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'L’acrobata', di Laura Forti 24/04/2019

L’acrobata
Laura Forti
Giuntina euro 12

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“Come è possibile “rifarsi” una vita? Com’era possibile che se la rifacesse mio padre, che era uscito dall’esilio distrutto o perfino io, che apparentemente non l’avevo vissuto come trauma doloroso?....Come ci si può rifare qualcosa che è andato per sempre in frantumi?”

Esilio è la parola chiave dell’intenso monologo che Laura Forti, drammaturga, scrittrice e giornalista fiorentina, pubblica per la casa editrice Giuntina con il titolo “L’acrobata”. Attraverso la voce narrante di una nonna che apre il suo cuore al nipote per metterlo a parte dei ricordi di una vita - perché “cosa può essere una persona senza ricordi? E' come un libro vuoto senza parole e figure…” - l’autrice ricostruisce la storia familiare del cugino José Valenzuela Levi chiamato Pepo in famiglia e comandante Ernesto, come Che Guevara, nel movimento di guerriglia che avrebbe attentato alla vita del dittatore cileno Pinochet. Per aver organizzato e diretto quell’operazione il giovane Pepo sarà ucciso dalla potente polizia cilena “con una fredda esecuzione” nel 1986 a soli 29 anni insieme ad altri undici compagni di lotta nella Matanza de Corpus Christi. E’ un lungo viaggio quello che ha affrontato Laura Forti nella storia della sua famiglia che l’ha portata in occasione di un soggiorno in Cile nel 2008 ad approfondire, con ricerche e interviste, la figura di quel cugino dal passato politico così ingombrante. “In questi anni il fantasma di Pepo, come un dibbuk, non mi ha mai lasciato pace: dovevo conoscerlo, accoglierlo, raccontarlo”. Il risultato di questo importante lavoro di ricerca è un romanzo che ha il ritmo di un testo teatrale in cui l’autrice ripercorrendo la storia del giovane guerrigliero rende un omaggio alla madre di Pepo e a tutte le madri che durante la dittatura di Pinochet hanno visto morire un figlio per un ideale di libertà e di giustizia. Sullo sfondo ci sono i Paesi che hanno visto le peregrinazioni di questa famiglia di esuli ebrei: prima la Russia zarista con i pogrom da cui scampano Juliusz e Reize, gli antenati di Pepo, poi l’Italia delle leggi razziste e una nuova fuga verso il Cile, un paese spaccato dalle ingiustizie che dopo l’avvento di Pinochet, il comandante dell’esercito che l’11 settembre 1973 prese il potere con un sanguinoso golpe, diventerà un luogo di terrore con migliaia di oppositori torturati e liquidati.

L’ultima tappa dell’esilio è la Svezia dove, come semi nel vento della Storia, approdano la mamma di Pepo e il figlio adolescente cercando di adattarsi a una vita che impone nuove sfide. E’ da questo paese che prende avvio lo struggente epistolario, sotto forma di mail, che la madre di Pepo rivolge al nipote, pagliaccio e acrobata in un circo, per restituirgli attraverso i ricordi di una vita il ritratto di un padre che non ha conosciuto. “Devo correre il rischio di lasciare uscire la mia storia, una storia che ho tenuto dentro per tutti questi anni, a costo che mi si schianti il cuore rivivendola, a costo che tu mi giudichi”. Non è stata facile la vita della madre di Pepo: arrivata in Cile ancora bambina con i genitori e i nonni per sfuggire dall’Italia fascista inizia quel processo di adattamento alla nuova realtà, troppo difficile per gli adulti, che la fa sentire, almeno in apparenza, forte e invincibile, senza mai abbandonarsi allo sconforto e alla nostalgia degli esuli. Intraprende gli studi di geologia, si laurea, inizia una promettente carriera accademica e dopo aver fatto parte del movimento ebraico di sinistra, Hashomer Hatzair, che le fornisce i primi rudimenti di marxismo entra insieme al marito nella Gioventù Comunista. Dopo la nascita di una figlia disabile che si impedisce di amare per non soccombere al dolore che potrebbe lacerarla, l’arrivo del piccolo Pepo “è la prova che il futuro poteva riaprirsi e essere generoso”. Josè Joaquin è un bambino intelligente, riflessivo che si guarda attorno e, profondamente colpito dalle differenze sociali, mostra sin da piccolo un senso della giustizia innato. Se da bambino si chiede “Perché nessuno fa niente?” da adulto decide di agire: “Per cambiare le cose o faccio il soldato o faccio il prete”. I contatti che aveva mantenuto con alcuni membri della Gioventù comunista cilena anche durante gli anni di esilio in Svezia lo portano a proseguire gli studi in Germania, poi a frequentare una scuola militare in Bulgaria per formarsi come ufficiale. “Tuo padre accettò – scrive la nonna al nipote – Aveva diciannove anni. Lo rividi quando andai a trovarlo a Sofia, ricordo che mi aspettava alla fine del binario del treno con un mazzolino di fiori colorati….” Dopo un altro periodo di addestramento a Cuba, si sposta in Nicaragua e infine diventato ormai guerrigliero, torna in Cile per contribuire alla libertà del suo paese. Dopo il fallito attentato a Pinochet Pepo rimane a Santiago, consapevole di rischiare la vita. Perché non è fuggito? Non ha valutato il pericolo? Si credeva invincibile? Sono domande che non hanno risposta ma alle quali la madre di Pepo cerca di dare un senso in una delle ultime struggenti lettere inviate al nipote che, cresciuto nell’ombra del ricordo del padre, ha bisogno di comprendere nel profondo la personalità dell’uomo che gli ha dato la vita. “

“Penso sia rimasto per te, totopajazo. Che sia rimasto per non doverti abbandonare di nuovo. Lasciarti lì da solo, nel pericolo, nell’ingiustizia, quello sarebbe stato perdere qualunque senso, finire in un caos oscuro, in un nulla peggiore ancora della morte. Voleva proteggerti, come fa un padre”. Cosa significa assistere alla metamorfosi di un figlio che perseguendo quelle idee di libertà e giustizia che sono state un caposaldo nella tua vita sceglie alla fine di andare incontro alla morte? Con sensibilità e rispetto per le scelte di ogni persona la madre di Pepo rompe il silenzio su quella perdita insanabile per essere testimone di un periodo storico in cui la politica era coraggio, lealtà, fiducia verso la vita e verso gli altri e per restituire l’immagine di un uomo che è stato coerente con i suoi valori fino a morire per essi. Il testo di Laura Forte, che è andato in scena al Teatro dell’Elfo di Milano per la regia di Elio De Capitani, è un’importante lezione di Storia per tutti: per chi non ha più memoria della dittatura cilena e per i giovani che non hanno consapevolezza di quanto accadde allora perché, purtroppo, i programmi scolastici non lasciano spazio alla Storia di quegli anni drammatici. Con un passo narrativo leggero ma incisivo nel delineare le emozioni e le fragilità dei protagonisti, quasi tutti “acrobati” perché gli eventi della vita li costringono a camminare su un filo sospeso nel vuoto, l’autrice affronta il tema fondamentale della Memoria per riaccendere il passato di luce e ricordarci che una persona senza ricordi è un libro vuoto che non racconta nulla.

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Giorgia Greco


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