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'La speranza di un bacio ci ha salvato', di Raphael Esrail 02/08/2019
La speranza di un bacio ci ha salvato
Raphael Esrail
Traduzione di Maddalena Togliani
Tre60 euro 16,80

“Laggiù ci dicevano che se qualcuno di noi ne fosse uscito il suo unico dovere sarebbe stato quello di raccontare”

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Simone Veil Per molti anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale i sopravvissuti ai campi di sterminio non sono riusciti a raccontare le loro drammatiche esperienze. Era difficile tornare anche solo con la mente a quei luoghi di morte e ricordare i compagni che non ce l’avevano fatta, la fame, il freddo, le violenze subite per mano degli aguzzini nazisti. Con il passare degli anni però la consapevolezza che la memoria di quanto era accaduto andava affievolendosi e le continue sollecitazioni dei nipoti per conoscere quel pezzetto di storia dei nonni ha indotto tanti sopravvissuti alla Shoah a impegnarsi per diffondere la propria testimonianza soprattutto ai giovani e per contrastare ogni tentativo di negazionismo. In questo contesto si colloca il libro di Raphael Esrail.

Ebreo di origini sefardite è uno studente all’École Centrale di Lione e membro della Resistenza quando nel febbraio del 1944 viene arrestato dalla Gestapo e deportato ad Auschwitz. Una testimonianza quella di Raphael Esrail che si aggiunge ad altre già pubblicate, tutte necessarie nella loro unicità perché forniscono una nuova tessera al mosaico di questa pagina di Storia. E’ un signore novantenne dagli occhi vigili e dalla sguardo malinconico quello che cattura la mia attenzione nel programma culturale di France 5 “La Grande Librairie” andato in onda nel settembre 2017 in occasione della presentazione del libro “L’espérance d’un baiser” delle Éditions Robert Laffont, ora pubblicato in italiano dalla casa editrice Tre60 con il titolo “La speranza di un bacio ci ha salvato”. In quell’universo di negazione della vita la forza della speranza è stata per Raphael Esrail la sua fonte di sopravvivenza perchè il tenero sentimento sbocciato per la giovane Liliane nel campo di Drancy, l’illusione di poterla rivedere insieme a circostanze e incontri fortunati gli hanno permesso di resistere in un luogo di morte per tornare alla vita. Il racconto dell’esperienza concentrazionaria di Raphael è preceduto da un interessante quadro storico della Francia nei primi anni Quaranta, con il ricordo delle grandi retate organizzate nella regione di Parigi, in particolare quella del Vel’ d’Hiver nel 1942, della sua appartenenza agli Éclaireurs israélites di Francia, gli scout francesi, oltre che del successivo impegno tra l’estate 1940 e l’autunno 1943 nella Resistenza in qualità di falsario. Con grande perizia Raphael prepara identità false in base all’origine, alla diversità culturale e di ceto dei “clienti” fungendo altresì da agente di collegamento in tutta la regione del Rodano. E’ un incarico pericoloso che Raphael svolge con coraggio, consapevole dei rischi a cui si espone aiutando persone perseguitate ma che sente come un dovere imprescindibile. Quando la Gestapo lo arresta è pronto ad affrontare le conseguenze. A Drancy dove si respira miseria, disperazione e dove l’incertezza del futuro permea gli animi delle persone, Raphael ritrova alcuni compagni della Resistenza e incontra Liliane con i suoi fratelli che non dovrebbero trovarsi in quel luogo in quanto battezzati ma per i nazisti il fatto che abbiano dei nonni ebrei è più che sufficiente per inviarli al campo di sterminio di Auschwitz.

Deportati insieme Raphael e Liliane sono separati alla “selezione” ma per tutto il periodo trascorso come “stucke”, pezzi, in balia della crudeltà dei nazisti non perdono la speranza di rivedersi fino a quanto Raphael che per le sue competenze ingegneristiche è destinato a lavorare alla Union Werke, una fabbrica di armi della marca Krupp, riesce a trovarle un posto “al caldo” per sottrarla ai rigori del gelido inverno polacco. La testimonianza di Raphael - che si alterna a quella di Liliane - dei lunghi mesi trascorsi ad Auschwitz – Birkenau (la liberazione avverrà solo nel maggio del 1945) non si discosta troppo da altre drammatiche pagine rievocate dai sopravvissuti dei campi di sterminio: la crudeltà gratuita dei nazisti, la ferocia di alcuni kapò, il pericolo di ammalarsi e finire nelle camere a gas, gli appelli estenuanti, l’incubo delle marce della morte, la generosità di alcuni compagni in un contesto di perdita dei valori umani, la disperazione e il senso di colpa per la perdita degli amici. E’ il corollario di esperienze, emozioni e stati d’animo che ha segnato la vita di ogni sopravvissuto alla Shoah. Ferite mai sanate nel corpo e nell’anima. Dopo la liberazione Raphael torna nella sua città ritrova la famiglia e attraverso la Federazione nazionale dei Deportati appartenenti alla resistenza scopre che Liliane è tornata da Auschwitz e vive a Biarritz. Il sentimento che li ha uniti per i lunghi mesi di prigionia è la roccia su cui costruiranno fra mille difficoltà il loro futuro formando una famiglia che guarda con fiducia alla vita. Intense e commoventi sono le pagine che descrivono le conseguenze della deportazione. “La durezza delle relazioni che ho vissuto ha modificato la mia personalità…la prigione e i campi mi hanno portato ad apprezzare la dignità di esseri umani capaci di conservare coraggio e rettitudine morale nonostante le avversità, la disperazione e la fame. In quei luoghi, l’essenza e l’apparenza si confondono in un’autenticità e una nudità bestiali o sublimi”. Insieme Liliane e Raphael condividono una conoscenza e un’esperienza comuni della deportazione anche se preferiscono non parlarne fra di loro e sempre insieme hanno scelto di cancellare il tatuaggio della matricola sull’avambraccio, ricordo costante del campo. Una forza morale li sostiene e li mostra intatti agli occhi del mondo. Però, scrive Raphael, è tutta apparenza. Perché nella vita quotidiana si tratta sempre e soltanto di sopravvivere. “Fili corrono attraverso il tempo; cerchiamo di liberarcene, ma non ci abbandonano mai”.

Presidente dal 2008 dell’Union des déportés d’Auschwitz Rapael Esrail, dopo una carriera nella società Gaz de France nel campo della formazione, si dedica insieme a Liliane a partire dagli anni Ottanta all’educazione dei giovani testimoniando la propria esperienza concentrazionaria. “La memoria – scrive Raphael – bisogna rivendicarla. Sopportare quel retaggio pesante. La prima pietra della memoria è il ricordo delle persone care e la sensazione di avere un debito nei loro confronti. Questo concetto di “dovere” è tipico di noi superstiti. E si espande: molto rapidamente diventa un dovere allargato all’umanità intera: raccontare, informare, avvertire…è una missione necessaria”.



Giorgia Greco


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