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'L’interprete', di Annette Hess 23/12/2019
L’interprete
Annette Hess
Traduzione di Chiara Ujka
Neri Pozza Euro 18

Risultati immagini per 'L’interprete', di Annette Hess

“Mai questo cosiddetto Reich, questo regno, avrebbe potuto funzionare in modo così universale, se la grande maggioranza non vi avesse partecipato”

Il processo di Francoforte Auschwitz, celebrato in Germania a Francoforte sul Meno fra il 1963 e il 1965 nei confronti di ventidue imputati accusati delle atrocità commesse nel campo di sterminio di Auschwitz, con oltre 300 testimoni chiamati a deporre, è il primo che si tiene dinanzi ad una corte tedesca per i crimini della Shoah. Un evento storico di grande rilevanza sia dal punto di vista storico/sociale che da quello legale in cui il giudice Fritz Bauer, al tempo procuratore distrettuale dell’Assia, ricopre un ruolo fondamentale. Mentre il processo di Norimberga del 1945-46 era nelle mani degli alleati e quello contro Eichmann avvenne nella Gerusalemme del 1961, il processo di Francoforte coinvolgendo una corte di giustizia tedesca costituisce una frattura nell’inerzia della giustizia tedesca nel perseguire e punire i crimini nazisti e apre un periodo nuovo in quegli anni nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica tedesca. In un periodo di espansione economica e con l’attenzione concentrata sul Muro di Berlino è molto forte nei tedeschi la tentazione di rimuovere il passato e concentrarsi sul presente e sul futuro. Partendo da questo avvenimento storico così determinante per la Germania e dopo aver ascoltato le 400 ore di registrazioni del processo pubblicate nel 2013 Annette Hess, scrittrice e sceneggiatrice tedesca, ha deciso di scrivere un romanzo, “L’interprete” in cui verità storiche e vicende private si intrecciano in una trama potente che affronta molto bene il tema della colpa, della vergogna e della responsabilità. Eva Bruhns, la protagonista del romanzo, è l’interprete cui fa riferimento il titolo in italiano del romanzo di Annette Hess. Eva come molte giovani tedesche in quegli anni sogna un matrimonio, dei figli e una vita serena. I suoi genitori gestiscono con profitto una trattoria fuori dal centro, il fidanzato Jurgen è un giovane imprenditore che può assicurarle un futuro prospero. Una domenica Eva, che traduce dal polacco occupandosi di questioni economiche e cause legali per risarcimento danni, viene convocata per una traduzione, dato che l’interprete incarico non può essere presente per un problema sorto con il rilascio del visto dalla Polonia. Da questo momento la giovane donna entra in contatto con una realtà inimmaginabile, talmente sconvolgente che sbaglia a tradurre: le persone menzionate dal testimone polacco Josef Gabor nell’ufficio del procuratore non sono state “illuminate” ma asfissiate dal gas! Profondamente turbata da ciò che apprende e consapevole di essere all’oscuro di un periodo tragico della storia tedesca Eva, contro il parere del fidanzato, della sorella che la invita a non credere a “quella raccapricciante fandonia” e dei genitori che come molti tedeschi preferiscono voltare le spalle al passato, accetta l’incarico di interprete ufficiale nel processo di Francoforte. Nel racconto l’autrice racconta la vita quotidiana di Eva con la famiglia, i rapporti difficili con la sorella, le inquietudini per la relazione con il fidanzato, incapace di toccarla, quasi a mostrarci la semplicità di una famiglia tedesca ma sono le pagine che vedono Eva impegnata nell’ampia sala della Burgerhaus, a fianco dei testimoni ebrei a costituire il punto nevralgico del romanzo. Perché quel processo di cui sono pieni i giornali con titoli e immagini consente a Eva una possibilità di riscatto e una presa di coscienza sulle colpe e le responsabilità non solo di chi ha materialmente compiuto i crimini ma anche di chi si è reso complice scegliendo un atteggiamento omertoso per non correre rischi in prima persona. Con crescente turbamento