martedi` 26 maggio 2020
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE
Segui la rubrica dei lettori?
Clicca qui per condividere
l'articolo sui Social Networks

Bookmark and Share
vai alla pagina facebook
vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Viaggio alla scoperta del Kotel (Muro occidentale) a Gerusalemme (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


Clicca qui






 

Libri & Recensioni
<< torna all'indice della rubrica
'Il viaggio verso la Terra promessa. La storia dei bambini di Selvino', di Aharon Megged 11/04/2020
Il viaggio verso la Terra promessa. La storia dei bambini di Selvino
Aharon Megged
Traduzione dall’inglese di Giuseppina Stanzione Mazzotta

Amazon.it: Il viaggio verso la terra promessa. La storia dei ...

“….qui si era verificato il miracolo della rinascita, qui i ragazzi erano sopravvissuti all’Olocausto, feriti profondamente dagli orrori, dalle sofferenze e dalla crudeltà, avevano costituito insieme una comunità unita, sana, operosa, dove regnavano solidarietà, affetto e responsabilità reciproca” (A.M.)

Una storia di resilienza, di riscatto, di rinascita, di sofferenze ma anche di fiducia nel futuro e di amore per la propria Patria è quella che racconta Aharon Megged nel saggio “Il viaggio verso la terra Promessa” pubblicato nel 1985 in Israele e in Italia nel 1996 grazie al contributo dell’Amministrazione comunale di Selvino che ha deciso di finanziare l’edizione italiana del libro. L’interesse sulla storia dei “Bambini di Selvino” – quasi ottocento bambini ebrei sopravvissuti all’inferno dei lager nazisti durante la seconda guerra mondiale, raccolti dalle organizzazioni ebraiche nei luoghi più disparati d’Europa appena liberata dal regime hitleriano e condotti a Selvino in attesa di partire per la Terra Promessa – si è riacceso con la fiction RAI “La guerra è finita”, liberamente ispirata al libro di Megged per la regia di Michele Soavi. Diviso in cinque parti il saggio di Aharon Megged narra di “un viaggio che comincia con l’uscita dall’inferno e termina con il ritorno alla vita: un viaggio che inizia da qualche parte nella buia Europa, continua nelle peregrinazioni tra un confine e l’altro, nella lunga attesa di una nave, nel solcare le acque agitate di un mare tempestoso, nell’internamento dietro il filo spinato dei campi di Cipro, e termina nella Terra promessa. E’ un viaggio nel quale la casa di Selvino rappresentò soltanto una delle tante tappe intermedie, anche se in essa avvenne il cambiamento decisivo”. La Casa alpina “Sciesopoli”, intitolata all’eroe risorgimentale Amatore Sciesa, sorgeva a Selvino nel bergamasco e dal 1933 fu adibita a colonia estiva per i figli della borghesia fascista milanese.

Caduto il fascismo, dopo la Liberazione nel settembre del 1945, il Governo alleato affidò alla comunità ebraica milanese e poi alla Brigata ebraica la colonia “Sciesopoli” per potervi accogliere e ospitare, in attesa di partire per la Terra promessa, i bambini ebrei rimasti orfani e sopravvissuti alla Shoah. A Selvino – scrive Aharon Megged – essi trovarono “un paradiso a lungo sognato, un castello da fiaba e a fatica si rendono conto di essere liberi, rinati a nuova vita”. Moshe Ze’iri il soldato della Brigata ebraica, membro della Compagnia Solel Boneh, che fu chiamato a dirigere la colonia seguì un originale metodo pedagogico mutuato da quello di Janusz Korczak (famoso medico polacco che morì nel campo di Treblinka insieme ai suoi bambini) e con l’aiuto dei suoi collaboratori fra i quali Reuven Donat, Eugenia Cohen e Teddy Beeri seppe trasformare la colonia in un kibbutz formativo. Applicando una severa disciplina con regole precise che tutti gli abitanti della casa dovevano rispettare, Moshe organizzò per quei giovani una rigorosa scaletta quotidiana di impegni: alla mattina i ragazzi apprendevano un mestiere, falegname, calzolaio, sarto e il pomeriggio si applicavano prima agli studi e poi si dedicavano al gioco o ad altre attività di svago. Infatti oltre ad apprendere l’ebraico (molti parlavano in Yiddish, altri in russo, polacco, italiano) come lingua comune, i giovani dovevano essere rieducati, dopo gli anni trascorsi nei campi che avevano spezzato la loro identità, alla tradizione e alla cultura ebraiche, in preparazione al successivo trasferimento in Israele. Per quanto la colonia fosse autosufficiente, grazie agli aiuti provenienti dall’America, dal Joint Distribution Committee e dalla Palestina, i rapporti con la cittadinanza furono sempre improntati al rispetto e alla generosità. Si organizzavano anche partite di calcio fra i ragazzi ebrei e quelli italiani, e talvolta i cancelli si aprivano agli abitanti del villaggio per un invito a pranzo, particolarmente gradito in quegli anni di ristrettezze.

