrettanto e forse più antidemocratici e corrotti, oppressori delle donne, nemici degli omosessuali, medievali nella loro "giustizia", barbarici nei loro costumi. Gli uni e gli altri profondamente antisemiti.

Purtroppo non si può evitare di prendere posizione. Non almeno se si è uno Stato influente e non un privato cittadino. E' chiaro che il più influente degli Stati, gli USA guidati da Obama, ha preso parte in questi anni per i religiosi, giudicandoli a torto moderati, in Egitto, ma anche in Siria, Tunisia ecc. E' stato un clamoroso errore, che ha portato all'avvento di dittature peggiori di quelle precedenti (Egitto, Tunisia) o alla destabilizzazione di Stati interi (Siria, Libia). L'origine dei guai di oggi viene da questa politica

In Egitto un mese fa mese non si è confrontato un governo legittimo e una giunta militare e oggi non si confrontano cittadini inermi e soldati oppressivi. Innanzitutto i dimostranti non sono affatto pacifici, usano le armi in piazza e sono legati a terroristi del Sinai, in un caso o nell'altro a quanto pare approfittando della competenza del loro "braccio palestinese", Hamas.  Anche il governo della Fratellanza Musulmana era una dittatura, instaurata prima con la violenza e poi col fragile schermo di elezioni che tutti a suo tempo condannarono come manipolate. Non c'era parlamento, la presidenza governava per decreto anche contro la magistratura, cercava di occupare tutti i posti (per fare solo un esempio, nominò governatore di Luxor il capo dei terroristi che in quella città aveva ammazzato un certo numero di turisti occidentali), cercava di imporre una rapida e totale islamizzazione della società, rendeva la vita impossibile ai Copti cristiani (gli egiziani autentici, che hanno tenuta viva la loro fede per un millennio dopo l'invasione araba). Non a caso i "fratelli" hanno approfittato dei disordini dei giorni scorsi per una caccia all'uomo dei Copti e l'incendio di decine delle loro chiese. Ci troviamo di fronte allo scontro fra due dittature, una modernizzante e di tradizione fascista, l'altra medievaleggiante e di tradizione oscurantista, antisemita, oppressiva sul piano della vita privata, barbarica. Difficile scelta: ma certamente la Fratellanza Musulmana è il nemico peggiore in questo momento, quello più aggressivo e fanatico.

Insomma in Egitto e all'estero (non nell'amministrazione Obama, che ha puntato molto sui fratelli, non in Turchia, naturalmente), la presa del potere dell'esercito di un mese fa fu un sollievo. Il problema è che, una volta espulsi dal governo con un grande moto nazionale di cui l'esercito fu solo una parte, anche grazie alla reticenza di Obama, i Fratelli Musulmani non hanno affatto rinunciato a riprendersi il potere. Hanno occupato le piazze pretendendo questo: che il loro governo fosse restaurato, che il loro progetto di islamizzazione totale della società ricominciasse da dove era stato interrotto - niente di meno. Dopo molte trattative, tira e molla, tentativi di compromesso, la risposta è stata la forza, con le vittime che sappiamo. Si poteva evitare lo scontro, come molti oggi dicono, far prevalere la concordia, o magari "la politica", intesa come sostituto per le armi? Io non credo. La politica non è l'opposto della forza se non in una situazione di accordo civile che in Egitto e nel resto del mondo islamico non c'è più. Il conflitto era radicale e qualcuno doveva vincerlo. Lasciare i religiosi procedere a modo loro sarebbe stata la sconfitta definitiva dei militari, cioè la dittatura senza freni della Fratellanza. Chi chiede ai militari di ritirarsi, in sostanza appoggia questo. Io credo che in questo caso i generali siano il male minore, per l'Egitto e per il mondo. Per la semplice ragione che sono realisti e non ideologici. Vogliono il potere, magari la ricchezza che vi si accompagna sempre e soprattutto nel Terzo Mondo, non la realizzazione apocalittica del cielo in terra. Sono cauti burocrati, non "martiri". La conservazione della pace è più probabile con loro e così la normalità della vita per gli egiziani. Non so se questo criterio fosse applicabile anche alla Libia e lo sia per la Siria (dove altre questioni strategiche sono in gioco). Ma certamente altrove, per esempio in Iran, sarebbe stato molto meglio per tutti se avessero vinto i militari piuttosto che Khomeini.

Insomma, rattristarsi di fronte alla violenza è naturale. Ma decidere che la colpa è tutta dalla parte dei militari e cercare di isolarli, come sta facendo Obama, docilmente seguito dai governi europei e in particolare dal nostro, è segno di ingenuità. Anche perché chi ne approfitta sicuramente sarà la Russia, rimessa in gioco dagli errori dell'amministrazione Obama sul Nilo come lo è già stata in Siria e in Iran.


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