Eva traduce le dolorose testimonianze, legge i numeri tatuati sulle braccia dei sopravvissuti, apprende della morte di bambini e genitori anziani e rimane particolarmente sconvolta dal racconto di Otto Cohn che ha perso moglie e figlie nel lager ma il peso della rievocazione è talmente insopportabile per l’uomo che una volta uscito dal tribunale si lancia nel traffico rimanendo ucciso. A Eva che l’ha seguito in strada non resta che un logoro cappello testimone di una immane tragedia. Giorno dopo giorno mentre affianca i testimoni sopravvissuti, Eva assiste sconvolta all’apparire di alcuni déjà vu, ricordi cha arrivano da un lontano passato: ora è il braccio di un parrucchiere con impresso un numero, ora è una casetta con il tetto aguzzo. Dove ha vissuto Eva da bambina? Perché i genitori stracciano i giornali che parlano del processo alzando un muro impenetrabile di silenzio? La giovane interprete affronta i genitori (“Papà in questo lager venivano uccise migliaia di persone al giorno”. Eva notò meravigliata che la sua voce suonava quasi rabbiosa. “Chi lo dice’?”. I testimoni. “Dopo tutti questi anni, i ricordi possono essere confusi” “Quindi credi che mentano”? Eva non aveva mai visto suo padre così sulla difensiva….”) e con una dolorosa presa di coscienza si riappropria del suo passato scoprendo che molte persone a lei vicine sono colpevoli. Annette Hess, con grande maestria, mette in scena nel romanzo un doppio processo: quello contro i criminali nazisti che ostentano sicurezza e si proclamano innocenti nonostante le prove inconfutabili a loro carico e quello contro il tentativo di rimozione collettiva della colpa. Per cercare di abbattere il muro del silenzio. Merita una riflessione la scelta dell’autrice di dare un nome e quindi restituire una identità ai testimoni ebrei e di rivolgersi invece agli imputati con nomignoli come “La Bestia”, “il farmacista”, “l’infermiere”, “l’uomo con la faccia da scimpanzé”, quasi non meritassero un nome e per sottolineare che la dignità di uomini l’hanno persa quando hanno scelto il crimine contro esseri innocenti. In una società, quella tedesca, che in quel periodo “aveva messo sotto silenzio, negato, cancellato nei fatti dal dibattito pubblico ogni riferimento al nazionalsocialismo, alla guerra e all’Olocausto” Eva, coraggiosa e indomita, è la figura che rappresenta la metamorfosi che avviene dopo il processo all’interno della società con la volontà di farsi ampiamente carico delle proprie responsabilità e respingere l’indifferenza e l’omertà. Il tema della “colpa” così presente nel romanzo accompagna l’autrice sin da quando era bambina. Come accade a Eva nei confronti di alcuni familiari, mentre lavorava al romanzo Annette Hess si è resa conto che il nonno, poliziotto nella zona della Polonia annessa al Reich fra il 1939 e il 1944, aveva fatto parte di quella macchina dell’orrore perché di quanto accaduto in quel periodo non si poteva parlare, era un vero tabù in famiglia. Dal romanzo emerge come i traumi siano spesso ereditati attraverso le generazioni. Lo sanno bene i figli dei sopravvissuti alla Shoah che per tutta la vita si sono confrontati con gli incubi e i silenzi dei genitori, mai completamente superati. Per i giovani tedeschi del dopoguerra invece si è trattato di fare i conti con una colpa collettiva e con la consapevolezza che uno o tutti e due i genitori erano stati criminali nazisti (la scrittrice Helga Schneider racconta in modo mirabile nel suo libro “Il rogo di Berlino” l’appartenenza della madre alle SS) o complici di un regime genocidario. Con “L’interprete” Annette Hess ha indagato i sentimenti dei tedeschi nel dopoguerra e l’oblio di fronte alle proprie responsabilità nella consapevolezza che “se tu non sei colpevole in prima persona, hai perlomeno la responsabilità di studiare e informarti davvero su quanto è accaduto. E di trasmettere tutto ciò ai più giovani perché conoscano la verità”.


Giorgia Greco

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