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Perché non esiste ancora uno 'stato arabo palestinese'? La risposta è semplice (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Informazione Corretta Rassegna Stampa
11.06.2012 IC7 - Il commento di Stefano Magni
dal 03/06/2012 al 09/06/2012

Testata: Informazione Corretta
Data: 11 giugno 2012
Pagina: 1
Autore: Stefano Magni
Titolo: «Il commento di Stefano Magni»
Il commento di Stefano Magni


Stefano Magni, giornalista dell'Opinione

Una settimana all’insegna delle aggressioni fisiche contro ebrei, sia in Israele che in Francia. E, sullo sfondo, avanza inesorabile e apparentemente inarrestabile il programma nucleare “pacifico” dell’Iran. Il mandante e il movente è uno solo: l’ideologia radicale islamica.
L’aggressione più grave è avvenuta entro i confini israeliani meridionali, sulla frontiera militare con Gaza. Un gruppo di terroristi è riuscito ad infiltrarsi in territorio israeliano, ma è stato intercettato da militari della Brigata Golani. Nello scontro, i terroristi sono stati sconfitti, ma hanno fatto a tempo ad assassinare il sergente maggiore Netanel Moshiashvili. Le perdite avrebbero potuto essere ancor più gravi, se il commando palestinese avesse portato a termine la sua missione. Le mappe e i documenti trovati nelle tasche degli incursori, con informazioni dettagliate sui percorsi delle pattuglie israeliane, inducono gli analisti di Gerusalemme a credere che si trattasse di una missione volta a provocare una strage terrorista. O a catturare prigionieri. Uno sfortunato ragazzo israeliano in divisa sarebbe potuto finire in una località segreta della Striscia di Gaza e lì tenuto prigioniero per mesi, anni o decenni, ucciso in prigione o scambiato contro la scarcerazione di centinaia di terroristi. Una sorte analoga a quella di Gilad Shalit (prigioniero dal 2006 al 2011) o, peggio ancora, di Ron Arad, “scomparso” in azione, in Libano, dal 1986. E’ peggio la morte o questo tipo di cattività?
L’Europa, in compenso, si dimostra un luogo sempre meno sicuro in cui vivere. Nei pressi della sinagoga di Beth Menahem, in un sobborgo di Lione (Francia), tre ebrei (identificabili come tali perché portavano la kippà) sono stati aggrediti e feriti gravemente a colpi di spranga e martello, al grido di “sporchi ebrei”, da una decina di immigrati magrebini. Manuel Valls, ministro dell’Intero, ha definito l’episodio un atto “di gravità estrema” che mette in pericolo “il nostro modello di Repubblica”. Era un atto di gravità ancora più estrema la strage di Tolosa (quattro vittime, di cui tre bambini) nel marzo scorso. Ma dal marzo ad oggi l’antisemitismo islamico in Francia continua a mietere feriti, aggressioni, profanazioni, distruzioni di proprietà a danno della comunità ebraica. Nel solo mese di marzo, la repubblica d’Oltralpe registra 90 attacchi antisemiti. Fra marzo e aprile si conta un totale di 148 attacchi.
La violenza subita dagli ebrei (in Israele e in Europa) in questa settimana è però nulla in confronto a ciò che si profila all’orizzonte. L’unico metodo per eliminarne 5 milioni e mezzo in un giorno solo è il lancio di bombe atomiche sulle città israeliane. Il regime islamico iraniano pare proprio che stia lavorando sodo per realizzare questo disegno. Robert Wood, esponente statunitense dell’Aiea (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) ha detto chiaro e tondo nel suo ultimo rapporto che il programma atomico iraniano è militare. Altrimenti non si spiegherebbe l’accelerazione che è stata impressa da Teheran al processo di arricchimento dell’uranio, il materiale-base per la costruzione di ogive nucleari. L’uranio arricchito sinora accumulato, parrebbe già sufficiente alla costruzione di numerose testate atomiche. In vista di un’ispezione dell’Aiea, gli iraniani hanno iniziato lavori di demolizione nel sito di Parchin, dove c’è il sospetto che vengano effettuati dei test per la detonazione delle testate. Le trattative fra Aiea e Iran, per ora, sono a un punto morto. Non è ancora stata fissata una data per condurre un’ispezione sul campo. Nel frattempo, evidentemente, i militari iraniani starebbero già cancellando tutte le prove più compromettenti.
Eppure sul fronte diplomatico nulla si muove. Se la settimana scorsa avevamo assistito al fallimento dei negoziati fra l’Iran e il gruppo dei “5+1” (Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia, Cina), causato dal dissidio fra Russia e Usa, questa settimana assistiamo a nuove promesse di protezione e sostegno fornite dal Cremlino al regime di Teheran. A Pechino, nell’ambito del vertice della Shanghai Cooperation Organization (Sco), Russia e Cina hanno invitato anche Mahmoud Ahmadinejad in qualità di osservatore. Vladimir Putin ha promesso all’Iran di proseguire nella sua assistenza sul programma nucleare. Che, almeno in Russia, è considerato “pacifico” e avulso da scopi bellici. Di più: Putin ritiene che la partecipazione della Repubblica Islamica sia “indispensabile” anche in eventuali negoziati per un cessate-il-fuoco in Siria, dove il dittatore Bashar al Assad (alleato di ferro del regime di Teheran) è di nuovo sotto accusa per un nuovo massacro di civili, questa volta nella provincia di Hama.
Insomma: l’Iran sta entrando sempre più chiaramente nelle grazie del Cremlino. Il che vuol dire che sta diventando inattaccabile. Se non riuscirà a portare a compimento il suo programma atomico sarà solo grazie al sabotaggio e allo spionaggio, non tanto quello personale (che è sempre molto rischioso), quanto quello informatico. La settimana scorsa, nei computer iraniani è stato trovato un nuovo sofisticato virus, “Flame”, che ha permesso ai suoi creatori di spiare, in tempo reale, tutta l’attività di interi ministeri, della compagnia petrolifera di Stato e probabilmente anche di centri di ricerca nucleari. Una volta scoperto e inviato in Russia per l’analisi, il “Flame” si è autodistrutto. In questo modo non si è potuto capire chi lo abbia prodotto e lanciato, anche se il suo livello di complessità rivela un lavoro di anni e una spesa di realizzazione di milioni di dollari: è opera di un governo e non di un semplice gruppo di hacker privati. Chiunque lo abbia confezionato e utilizzato ha comunque fatto una parte del lavoro che né l’Aiea, né tantomeno la diplomazia dei “grandi” è riuscita a compiere: prevenire la costruzione di ordigni nucleari da parte di un regime che dichiara esplicitamente, da anni, di voler spazzar via Israele dalla carta geografica.


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90

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