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'Mi chiamo Roi e sono orgoglioso di essere israeliano' (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)
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Pellegrinaggi e Terra Santa 20/02/2019

Gentilissima Signora Fait, con riguardo all’articolo di Repubblica intitolato “Venite a trovarci in Terrasanta: noi cattolici rischiamo di sparire” (sarebbe stato il caso di precisare ‘da Gerusalemme’), osservo che non vi si parla di alcuna lamentela generica sulla “decrescita della presenza cristiana in Medio Oriente”, bensì di un incontro, a Gerusalemme, tra mons. Marcuzzo, del Patriarcato Latino di Gerusalemme, ed una delegazione di sacerdoti piemontesi organizzatori di pellegrinaggi in Terra Santa (non solo entro i confini attuali dello Stato di Israele: vedi, ad esempio, Betlemme e Gerico e anche alcune località giordane incluse nella biblica Terra di Israele e, come tutta la Giordania, nel Patriarcato Latino di Gerusalemme). Incontro dedicato all’organizzazione dei pellegrinaggi in tale parte della Terra e non all’esame della situazione dei cristiani in tutto il Medio Oriente (menzionato solo nel commento redazionale di IC) o, se è per questo, in tutto il mondo, visto che i cristiani sono perseguitati, dalle autorità o dalla popolazione, in decine di Paesi asiatici ed africani, anche non musulmani. Basta, del resto, leggere l’articolo per capire che non si lamenta alcuna inesistente persecuzione in Israele né si mette Israele sullo stesso piano di altri Paesi, bensì si fa appello ai cristiani ad aiutare economicamente la comunità cristiana della Terra Santa mediante i pellegrinaggi, dato che questi costituiscono entrate essenziali per molti cristiani locali, che, soprattutto in alcune zone, vivono prevalentemente di turismo e, in particolare, di turismo religioso e, in caso di difficoltà economica, possono decidere di emigrare nel continente americano o in Australia, ingrossando le fila di una ‘diaspora’ iniziata nell’Ottocento. La preoccupazione economica può sembrare un’inezia, considerato il prezzo di sangue che i cristiani pagano in decine di Paesi, ma non lo è se si considera quanto sia umanamente forte l’attrattiva di emigrare in un Paese ricco, lontano da conflitti e dove si può godere dei benefici, anche sotto il profilo culturale, di essere parte della maggioranza religiosa e quanto importante sia per la Chiesa mantenere la presenza di una comunità cristiana viva e vitale (fatta di famiglie e non solo di clero, magari straniero, e santuari) nella terra di Gesù e di nascita della Chiesa stessa. Come osserva mons. Marcuzzo, la questione si pone per diverse comunità cristiane locali (quelle che più vivono di turismo) ed è cruciale a Gerusalemme, dove i cristiani sono, fra tutte le confessioni, appena 14.000 su una popolazione di circa 800.000 abitanti e per lo più sono meri residenti, non cittadini israeliani, cosicché (aggiungo io), se non trovano lavoro ed un alloggio ad un prezzo per loro accessibile a Gerusalemme o abbastanza vicino poter continuare ad abitarvi stabilmente, perdono, dopo alcuni anni, la residenza e, non avendo più titolo per restare in Israele, finiscono con l’emigrare in Occidente. I pellegrinaggi, inoltre, aiutano a mantenere economicamente quelle istituzioni ecclesiali (scuole, attività pastorali, caritative, ecc.) che ovunque nel mondo, e soprattutto dove si è in minoranza, aiutano le comunità religiose a restare vitali, a trasmettere la fede alle nuove generazioni e ad incentivare i singoli membri (anche aiutandoli a superare difficoltà economiche) a rimanere dove sono nati. Con i più cordiali saluti,

Annalisa Ferramosca

Gentile Annalisa,
Innanzitutto bisogna distinguere tra cristiani arabi che vivono a Gerusalemme Est e sono soggetti alle leggi antiterrorismo che riguardano tutti i palestinesi, il loro essere cristiani non c'entra, e i cristiani, siano essi arabi o europei, che vivono all'interno di Israele. Se nati qui o residenti da un tot numero di anni e lavorano, hanno la cittadinanza israeliana come qualunque cittadino. Ne conosco alcuni, tra cui una carissima amica di famiglia che vive qui da quasi 30 anni ed è israeliana quanto me. Quindi vanno fatte le giuste differenziazioni tra chi vive in zone ancora contese, i cui abitanti sono considerati un pericolo per la sicurezza di Israele(Terrorismo) e chi vive nel resto del paese, quello riconosciuto dalla comunità internazionale, per essere chiari. A Ramle, una cittadina vicino alla mia, vive una fiorente comunità cristiana e ogni domenica mattina sento in lontananza il suono delle campane delle chiese. Vivono e lavorano come chiunque, sono israeliani come chiunque, lo stesso accade a Yaffo (Tel Aviv) e in altri luoghi di Israele in cui cittadini di fede cristiana convivono tranquillamente con gli ebrei ( e in alcuni casi anche musulmani). L'errore è pensare che gli unici cristiani vivano a Gerusalemme Est o a Betlemme dove probabilmente sopravvivono grazie al turismo e dove non possiedono per ovvi motivi la cittadinanza israeliana anche perché in passato la rifiutarono preferendo quella giordana. E' bene sapere che I cristiani sono disseminati in tutto il paese e fanno i medici, gli ingegneri, le guide turistiche, i giudici, gli autisti d'autobus, i commercianti. Le racconto un aneddoto capitatomi mentre tornavo in Israele alcuni anni fa. Sul mio aereo viaggiava un pellegrinaggio proveniente da Padova. Mentre eravamo in fila per scendere dall'aereo all'aeroporto Ben Gurion, una signora ha esclamato "Siamo in Palestina" E l'amica vicino a lei, guardando fuori dal finestrino la scritta in ebraico che diceva "Benvenuti in Israele", ha incalzato " Guarda è scritto tutto in arabo". Sono intervenuta sorridendo "No, è ebraico e siamo arrivati in Israele", le due mi hanno guardata come se fossi una povera pazza senza ribattere ma leggermente stizzite. Questa è dunque la preparazione che riceve chi partecipa ai pellegrinaggi: Terra Santa=Palestina, una furbesca negazione di Israele da parte degli organizzatori. Non tutti certamente ma molti.
Un cordiale shalom


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