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Ancora su Rula Jebreal 07/02/2020
Un mese fa vi scrivevo sulla base di ciò che era stato pubblicato da La Repubblica, all'indomani delle reazioni provocate dall'annuncio della presenza al Festival della "discendente dei Cananei, ma con la cittadinanza israeliana". Oggi lo faccio dopo avere visto su YouTube il suo monologo. Toccante, profondo, ben studiato (complimenti anche alla coautrice, Selvaggia Lucarelli, nonché agli autori Rai). Io mi commuovo osservando ciò che animali "feroci" sanno fare; e mi commuovo davanti a scene toccanti di un film d'animazione, ascoltando anche solo pochi secondi di un brano musicale o di una canzone che mi fanno, come si dice, vibrare le corde dell'anima. Dunque, il mio commuovermi alle parole lette da Rula, nel discreto sottofondo musicale propedeutico a creare la giusta atmosfera in sala, era una cosa ovvia di per sé, rafforzata comunque dal prendere coscienza del suo terribile dramma famigliare. Tuttavia, quando la magica atmosfera svanisce e la razionalità ritorna quantomeno a riallinearsi alle emozioni, non si può non avvertire che c'è una leggera dissonanza fra le assolutamente condivisibili parole dell'altra sera e quelle che la giornalista Rula, in altri contesti, ha pronunciato. Se, come è sacrosanto, una donna non "merita" di essere stuprata perché sceglie (in Occidente, ça va sens dire) di vestirsi in modo provocante, perché allora i cittadini ebrei, tanto di Israele quanto di altri Paesi, "meritano" (secondo il concetto per cui Israele commette ogni sorta di misfatto contro i palestinesi) di essere puniti per qualcosa di cui non hanno assolutamente colpa personale? Forse l'attivista palestinese Rula risponderebbe con le parole di quella famosa canzone (proprio di un ebreo): "The answer, my friend, is blowing in the wind", che è stata perfino adattata in italiano così: "Risposta non c'è. O forse, chi lo sa, perduta nel vento sarà".

Enrico Alberti

Gentile Enrico,
Il monologo di Rula Jebreal è stato esattamente quello che mi aspettavo da una come lei, sempre alla ricerca di commiserazione. Tutto condivisibile, qualunque donna avrebbe potuto dire quelle parole contro gli stupri e la violenza. Il suo dramma personale è stato molto toccante ma, come è nel suo stile, tutto è stato detto per provocare la partecipazione del pubblico verso se stessa, più che nei confronti delle donne in generale. Mancava la condanna a quella parte di mondo che le donne le impicca, che le mette in un buco per lapidarle, che fa sposare bambine di 8 anni con vecchi che spesso le fanno morire stuprandole. E' mancata la condanna alla società palestinese, in cui lei si immedesima, che manda le donne a farsi esplodere. Omissioni che dopo il primo momento di commozione, hanno reso monco e inutile tutto il suo discorso.
Un cordiale shalom

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