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'Il caso Kaufmann', di Giovanni Grasso

Il caso Kaufmann
Giovanni Grasso
Rizzoli euro 19,00

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“Ci sono storie che cerchi e storie che ti vengono a cercare. “Il caso Kaufmann” rientra decisamente tra queste ultime”. Così scrive Giovanni Grasso, giornalista parlamentare, saggista e dal 2015 consigliere della comunicazione per il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nella postfazione al suo primo romanzo edito da Rizzoli. Il racconto è ispirato alla storia vera di Lehmann Katzenberger, un ricco commerciante ebreo di quasi settant’anni, condannato a morte dal Tribunale speciale per aver commesso il reato di “inquinamento razziale” previsto dalle leggi naziste di Norimberga e di Irene Seiler, una giovane donna ariana, figlia di un caro amico di Katzenberger, trasferitasi a Norimberga nel 1933 per lavorare nel negozio di fotografia della sorella.

Falsamente accusati di aver intrattenuto rapporti sessuali illeciti per “quei tempi” la giovane Irene e il commerciante ebreo finiscono davanti al Tribunale speciale di Norimberga e, nonostante la loro relazione fosse di carattere puramente spirituale, cadono vittime di pregiudizi, preconcetti, pettegolezzi di quartiere e di quella macchina dell’odio costruita ad arte dal governo nazista che avrebbe portato il fanatico giudice Oswald Rothaug – che insieme ad altri magistrati e giuristi nazisti sarebbe stato condannato all’ergastolo per crimini contro l’umanità dal Tribunale militare internazionale di Norimberga – a emettere la condanna capitale, pur senza alcuna prova, perché quello che voleva non era la giustizia ma una “punizione esemplare”. Colpito dalla vicenda umana e giudiziaria di Lehmann Katzenberger, l’autore ha dedicato molti anni di studio e ricerche a questo caso consultando gli atti del processo a Rothaug pubblicati negli Stati Uniti, visitando a Norimberga i luoghi dove si era svolta la vicenda e incontrando una giornalista tedesca che aveva già scritto un libro sull’argomento. Il romanzo di Giovanni Grasso tuttavia condivide solo la vicenda giudiziaria di Lehmann Katzenberger e la sua tragica conclusione perché i dialoghi, gli episodi, la caratterizzazione dei personaggi sono frutto della creatività dell’autore che ci regala una delicatissima storia di amicizia e sentimenti, nata in un’epoca pervasa dall’odio e dalla follia.

Siamo nel 1933. Nell’esistenza un po’ scialba e cupa di Leo Kaufmann, commerciante ebreo e Presidente della locale comunità ebraica, una vita segnata dalle preoccupazioni per le prime persecuzioni naziste, irrompe come un vento di primavera la giovane Irene, figlia dell’amico d’infanzia Kurt Seidel che in una lettera gli ha chiesto di prendersi cura della ragazza, intenzionata a studiare fotografia a Norimberga. Irene, bella e anticonformista, si affida al gentiluomo ebreo che ammira per la sua generosità e per una ricchezza umana davvero rare: Leo la ospita in una mansarda di sua proprietà e l’aiuta finanziariamente ad aprire uno studio fotografico. Ben presto nasce fra i due un rapporto speciale fatto di stima e di amicizia che sfocia in un affetto profondo, in delicato equilibrio per la giovane Irene con una certa infatuazione. Le loro innocenti frequentazioni al ristorante o nel negozio di Irene in cui l’anziano ebreo si reca per scambiare due chiacchiere, un modo per unire due solitudini, non passano inosservate in “quei tempi” bui. Giorno dopo giorno la macchina della repressione nazista si mette in moto: Irene riceve da “donne devote” piuttosto che da loschi figuri come Otto Muller, lettere anonime che da una parte la invitano a mettere fine a quella relazione “oltraggiosa” , dall’altra la minacciano in modo grave. Leo, che a causa delle leggi naziste ha già perso la casa e il lavoro, viene emarginato progressivamente anche da parte di chi alcuni anni addietro si rivolgeva a lui con rispetto e stima. Le dicerie di quartiere, le malignità, i sospetti infondati, le ignobili calunnie attivano la macchina giudiziaria nazista perché l’ebreo in “quei tempi” va punito in quanto tale a prescindere dal fatto che sia colpevole del crimine di cui viene accusato. La delicata relazione fra il commerciante ebreo e la giovane “ariana” è doppiamente pericolosa in quegli anni perché lega la trasgressione dell’ eccessiva differenza di età con l’accusa gravissima per le leggi naziste di “aver contaminato il sangue” come farnetica Hitler nel 1925 nel suo libro “Mein Kampf”.

Stritolati da un meccanismo disumano e spietato Leo e Irene non avranno scampo. Dopo un processo farsa, quasi surreale, le accuse false e infamanti avranno un tragico epilogo: la pena capitale per l’anziano ebreo e la condanna ai lavori forzati per la giovane Irene. Il valore del romanzo di Giovanni Grasso non si limita al racconto di una drammatica storia vera, poco conosciuta al grande pubblico, perché l’autore con una prosa intensa e uno stile narrativo raffinato che conquista il lettore sin dalle prime pagine, rievoca in modo efficace un arco temporale foriero di eventi drammatici per gli ebrei, prima in Germania e poi nel resto d’Europa. Nel suo libro Grasso racconta la Germania di Hitler, l’impatto delle leggi razziste di Norimberga e le crescenti persecuzioni verso gli ebrei che giorno dopo giorno sono privati dei loro beni, dei diritti civili in un progressivo tentativo di togliere loro persino l’identità umana. Ma l’irresistibile ascesa dell’ideologia nazista ha trovato terreno fertile in quell’atteggiamento che la senatrice Liliana Segre ha più volte menzionato: l’”indifferenza” di tante persone che pur vedendo ciò che accadeva, assistendo ai soprusi voltavano la testa altrove. Dall’indifferenza alla maldicenza, dal pregiudizio all’ostilità per arrivare alla denuncia il passo è breve e può condurre un innocente alla morte. Come è capitato a molte famiglie ebree. Grasso descrive in modo magistrale la macchina dell’odio fomentata dal regime nazista che stravolge le relazioni tra le persone e i comportamenti nei confronti di coloro che un regime nefasto identifica come “diversi”. Un odio che incuneandosi nelle coscienze trasforma un comune cittadino in un persecutore capace di costruire calunnie senza alcun fondamento. L’analisi di Grasso della società tedesca di quegli anni è molto accurata e mette in evidenza, attraverso le parole della portinaia in apertura del romanzo, (“Se sono pentita? Francamente, non capisco di che cosa dovrei essere pentita…a noi sembrava giusto dare a quei due una lezione di decenza….non ho mai avuto pentimenti, la legge è la legge…”) come semplici cittadini trasformati in sostenitori di un regime fanatico si siano autoassolti anche a guerra finita per non fare i conti con le proprie responsabilità. Giovanni Grasso ha scritto un romanzo forte, di grande attualità che invita a riflettere sulla difficoltà di “interpretare” con lungimiranza il presente e sulle conseguenze dell’odio quando si insinua nella società rendendoci indifferenti al rispetto per i diritti dell’uomo, a qualunque religione, nazione o etnia esso appartenga. Dopo questa riflessione sul romanzo di Grasso consiglio la lettura dell’interessante opera di Hans Fallada uscita postuma nel 1947, “Ognuno muore solo” (Sellerio), un romanzo sulla resistenza e sulla disperazione nella Germania sotto la doppia angoscia del nazismo e della guerra che rielabora letterariamente la storia vera dell’inchiesta della Gestapo che portò alla decapitazione due coniugi berlinesi accusati di avere diffuso materiale antinazista.

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Giorgia Greco


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