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Libri & Recensioni
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'L’estate di Aviha', di Gila Almagor 23/03/2021
L’estate di Aviha
Gila Almagor
Traduzione di Paola M. Rubini
Acquario euro 12

Sinagoga e Museo Ebraico Firenze - Posts | Facebook

Una nuova casa editrice, Acquario, nata dall’impegno e dalla determinazione di Anna Foà e di Marco Sodano con titoli di qualità e con un progetto che mira ad esplorare diversi linguaggi, annovera fra le sue pubblicazioni uno dei libri più intensi e originali del 2021 “L’estate di Aviha” di Gila Almagor, interprete di spicco del cinema e del teatro israeliano. Pubblicato nel 1985, tradotto in venti lingue e adottato nei programmi scolastici di Israele, L’estate di Aviha è un libro autobiografico che ha avuto una pregevole trasposizione cinematografica nel 1988 per la regia di Eli Cohen. Ispirato alla vita dell’autrice il romanzo racconta l’estate di una bambina di dieci anni Aviha – un nome insolito che significa “il padre di lei” – e della madre, una donna con disturbi mentali, in un villaggio di immigrati arrivati da poco dall’Europa nell’Israele degli anni ’50. Aviha è una ragazzina che, come la stessa Gila, si trova ad essere madre di sua madre vivendo ruoli scambiati. Capisce che deve proteggerla dalle emozioni intense, dall’impatto con gli estranei ed esserle accanto durante le crisi e nella somministrazione di medicinali. Perché Henia, ex partigiana polacca sopravvissuta alla Shoah non ha superato il dolore per la perdita del marito ucciso in circostanze misteriose e per la scomparsa della sua famiglia ad Auschwitz e come la figlia si sente rifiutata nel villaggio in cui vive. Anzi, è derisa dai bambini del quartiere che le si rivolgono in modo dispregiativo con il nomignolo di “Partizunke” alludendo al suo ruolo nella Resistenza, mentre Aviha è allontanata per la sua povertà (indossa abiti puliti ma modesti), ridicolizzata per la testa pelata (la madre le ha rasato i capelli infestati di pidocchi) e compatita per il suo senso di responsabilità nei confronti della madre che aiuta nel lavoro di sarta.

Gila Almagor: L'estate di Aviha | Doppiozero
Gila Almagor

Aviha è segnata dalla solitudine, dalla fragilità di Henia che pur la ama profondamente, dal mistero che circonda la figura del padre che non ha conosciuto e di cui la madre non le ha rivelato nulla (“Mi ricordo che quando chiesi alla mamma per la prima volta dove fosse mio papà, lei disse: “ E’ morto da tanto; prima che tu nascessi” e non tornò mai più sull’argomento”). Per questo conserva come un amuleto una busta marrone contenente alcune foto del padre di cui continua a cercare indizi della sua esistenza anche negli occhi del signor Ganz, un vicino di casa che ha una lieve somiglianza con il genitore. Eppure Aviha-Gila è una persona dal temperamento tenace che non si rassegna alle prevaricazioni degli altri bambini e reagisce al sopruso riaffermando con forza il suo posto in quel piccolo microcosmo di immigrati. Con questo libro Gila Almagor che appartiene al Dor Shenì, la seconda generazione di Israele, ha offerto ai giovani la possibilità di conoscere il passato dei nonni. Perché i figli dei sopravvissuti alla Shoah, nati negli anni precedenti la fondazione dello Stato d’Israele o nel periodo successivo, si sono scontrati con il muro di silenzio eretto dai genitori per un intreccio doloroso di vergogna, di volontà di dimenticare o per proteggere i figli da un dolore troppo grande per cui molti dei sopravvissuti non riuscirono mai a raccontare gli orrori dei campi di sterminio, continuando a tacere fino alla morte.

Non è stato facile per gli israeliani di seconda generazione convivere con il passato sconosciuto e indicibile dei padri e delle madri come ci raccontano in modo magistrale i romanzi di Lizzie Doron, Savyon Liebretch o Nava Semel da cui quel “mondo di là” emerge in modo tangibile, seppur nascosto, nei silenzi, nei gesti inconsueti e nella difficoltà di comunicazione che hanno segnato i rapporti in quelle famiglie. Considerata dai critici cinematografici “una sorta di capostipite della recitazione femminile in Israele”, Gila Almagor che ha ricevuto nel 2004 il Premio Israele è una figura di primo piano nella vita culturale di Israele. Autrice di racconti autobiografici e di romanzi per ragazzi fin dagli anni ’80, con questo libro dallo stile asciutto, scarno, privo di virtuosismi letterari, Gila Almagor (il cui nome significa gioia senza paura) compie un atto di grande generosità.

L’estate di Aviha – racconta l’autrice – è stato scritto di getto come atto terapeutico, catartico…dopo aver capito che non poteva eludere alcuni interrogativi della figlia come sua madre aveva fatto con lei. Per questo il testo riporta in esergo la frase “Un racconto che ho narrato per emigrare nel suo seguito”. L’estate di Aviha è un romanzo luminoso che sprigiona una forza narrativa rara, un libro intenso che rivela la passione per la vita e l’amore per la sua terra di un’autrice straordinaria.


Giorgia Greco

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