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Avvenire Rassegna Stampa
01.08.2019 Il film di Yossi Atia per capire Gerusalemme
Analisi di Fiammetta Martegani

Testata: Avvenire
Data: 01 agosto 2019
Pagina: 23
Autore: Fiammetta Martegani
Titolo: «Atia: 'Il mio film su Gerusalemme'»
Riprendiamo da AVVENIRE di oggi, 01/08/2019, a pag.23 con il titolo "Atia: 'Il mio film su Gerusalemme' " l'analisi di Fiammetta Martegani.

Perfortuna che c'è Fiammetta Martegani a scrivere su Israele, non che faccia digerire le tuttora innumerevoli veline palestiniste, questo no, ma almeno aiuta.

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Fiammetta Martegani


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Yossi Atia

«Portare al Jerusalem Film Festival (Jff) il mio film ambientato a Gerusalemme, la mia città natale, è stato non solo un grande onore ma anche un modo per far pace con me stesso e con il post-trauma della Seconda Intifada». I was born in Jerusalem and I am still alive (Sono nato a Gerusalemme e sono ancora vivo) di Yossi Atia è uno dei 200 film che partecipano al Jff, la prestigiosa rassegna annuale di cinema internazionale che si svolge nella Città Santa. Quest'anno sono oltre 60 i Paesi in concorso nella maratona che si è aperta il 25 luglio e si concluderà il 4 agosto. E sullo schermo, ancora una volta, ritorna il conflitto interno, soprattutto nella categoria dedicata ai lungometraggi israeliani. Qui spicca il lavoro scritto e diretto da David Ofek insieme con Yossi Atia - che del film, presentato martedì sera, è anche il protagonista. «Un Nanni Moretti in salsa hummus», commenta prendendosi un po' in giro Atia, grande amante del cinema italiano.

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Jaffa Street, a Gerusalemme

In effetti, però, come Moretti il regista è al tempo stesso protagonista di una storia individuale e insieme nazionale in cui, attraverso l'espediente dell'autoironia, il personaggio principale mette in discussione sé stesso e i valori del proprio Paese, con un approccio mai dogmatico, carico di domande che non approdano a una risposta definitiva. Ispirato alla sua esperienza autobiografica, quando in Israele i genitori mandavano a scuola i figli su autobus diversi perché, in caso di attentato, almeno uno sarebbe sopravvissuto, il film racconta la storia di un giovane gerosolimitano che si trova, quasi per caso, a fare la guida della città gestendo un tour molto particolare: quello che comprende Jaffa Road, la strada con la più alta percentuale al mondo di attacchi terroristici. Tra un memoriale per le vittime e l'altro, passando dal Mercato MachneYehuda al ristorante italiano Sbarro, dalla fermata dell'autobus 18 al luogo del suo primo bacio ai tempi del liceo, il personaggio di Ronen, alter ego di Atia, racconta a gruppi di turisti provenienti da ogni Paese - giapponesi, europei, americani - il terrore dell'Intifada. E lo fa con delicatezza, senza farsi mancare il black humor tipico di quegli anni così difficili per il popolo israeliano. «L'idea del film mi è venuta nel 2004 - racconta Atia -, quando ero ancora studente alla Sam Spiegel Film School di Gerusalemme. Uno degli esami consisteva nel produrre un cortometraggio di 10 minuti in un'unica location. Immediatamente ho pensato a Jaffa Road, per il ruolo simbolico che quella strada aveva negli anni Duemila a causa degli attacchi. Poi è stata chiusa al traffico per la costruzione della linea del tram elettrico e non ci ho più pensato. Io mi ero nel frattempo trasferito a Tel Aviv e un giorno, tornando a visitare la mia famiglia a Gerusalemme, ho notato che, contestualmente ai lavori sull'infrastruttura stradale, erano stati risistemati anche i diversi memoriali per le vittime degli attentati. Mi sono incuriosito. Ho letto il libro Jaffa Street di David Kroyanker. E quando nel 2016 ho incontrato il regista David Ofek, è nato il film». Atia e Ofek hanno cominciato il lavoro riprendendo i tour con gruppi di turisti veri. «Non ci andava di seguire una sceneggiatura troppo rigida: volevamo che fosse la realtà, le diverse reazioni della gente nell'incontro con Gerusalemme, a guidarci nella stesura finale dello script e nell'editing». Atia è nato nella Città Santa nel 1979, quando era un posto relativamente sicuro in cui poter crescere. Poi dal 2000, con l'esplodere della Seconda Intifada e degli attacchi terroristici, tutto è cambiato. «Ci sono stati tantissimi morti. Era un continuo lutto. Ma oltre a questo è stato distrutto, credo purtroppo in modo irreversibile, lo spirito vibrante e la vita culturale della città. A un certo punto tutto, dal mercato, agli uffici, all'università, è stato militarizzato. Molti cittadini laici, come me, si sono spostati a Tel Aviv nel tentativo di allontanarsi dall'angoscia, dalle preoccupazioni, ma l'hanno fatto, l'abbiamo fatto, portandoci dietro un forte senso di colpa per aver abbandonato Gerusalemme». Il film restituisce con limpidezza questi sentimenti. Senza accenni alla politica. «E un film personale: racconta la mia storia personale, che è poi quella di tanti altri. Ho provato a raccontare con il mio sguardo l'universo degli israeliani colpiti direttamente dall'Intifada: quel fenomeno che ci ha iniettato nelle vene il sospetto, la paura nei confronti dei palestinesi. La stessa paura che negli ultimi dieci anni ha portato gran parte degli israeliani a scegliere come primo ministro una persona come Benjamin Netanyahu, che per molti rappresenta l'unica garanzia alla sicurezza del Paese». I was born in Jerusalem and I am still alive è il primo film israeliano che prova a parlare in modo esplicito - e non soltanto tra le righe, come in altre produzioni - degli attentati della Seconda Intifada. Un periodo buio, che ha finito per togliere luce anche a chi aveva, e ha, voglia di pace, di dialogo con i palestinesi. Un periodo che ha esposto Israele a dure critiche internazionali, per le posizioni necessariamente molto rigide e troppo spesso non comprese. Uno degli scopi principali del film, secondo Atia, è mostrare come «lo stato di emergenza, a Gerusalemme come in tutta Israele, negli anni dell'Intifada fosse diventato una componente "normale" della vita quotidiana; come tutti, nel giro di un paio di anni, si siano abituati a conviverci, dimenticandosi cosa fosse la vera anormalità». E proprio per questo che i tour turistici condotti dal protagonista, messo di fronte a persone determinate a capire il conflitto, facendo domande su domande, senza retropensieri o pregiudizi, spalancano una porta verso il trauma del passato. «La reazione della maggior parte degli israeliani a quel conflitto sordo, continuo, lacerante, è stata quella di provare a dimenticare. Il trauma è diventato un tabù. Invece per me l'unico modo per superare, per convivere con quel dolore e superarlo, è affrontarlo da dentro. Con questo film ho provato a farlo, a modo mio. Spero possa servire anche ad altri».

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