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Il Sole 24 Ore Rassegna Stampa
26.01.2020 'Dieci', di Elena Loewenthal
Recensione di Giulio Busi

Testata: Il Sole 24 Ore
Data: 26 gennaio 2020
Pagina: 23
Autore: Giulio Busi
Titolo: «Dieci comandamenti pesati uno ad uno»
Riprendiamo dal SOLE24ORE/Domenica di oggi, 26/01/2020 a pag.23, con il titolo "Dieci comandamenti pesati uno ad uno" la recensione del libro "Dieci" di Elena Loewenthal, di Giulio Busi.

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Giulio Busi

persone che vanno, vengono, si muovono, s'incontrano, si scontrano. Se trovate un punto di osservazione stabile, sicuro, potete provare a fermarlo, questo incessante viavai. Una volta che vi siate arrestati, anche la folla è per voi immobile, in attesa. Avete trasformato il movimento in un'immagine. II fluire della strada è diventato un fotogramma nitido, sgranato, in cui ogni volto è ben riconoscibile, distinto dagli altri. In Dieci, da poco uscito per Einaudi, Elena Loewenthal si è raccolta in modo simile, non tra persone ma tra parole. Nell'indaffarato scorrere delle frasi bibliche, si è aperta un varco solitario, in compagnia di pochi sussidi.

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La copertina (Einaudi ed.)

Un dizionario, sempre indispensabile, un pugno di autori moderni e contemporanei, i fidati commenti rabbinici. Lo scopo del libro è fermarle, queste parole venerande, almeno per un attimo. I vocaboli della Scrittura vengono sgranati, ingranditi, contati, pesati a uno a uno. Non tutti, poiché non basterebbero decine di volumi per esaminarli in ogni aspetto. Solo quelle essenziali, così da metterli a fuoco, distinguere i loro contorni. I dieci comandamenti, innanzitutto, da cui il volume prende il nome. Poi le storie della creazione dell'uomo e quelle dell'incontro sul monte Sinai. Sono i luoghi privilegiati del dialogo con il divino. La fissità del discorso permette di far breccia tra una parola e l'altra, tra una lettera e quella che la segue, o la precede. Questo della pausa temporanea, della sgranatura lessicale e semantica è un antico metodo dell'esegesi giudaica. Per ottenerlo, è necessario rallentare il corso della lettura. Più che leggere speditamente, bisogna sillabare, compitare come se si prendesse confidenza per la prima volta con una lingua ancora quasi ignota. Non è forse l'ebraico della Bibbia l'eloquio divino? Chi può dire, veramente, di conoscerlo? Loewenthal centellina gli argomenti. Nel racconto del giardino di Eden, Dio si rivolge ad Adamo con apprensione: «Dove sei?». È la prima domanda di tutti i tempi, a cui segue una replica altrettanto epocale. Adamo ha paura. Sa di essere nudo, e per questo si nasconde. Vede con occhi nuovi, aperti, vigili, non più innocenti, e quindi è atterrito. Usa, con sorprendente perizia, il pronome più difficile di tutti: «Io». Quante volte, nel divo scosceso della storia, timore e conoscenza si sono congiunti, si sono uniti l'uno all'altra come due amanti inseparabili? Io so, perché temo. Io temo, perché so. «Cercarsi a vicenda perché non ci si riconosce, non ci si trova - leggiamo - Come nell'abisso della Shoah, da cui è sopravvissuto il rabbino Israel Meir Lau, che ricorda il grido: Dio dove sei? Uomo dove sei?».

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Elena Loewenthal

Rabbi Lau, uscito miracolosamente vivo da Buchenwald, quando aveva solo otto anni, è una delle poche, scelte voci che ascoltiamo nel volume. Ognuna di queste testimonianze - dai maestri del Talmud a Benedetto XVI a Gershom Scholem - mantiene un proprio accento inconfondibile, e serve all'autrice per scontornare i rilievi delle parole chiave, per dare loro maggior spessore. Quando sono voci femminili a interloquire, lo fanno con un tono caldo e posato. Sono loro, le donne, che si prendono per esempio cura di Mosè, inviluppato in un destino arduo da districare: «Mosè deve la vita a una schiera di donne che hanno a cuore il principio di responsabilità - in ebraico achraiut è parola ricavata dalla radice acher, "altro". La responsabilità è la cognizione del prossimo: le levatrici che trasgrediscono al comando del faraone, Miriam la sorella che segue la cestina abbandonata sul fiume per capire che ne sarà del neonato, la figlia del faraone che lo trova e lo accudisce spinta soltanto da un istinto di cura». Dal canto suo, il profeta biblico è alla perenne ricerca di una propria stabile, definitiva identità. «In sostanza - scrive Loewenthal - i figli d'Israele sono guidati da qualcuno che, per quanto grande e unico, non sa bene chi è. E Dio si rivolge a un uomo che resterà per tutta la vita in cerca di se stesso». Non c'è bisogno di dire che proprio questa incompletezza è alla base dell'elezione mosaica. Le parole della Scrittura, il dono della Torah e dei precetti, vengono per riempire e guarire, e non certo come orpello inutile per chi creda di possedere già ogni perfezione. Nel segno della mancanza e della tensione, tutta umana, verso un completamento, mai del tutto raggiunto, si pone anche l'ultimo capitolo dell'opera. C'è forse un comandamento che si potrebbe aggiungere, al numero perfetto dei dieci, trasmessi dalla Bibbia? «Se ci fosse la possibilità di "contaminare" il testo sacro - leggiamo - il comandamento che vi andrebbe aggiunto, interpolato, è "Non causare dolore". C'è poco dolore nella Bibbia ebraica. C'è il male, ci sono battaglie. Ma l'uomo e la donna che soffrono, dove sono?». La domanda è profonda. Se c'è una risposta, non è nella folla. È nel tempo immobile, dentro di noi.

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