Riduci       Ingrandisci
Clicca qui per stampare

Civiltà Cattolica e la critica al benessere 26/07/2018

Gentilissima Signora Fait,
ho letto prima il commento di Matzuzzi, poi, per meglio chiarirmi le idee, l’articolo di Civiltà Cattolica in esso richiamato (“Teologia della prosperità. Il pericolo di un ‘Vangelo diverso’”, pubblicato sul sito della rivista e liberamente leggibile) e non posso che rammaricarmi del titolo e commento redazionale di IC. Né il Magistero della Chiesa Cattolica in generale, né l’articolo di Civiltà Cattolica condannano “il benessere” e totalmente gratuito è il paragone con la shari’a sotto il comune denominatore del ‘fondamentalismo religioso’ (espressione che, in origine, ha uno specifico significato teologico riferito ad una parte del mondo protestante e che ora viene comunemente usata nel senso di estremismo almeno potenzialmente pericoloso per il vivere civile). L’articolo di Civiltà Cattolica, invero, esamina semplicemente un indirizzo teologico (la ‘teologia della prosperità’) sorto negli Stati Uniti e proprio di alcune Chiese evangeliche, diffuse anche in America Latina, Africa ed Asia, che vede salute e prosperità come segni della fede del credente e malattia e povertà come segni della sua colpevole mancanza di fede, perché a chi ha fede basterebbe ‘visualizzare’ il miracolo che desidera e considerarlo già realizzato per ottenerlo. La dottrina cattolica non invita a soffrire tanto per pagare una sorta di pedaggio per il Paradiso, ma ad amare Dio con tutto il cuore qualunque cosa accada (la sofferenza e la morte, purtroppo, prima o poi colpiscono tutti), nella certezza del Suo Amore eterno, ed a pregare, ma con la consapevolezza che Dio potrebbe negarci le grazie ‘materiali’ (guarigione, prosperità, ecc.) che Gli chiediamo perché ha altri disegni per condurci alla vita eterna con Lui. Colpevolizzare un malato o un povero come ‘miscredente’ richiede una lettura veramente ‘particolare’ dei Vangeli, è certamente incompatibile con la Fede cattolica e, francamente, non mi sembra un atteggiamento umanamente degno di approvazione.

 Con i più cordiali saluti,
Annalisa Ferramosca

 Gentile Annalisa,

 Come ho già scritto in varie occasioni, sono la meno adatta a rispondere a questioni religiose e teologiche, sono una persona pratica che crede in ciò che vede, che ha forti dubbi sull'esistenza di un essere superiore che premia o punisce a seconda dell'umore, che permette stragi di innocenti non si sa perchè o meglio in virtù del libero arbitrio del genere umano, per quanto bestiale sia. Io credo nel Dio di Israele nel senso di Tradizione di un Popolo, non di fede, anzi devo ammettere che senza fede, o con solo una minima parte di essa, io vivo benissimo basandomi sulla mia idea di quanto sia giusto o ingiusto, buono o cattivo. Credo anche che l'eccesso di fede in tutte le religioni, nessuna esclusa, sia profondamente negativo e paralizzante. Per questo motivo le risponderò dal punto di vista di vita vissuta esprimendo una mia opinione personale.
Matteo Matzuzzi è un giornalista cattolico che da anni scrive articoli su Chiesa e religione perciò non ho dubbi che il suo articolo risponda a verità o almeno a una buona parte di essa, dal suo punto di vista assolutamente rispettabile. Pur essendo ebrea sono stata educata per un paio d'anni , per motivi personali, dalle suore Orsoline e, a parte continui e velati inviti a credere alle teorie cattoliche che ottenevano puntualmente l'effetto contrario, ho sempre sentito parlare di giustezza della sofferenza per "andare in paradiso". Nella nostra mente di bambine era quindi inevitabile che si facesse strada l'idea che chi era ricco e magari anche orrendamente felice, sarebbe finito tra le fiamme dell'inferno. Una frase mi ha colpita dell'articolo di Matzuzzi "uno dei gravi problemi che porta con sé la teologia della prosperità è il suo effetto perverso sulla gente povera. Non solo esaspera l'individualismo e abbatte il senso di solidarietà, ma spinge le persone ad avere un atteggiamento miracolistico, per cui solamente la fede può procurare la prosperità".
Credo abbia ragione perchè amare Dio, qualunque cosa accada, porta inevitabilmente ad un senso di fatalismo e di resa alla vita che non può che essere negativa e portare al soffocamente dell'individualismo e del giustissimo desiderio di progredire.

 Un cordiale shalom

 http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=71501  


Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui