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'Il ghetto interiore', di Santiago H. Amigorena 11/12/2020
Il ghetto interiore
Santiago H. Amigorena
Traduzione dal francese di Margherita Botto
Neri Pozza
euro 17

Neri Pozza Editore | Il ghetto interiore

“La Shoah ha una qualità definitiva? Mi è difficile dire di qualunque cosa che ha una qualità “definitiva”. Preferisco pensare, come Pitagora, come Borges, che le cose ritornano ciclicamente. L’antisemitismo ha fatto fuggire dall’Europa i miei nonni. Le dittature latinoamericane mi hanno fatto fuggire con i miei genitori dall’Argentina e poi dall’Uruguay – per tornare in Europa. Ho dovuto lasciare il mio paese, la mia lingua madre, i miei amici …” L’ultimo romanzo dello scrittore, sceneggiatore, produttore cinematografico Santiago H. Amigorena, “Il ghetto interiore” (Neri Pozza) racconta la storia del nonno, l’ebreo polacco Vicente Rosenberg che nell’aprile del 1928 raggiunge l’Argentina con “pochissimi soldi in tasca”. Partito dalla Polonia dove, sentendosi più polacco che ebreo, aveva combattuto fervente ammiratore del maresciallo Pilsudski nella battaglia di Varsavia, si trasferisce a Buenos Aires in cerca di fortuna. Dopo alcuni lavoretti saltuari Vicente diventa un giovanotto non ricco ma fascinoso e galante, impara a ballare il tango, conosce la futura moglie Rosita e diventa padre di tre bambini. La fortuna gli arride anche sotto il profilo professionale perché inizia a gestire con profitto un negozio di mobili di proprietà del suocero. A Varsavia è rimasta la madre vedova e il fratello Berl e, nonostante i vari tentativi di farli trasferire in Argentina sempre rifiutati, Vicente non si impegna troppo per tenere viva la corrispondenza con la madre fino a quando con lo scoppio della Seconda guerra mondiale inizia a preoccuparsi per le scarse notizie ricevute dall’Europa.

Cosa sta realmente accadendo nel paese dove è nato? Vicente non legge i giornali e ascolta solo distrattamente le informazioni che gli giungono dai suoi amici ebrei polacchi al caffè Tortoni, un locale alla moda dove si reca dopo il lavoro. Ciò che cambia in modo drammatico la sua prospettiva è l’arrivo di una prima lettera della madre il 9 dicembre 1940 (ne seguiranno altre ancora peggiori) dalla quale apprende delle condizioni di indigenza in cui versa la famiglia chiusa nel ghetto, oltre che della fame e delle malattie cui cerca di opporsi il fratello medico. Consapevole di non aver fatto abbastanza per portare in salvo la famiglia quando ancora avrebbe potuto, Vicente, attanagliato da un atroce senso di colpa, sprofonda nel silenzio e nell’isolamento sia familiare che sociale. “Di colpo la lettera di sua madre aveva aperto gli occhi a Vicente. Non glieli aveva aperti in modo definitivo o totale, ma glieli aveva aperti abbastanza perché intravvedesse qualcosa che andava ben oltre ciò che aveva immaginato fino a quel momento, qualcosa di molto più mostruoso di quanto dicevano le frasi che lei aveva scritto una dopo l’altra”. Tra la fine del 1941 e l’inizio del 1942 Vicente forse avrebbe potuto sapere ma in realtà i giornali davano una versione incerta delle atrocità commesse a migliaia di chilometri di distanza, di fronte alle quali la gente chiudeva gli occhi e preferiva non parlare. Eppure anche se non conosceva tutte le atrocità che subivano sua madre e suo fratello, né le condizioni in cui vivevano ogni giorno ne sapeva abbastanza per non poter più vivere come aveva fatto fino a quel momento. Da allora il corso della sua vita cambia: trascura il lavoro, la famiglia, gli amici, sgomenti dinanzi a un tale comportamento, per rinchiudersi nel suo “ghetto interiore”, sempre più consapevole della propria identità ebraica. Sin dall’ arrivo in Argentina Vicente aveva vissuto senza essere definito da una particolare etnia, identità o religione in una libertà che l’aveva progressivamente allontanato dal suo essere ebreo. Sono le lettere della madre e le notizie delle atrocità naziste commesse in Europa a fargli prendere coscienza di una identità a lungo ignorata. Attraverso i rovelli della coscienza e i monologhi punteggiati da una angoscia crescente che il protagonista riversa nelle pagine del romanzo, l’autore coglie un aspetto importante della Shoah.

Tra i più gravi crimini commessi dai nazisti c’è l’aver privato le persone non solo della libertà fisica ma anche di quella spirituale: aver cioè costretto gli individui in un confine preciso, quello dell’identità ebraica, privandoli della libertà e della possibilità di essere altro, polacco, argentino ecc. “Come tutti gli ebrei, Vicente aveva pensato di essere molte cose finchè i nazisti non gli avevano dimostrato che a definirlo era un’unica cosa: essere ebreo”. In questo romanzo in cui l’autore cerca di superare il conflitto tra memoria e oblio (la sua stessa storia familiare riconduce a questo dilemma) spicca la contrapposizione fra il ghetto reale in cui sono rinchiusi la madre e il fratello e il ghetto interiore in cui Vicente, pervaso da un malessere così profondo da non trovare comprensione né espressione esterna, si aggrappa a un silenzio irriducibile e ostinato. Un altro elemento interessante sottolineato dall’autore è l’incapacità “non solo per Vicente ma per tutti” di definire l’immane tragedia dello sterminio degli ebrei. Soluzione finale per i nazisti, Olocausto per gli anglofoni, oppure Shoah termine imposto soprattutto in Francia a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, per altri ancora “genocidio” un sostantivo che però non è mai stato riservato esclusivamente allo sterminio del popolo ebraico, data l’unicità di quella tragedia. In ogni caso, come diceva Churchill rimane “un crimine senza nome”.

Il pluripremiato romanzo di Santiago H. Amigorena pur avvalendosi di una accurata ricostruzione storica si distingue dalla maggior parte dei romanzi sulla Shoah perché la prospettiva da cui parte non è quella del campo di sterminio e delle atrocità subite dai deportati dove l’ambientazione privilegiata è l’Europa. Ne “Il ghetto interiore” l’autore vuole cogliere il devastante senso di impotenza che un ebreo emigrato oltreoceano prova nei confronti dei familiari rimasti in balia di eventi storici di cui non conosce ancora l’enorme portata per la mancanza o la censura delle informazioni, ma è dolorosamente consapevole di non poter fare nulla per strapparli alla morte. E’ per “sopravvivere al suo passato” che Amigorena scrive e con questo romanzo - che si inserisce nell’ampio filone di narrativa che affronta il tema degli ebrei emigrati per tempo in America come i fratelli Singer- l’autore racconta la Shoah da una diversa angolazione e, nel contempo, si augura che Vicente e Rosita continuino a vivere nel ricordo dei suoi figli che non li hanno conosciuti e nelle pagine di questo libro.


Giorgia Greco

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