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Avvenire Rassegna Stampa
03.06.2005 Un museo della Shoah a Nazareth
per contribuire alla pace facendo conoscere la storia

Testata: Avvenire
Data: 03 giugno 2005
Pagina: 31
Autore: Anna Foa
Titolo: «Si costruisce sulla memoria la pace in Medio Oriente»
AVVENIRE di giovedì 2 giugno 2005 pubblica un articolo di Anna Foa sull'apertura di un museo della Shoah a Nazareth.

Ecco il testo:

Nel marzo di quest’anno un piccolo Museo della Shoah si è aperto a Nazareth, la città israeliana a maggiore popolazione araba, su iniziativa di un avvocato arabo-israeliano, Khaled Kassab Mohameed. È il primo museo arabo dedicato alla Shoah. Nelle sue sale, una settantina di immagini provenienti dal Museo di Yad Vashem di Gerusalemme, con didascalie in arabo. Il primo obiettivo è quello di mettere i visitatori arabi di fronte alle immagini della Shoah. Immagini, dice
Khaled Mohameed, che molti non conoscono, un’ignoranza che facilita il negazionismo tanto diffuso nel mondo arabo e palestinese. Il rifiuto di riconoscere la realtà della Shoah non rappresenta solo il risultato dell’ignoranza dei fatti, ma ha radici politiche precise, nel conflitto israelo palestinese e nella volontà di tanta parte del mondo arabo di combattere il sionismo. La propaganda dei Paesi arabi infatti adotta volentieri come terreno di scontro la storia della Shoah, negandola o minimizzandola e continuando a
pubblicare e diffondere il famoso falso antisemita della fine dell’Ottocento I protocolli dei savi di Sion, tanto caro al nazismo. A questo uso politico della storia si contrappone la scelta di Mohameed e del suo Museo di fare della storia della Shoah e del suo insegnamento un terreno d’incontro tra ebrei e arabi. Dietro questo progetto non c’è però il vuoto, ma un’intensa attività di dialogo e di insegnamento che ha come centro Nazareth e come ispiratore
Emile Shoufani, il parroco cattolico della città, archimandrita della Chiesa
greco-cattolica. Come lui stesso si definisce, palestinese di origine, israeliano di nazionalità, cattolico di religione. Shoufani, che dirige una
scuola molto impegnata nel dialogo tra ebrei ed arabi, ha organizzato nel maggio 2003 un viaggio ad Auschwitz per un gruppo congiunto di alcune
centinaia di israeliani ebrei e arabi, palestinesi, ebrei della Diaspora. Il progetto,che si intitolava significativamente Memoria per la pace, si proponeva di portare gli arabi nel profondo della sofferenza ebraica, «un lavoro che deve essere trasformazioni dei cuori e delle intelligenze », come unico modo per arrivare ad una guarigione dalla ferita della Shoah, una ferita che riguarda anche gli arabi e sta dietro anche la loro sofferenza. Il progetto è importante e innovativo perché non vuole fare un confronto fra la quantità della sofferenza dell’uno o dell’altro popolo, o considerare equivalenti la Shoah a quella che i palestinesi chiamano la Nabka, la «catastrofe», cioè la
creazione dello Stato di Israele, ma fare della Shoah il terreno del riconoscimento e del confronto reciproco. Per Shoufani, non solo la Shoah non è in nessun modo equiparabile alla Nabka, ma essa non è confrontabile con nessun altro genocidio, è incomparabile e radicalmente diversa. È questo il punto su cui molti in Israele e negli Stati Uniti hanno considerato con sospetto queste
iniziative, il timore di un discorso politico che trasformi il conflitto israelo-palestinese in un parallelo della Shoah. Ma l’insegnamento di Shoufani,
il progetto del Museo di Mohameed, non vanno in questa direzione. Se ne è resa
conto una parte importante del mondo ebraico israeliano. Irit Abramski, che
dirige il Dipartimento di insegnamento agli arabi del Museo di Yad Vashem, considera che si tratta di passi importanti nella comprensione da parte araba del mondo ebraico in cui gli arabi vivono. Lo stesso Museo di Yad Vashem è impegnato molto attivamente in programmi di insegnamento della Shoah e di visite ad Auschwitz di studenti arabo-israeliani. Questa attenzione verso il modo di insegnare agli arabi la storia degli ebrei è di per sé un fatto innovativo, che può forse evitare che essa appaia loro come una pura sopraffazione ideologica del più forte, la storia insomma dei vincitori. Piccoli passi verso la pace fra i due popoli, importanti però come i grandi passi degli accordi diplomatici e della politica, perché cambiano le menti e i cuori. Cambiamenti senza i quali qualsiasi pace non può che essere illusoria.
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