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Avvenire Rassegna Stampa
16.06.2017 Israele 'regime tentacolare di apartheid': menzogne in serie sul quotidiano dei vescovi
Nel commento ignobile di Fulvio Panzeri, secondo la definizione europea IHRA: antisemita

Testata: Avvenire
Data: 16 giugno 2017
Pagina: 12
Autore: Fulvio Panzeri
Titolo: «Parole all'ombra del muro»

Riprendiamo da AVVENIRE di oggi, 16/06/2017, a pag. 12, con il titolo "Parole all'ombra del muro", il commento di Fulvio Panzeri.

Il commento di Fulvio Panzeri, che recensisce il libro "Cenere e ulivi", è un distillato di odio e disinformazione. Israele viene descritto come un Paese di apartheid, un "regime tentacolare" che opprime gli arabi palestinesi, l'autore si dilunga in racconti sulla presulnta crudeltà gratuita di "coloni" e "occupanti" contro innocenti pastori arabi palestinesi.

Come è ovvio, nell'articolo e nel libro non c'è spazio per citare il terrorismo palestinese. Il risultato è una realtà completamente sfigurata.

Ecco l'articolo:

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Fulvio Panzeri

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Terroristi palestinesi: ecco i personaggi che mancano nell'articolo di Panzeri

Raccontare la difficile realtà dei rapporti tra Israele e i territori occupati non è semplice e si rischia sempre di cadere in luoghi comuni o di distorcere la profondità delle problematiche che spesso vengono taciute dalla comunità intemazionale. Invece al silenzio è necessario opporre la parola, il racconto, la testimonianza. Così in occasione dei cinquant'anni dalla prima occupazione a Gaza e in Cisgiordania è stato realizzato un progetto unico che rende merito agli scrittori e alla letteratura, solo per il fatto di essersi impegnati in prima persona per capire una realtà, là dove il conflitto e il dissidio sono più roventi, incontrando le persone, osservando i paesaggi e la simbologia di quegli elementi che caratterizzano l'occupazione (il muro, il checkpoint, le strade, i villaggi invisibili e quelli visibili), raccontando un proprio modo di documentare, ma anche di recepire un dramma, un isolamento, una frattura, ma anche tentativi per costruire una pace effettiva, che metta fine a una questione che sembra, apparentemente, senza risoluzione.

 

È nato da un'organizzazione, "Breaking the Silence", formata da soldati israeliani che hanno prestato servizio nei territori occupati e che ora hanno deciso di «rompere il silenzio», come «reazione inevitabile di fronte alla violenza e all'immoralità di cui siamo stati testimoni e protagonisti», che rappresenta anche una forma di «protesta etica personale», per assumersi le responsabilità delle proprie azioni, per «chiedere a gran voce che le cose cambino». Così accanto al loro lavoro, teso a rendere pubbliche le testimonianze dei soldati che hanno prestato servizio nei territori occupati ecco ora prendere la parola scrittori provenienti da tutto il mondo, in primis l'americano Michael Chabon che, con la moglie Ayelet Waldman, è il curatore del libro, e a seguire il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa, che ha dato il suo sostegno al progetto nella fase nascente, avvilito nel vedere come la politica di Israele, un paese che aveva sempre apprezzato, si sia fatta sempre meno democratica e convinto che «denunciare e criticare queste misure è non solo un dovere morale». E poi molti altri, dalla francese Maylis De Kerangal, autrice di Riparare i viventi all'indiana Anita Desai, da Dave Eggers a Madeleine Thien, figlia di malesi-cinesi, immigrati in Canada, dall'australiana Geraldine Brooks al palestinese Ala Hlehel e all'irlandese Colun McCann.

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Ne è venuto fuori un libro importante, denso dal punto di vista morale, assolutamente creativo e variegato sul fronte della scrittura letteraria, dove il tratto comune del «racconto nella testimonianza» è in grado sempre di portare a storie personali che presentano piccoli mondi devastati, dove il dolore e lo sradicamento diventano forme di una quoti dianità alla quale ci si sente arresi. E non mancano le denunce forti, come quella della scrittrice e fotografa londinese Taiye Selasi che punta l'attenzione sui piccoli israeliani a cui viene insegnato «a temere — e, per estensione logica, a odiare, i palestinesi», un po' come avveniva in altri contesti nella realtà sudafricana. E commenta: «È la strategia propedeutica per uno stato di apartheid: l'indrottinamento dei più piccoli e la totale assenza di empatia che ciò implica». Ala Hlehel mette a fuoco invece la questione di un tempo deprivato di significato: «L'occupazione priva chi la subisce dell'umanità sottraendogli la possibilità di controllare il tempo». E ogni essere umano, per lo scrittore persegue la propria libertà, proprio attraverso questa possibilità di controllo. Se ne è privato perde la dignità. Questo è uno degli effetti dell'occupazione, «una macchina: un regime tentacolare complesso che serve a stremare coloro che vi sono sottoposti».

Ci sono nel libro paesaggi simbolici che inquietano: Dave Eggers ci racconta Gaza come una prigione e già l'ingresso alla città «ricorda quello di un grosso penitenziario di massima sicurezza. Ci sono le garitte, i muri, le torrette di guardia, le mutevoli e insensate regole per le visite». E aggiunge: «Se Gaza è una prigione, è una prigione con tre carcerieri: Israele, l'Egitto e Hamas». Struggente è invece la Betlemme che ci racconta l'americana Lorraine Adams, partendo da un canto natalizio della sua infanzia, il suo preferito, raccontando del muro che circonda la cittadina, sempre con un pensiero rivolto «ad un bambino in fasce dentro una mangiatoia che può incarnare un'eternità di timori e speranze». "La terra d'inverno" della Mien ripercorre, nel segno di Calvino, la storia di un pastore palestinese, gli attacchi e le distruzioni continue ad opera dei coloni, la realtà dell'invisibile (l'insediamento degli occupati) e del visibile (la realtà dei coloni). "Due storie, molte storie" di McCann, che si conferma uno dei maggiori scrittori europei di oggi che sa cogliere il senso religioso della vita, è un racconto che racchiude il senso di tutte le storie raccontate nel libro, una straziante parabola sul tema della pace: «Nel raccontare le nostre storie ci opponiamo alle orribili crudeltà dei tempi e presentiamo al mondo la prova più profonda dell'essere vivi»: raccontare per il bisogno di ascoltare e di essere ascoltati.

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