Dunque la solidarietà era un valore condiviso. Nelle pagine del saggio l’autore, oltre alla descrizione dettagliata delle attività svolte, interseca i racconti molto commoventi delle vicissitudini incontrate dai bambini prima di giungere a Selvino e il lettore si immerge nelle storie dolorose di quei ragazzi, Romek, Avraham, Zeev, Adam, Chava e le sue sorelle, che un regime criminale aveva strappato a una infanzia serena e agli affetti più cari, costringendoli alla fuga nelle foreste, a nascondigli improvvisati e a conoscere l’orrore dei campi di sterminio. Nel capitolo “In viaggio” Megged racconta come “un po’ alla volta, da soli o in piccoli gruppi, legalmente o clandestinamente, i ragazzi partirono da Selvino alla volta della Palestina. Quelli che viaggiarono sulle navi illegali furono per la maggior parte catturati prima di raggiungere la costa e inviati a Cipro, dove si unirono ai loro compagni internati nell’isola.” Nonostante lo scoramento l’imperativo sempre presente in tutti loro era tener vivo lo spirito di Selvino con celebrazioni del venerdì sera, canti, conversazioni, cooperazione perché il futuro di ogni individuo era legato al futuro di tutto il gruppo. Con l’arrivo nella Terra Promessa alcuni gruppi di giovani fondarono fra gli altri il kibbutz Rosh Hanikrà in Galilea e il kibbutz Tzeelim nel Negev, impegnandosi anche nella difesa della loro terra stremata da una dura lotta degli ebrei di Palestina contro il governo mandatario britannico che impediva l’approdo alle navi cariche di sopravvissuti provenienti dall’Europa. Tuttavia “l’incontro con i paesaggi della Palestina, il lavoro nei vari settori agricoli, nei campi, nei frutteti, negli allevamenti di pollame e nelle stalle, e i rapporti con la comunità del kibbutz, piena di vita contribuirono a sollevare il loro spirito”. Dopo il 1948, quando ormai tutti gli ospiti della colonia avevano fatto l’alyah, Sciesopoli divenne un centro per i bambini bisognosi di Milano. Nelle ultime pagine Megged ci racconta del ritorno nel 1983 di un gruppo di circa settanta ex allievi di Selvino che si misero in viaggio verso l’Italia per visitare il luogo in cui avevano ritrovato il sorriso e la loro spensieratezza più di trentacinque anni prima e per inaugurare una lapide commemorativa. A seguito di quel viaggio si stabilì il gemellaggio tra il Comune di Selvino e il kibbutz Tzeelim nel Negev dove molti “bambini di Selvino” hanno trovato la loro casa. Da allora alcuni discendenti di quel gruppo hanno fatto visita alla cittadina del bergamasco per ritrovare le tracce e ripercorrere il passato dei loro genitori come Nitza Sarner, figlia di Moshe Ze’iri, nel 2011 e Miriam Bisk, figlia di due insegnanti di Sciesopoli, nel 2012.

Dopo un periodo di abbandono, nel 2015 l’edificio è stato dichiarato dal Ministero per i beni culturali “ di notevole interesse storico e architettonico” e nel 2016 si è costituita un’associazione israeliana no profit di ex bambini di Selvino e dei loro familiari, “Children of Selvino”, con legami internazionali, per opporsi ad ogni progetto di demolizione di Sciesopoli e per preservare il sito come luogo di Memoria della Shoah, di accoglienza, di speranza e di ritorno alla vita, dopo la tragedia e l’orrore dei campi di sterminio. Grazie al notevole impegno messo in campo negli ultimi anni il 27 ottobre 2019 il Comune di Selvino ha inaugurato il museo della casa dei “Bambini di Selvino”, a memoria di quelle creature che sopravvissero alla guerra e alla Shoah. “Nei giorni felici, ma non facili, trascorsi a Selvino, essi ritrovarono il sorriso e la speranza di una nuova vita, nonostante le inguaribili ferite dei ghetti rasi al suolo, delle fughe, delle fucilazioni di massa, delle deportazioni e delle camere a gas, che hanno segnato la loro vita e la storia del Novecento nella pianificazione scientifica di un genocidio terribile”. Il saggio di Aharon Megged nasce da uno studio approfondito del materiale accumulato attraverso le note raccolte nei suoi incontri con questi “bambini” ormai divenuti genitori di ragazzi grandi e, senza alcuna velleità letteraria, lasciando semplicemente parlare gli eventi, l’autore ci restituisce una storia di resilienza e di rinascita, da cui si può trarre forza e ispirazione per affrontare il momento drammatico che tutto il mondo sta vivendo. E’ possibile leggere il saggio di Aharon Megged sul sito https://www.sciesopoli.com/libro_megged/mobile/index.html, oppure richiederne copia all’Ufficio Turistico del Comune di Selvino.


Giorgia Greco

Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui
www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT