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Il caso Azaria 06/01/2017

"Summum jus summa iniuria" dicevano gli antichi romani. Ma questa è la grande forza di Israele che nessuno capisce o vuole capire. La forza di un grande paese democratico che può sbagliare ma sa subito correggersi. La mia solidarietà al soldato, alla sua famiglia e a tutto Israele.

R. Razza

***************

Gentilissima Redazione, ho appena letto la selezione di articoli ed i Vostri commenti sulla condanna di Elor Azaria, dopo aver seguito la vicenda sui giornali israeliani in inglese (essenzialmente Arutz Sheva, Israel Hayom, Jerusalem Post, talora anche Times of Israel e Ynet News) sin dalle ore immediatamente successive al fatto. Secondo il riassunto che ne letto ieri su Israel Hayom, la sentenza ha rilevato le contraddizioni tra le versioni dei fatti esposte dall’imputato e dai suoi difensori nel corso delle indagini e del processo e ha ritenuto, da un lato, che non sussistessero i presupposti che, secondo le regole di ingaggio, giustificano lo sparare per uccidere (sparando alla testa del terrorista da pochi metri di distanza) e che, dall’altro, il sergente Azaria abbia ucciso il terrorista già ferito e steso a terra (da diversi minuti, forse una decina, secondo precedenti articoli israeliani che riferivano sul processo) non per timore che si facesse esplodere, ma perché ‘il terrorista meritava di morire’, secondo quanto dichiarato dallo stesso Azaria nell’immediatezza del fatto ad un superiore. Il caso è doloroso: si tratta di un giovane (che in Italia chiameremmo ‘un ragazzo’ per almeno altri dieci anni) che ha agito in condizioni di stress per noi difficilmente immaginabili. Lui solo può sapere, in coscienza, se ha agito per timore, per ira o per freddo odio. A livello generale, però, ciò che mi sembra importante è che Israele ha dimostrato ancora una volta di credere nella ‘purezza delle armi’. Un principio che, in questi mesi, è stato duramente criticato da parte di alcuni, anche noti e stimati, rabbini, che hanno invocato argomentazioni halakhiche per sostenere che sarebbe, invece, un dovere religioso uccidere i terroristi, anche se è possibile catturarli vivi, per prevenire il rischio che possano commettere, in futuro, altri atti terroristici. Perciò, mi dispiace molto per il sergente Azaria (per il quale invocherei una pena severa solo se fosse certo che avesse agito per freddo e calcolato odio e volontà di ergersi a giustiziere), ma plaudo ad Israele, alla sua forza morale, alla sua indomita volontà di vivere e fiorire come società libera e nazione civile nonostante l’odio dei suoi nemici e spero che le Forze armate abbiano colto o colgano l’occasione per perfezionare le regole di ingaggio e migliorare l’addestramento, anche sotto il profilo psicologico, e che il timore che i militari possano sentirsi demotivati sia pienamente smentito. Molto cordialmente,

Annalisa Ferramosca

Condividiamo il sostegno al sergente Azaria, espresso anche dalle parole di Benjamin Netanyahu. Quello che è necessario chiarire  - cosa non fatta dai nostri media - è che il palestinese colpito era un terrorista che aveva cercato di uccidere poco prima, ferendo un soldato israeliano in modo per fortuna non letale.
Si era poi nel mese di marzo, con un clima primaverile, che non giustificava il pesante giubbotto del terrorista. E se avesse nascosto una cintura esplosiva ? sarebbero saltati in aria tutti i soldati presenti.
Le ricordiamo poi che l'esercito di difesa israeliano ha un codice di comportamento morale che non ha nessuno stato democratico. 

IC redazione

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