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'Noi, bambine ad Auschwitz': la testimonianza di Andra e Tatiana Bucci 15/03/2019

Noi, bambine ad Auschwitz
Andra e Tatiana Bucci
a cura di Umberto Gentiloni Silveri e Marcello Pezzetti in collaborazione con Stefano Palermo
Mondadori euro 17,00

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“E’ incredibile constatare come la memoria sia un filo sottile che rischia sempre di spezzarsi. Basta un niente e nessuno ricorda più quello che è successo”.

E’ innegabile come il trascorrere del tempo che ci allontana dagli eventi e la progressiva scomparsa dei sopravvissuti alla Shoah rendano ogni nuova testimonianza un “bene prezioso, un patrimonio dell’umanità da consegnare a chi verrà dopo di noi per leggere, ascoltare, raccontare alle generazioni del futuro”. In questo contesto la testimonianza di Andra e Tatiana Bucci, “Noi, bambine ad Auschwitz” pubblicata da Mondadori è un dono straordinario per tutti perchè rende più resistente quel “filo della memoria” e rappresenta la forza della vita e della sua difesa contro ogni mediazione o cedimento. La peculiarità di Andra e Tatiana, sopravvissute alla follia nazista, è la loro tenera età: hanno solo quattro e sei anni quando varcano i cancelli della più grande fabbrica di morte costruita dall’uomo e sono tra i 50 bambini usciti vivi da Auschwitz dei 230 mila che lì vennero internati. Delle tante giovani vite spezzate, alcune appena giunte a destinazione nel campo, altre dopo essere state sottoposte alle atroci sperimentazioni dei medici nazisti non restano che poche tracce, alcune fotografie che li ritraggono felici nella loro breve infanzia, cui si appellano i familiari alla fine della guerra per tentare di avere notizie o informazioni sul destino dei propri cari.

Fra chi scompare nell’abisso della Seconda Guerra Mondiale c’è Sergio De Simone, cugino delle sorelle Bucci e deportato insieme a loro da Fiume nel campo di sterminio di Auschwitz all’età di sette anni. Chi scrive ha incontrato alcuni anni fa il dolce sorriso di Simone in una fotografia che lo ritrae insieme a Tatiana e Andra negli anni felici dell’infanzia nel volume curato dalla docente e storica Maria Pia Bernicchia, “Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti”, edito da Proedi basato sul libro del 1979 del giornalista tedesco Gunther Schwarberg che per primo portò alla luce la storia dei bambini della scuola di Bullenhuser Damm. Con uno stratagemma crudele, la promessa di riabbracciare la mamma, venti bambini, fra cui Sergio, vengono portati via dal Kinderblock, la baracca dei bambini ad Auschwitz, sottoposti a devastanti sperimentazioni mediche nel campo di concentramento di Neuengamme, uccisi nella cantina della scuola di Amburgo e appesi a un gancio nel muro dello scantinato solo pochi giorni prima dell’arrivo degli Alleati a Berlino. E’ grande il rimpianto di Andra e Tatiana per non essere riuscite a impedire al piccolo Sergio di seguire le SS e a proteggerlo da un destino terribile come loro stesse erano state protette e tutelate da una blockova che, nonostante la durezza nei gesti e nelle parole, manifesta nei confronti delle sorelline una premura a dir poco sconcertante in quel luogo di morte. Sergio, che rappresenta il simbolo di chi non ce l’ha fatta, occupa un posto di rilievo nella testimonianza delle sorelle Bucci e ritorna frequentemente nei loro ricordi suscitando nel lettore una profonda commozione e partecipazione per un dolore che non si potrà mai estinguere.

Con un’unica voce che racchiude il peso di una testimonianza così difficile, le due sorelle si alternano nel racconto della loro esperienza in un’opera capace di attraversare il tempo. Ma è solo dal 2005 che le sorelle Bucci hanno cominciato a parlare ai giovani nelle scuole e a partecipare ai viaggi della memoria varcando dopo 70 anni ancora una volta i cancelli del campo di sterminio. Muovendosi da Bruxelles, da Padova e dai luoghi dove la vita le ha portate a vivere, Andra e Tatiana sono infaticabili nel dare un contributo alla conservazione della Memoria perché sono consapevoli di essere fra i pochi che possono ancora trasmettere quello che i loro occhi hanno visto. Nate in una famiglia “mista”, il padre cattolico e la mamma ebrea, crescono nell’ambiente tollerante e libero di Fiume, la città dove era giunto ai primi del Novecento il ramo materno della famiglia, in fuga dai pogrom e dalle persecuzioni antiebraiche. Una vita tranquilla e sicura che si spezza inesorabilmente prima con l’avvento delle leggi razziali del 1938 poi con la guerra, la scarsità di cibo, il razionamento, la borsa nera e, dopo l’8 settembre 1943, con l’inizio delle deportazioni degli ebrei italiani verso i campi di sterminio. La vita di due bambine viene sconvolta da un giorno all’altro quando la sera del 28 marzo 1944 nazisti e fascisti irrompono in casa e incuranti delle suppliche della nonna Rosa arrestano la famiglia per deportarla, dopo una breve sosta nella Risiera di San Sabba, ad Auschwitz-Birkenau. Molti di loro vengono inviati al gas mentre fra gli internati nel campo c’è mamma Mira, la zia Gisella, il piccolo Sergio e le sorelline Bucci.

Perché sono state risparmiate quando tutti i bambini venivano avviati subito nelle camere a gas? Si può solo fare delle ipotesi: forse ha pesato il ramo cattolico della famiglia, oppure per la somiglianza così marcata sono state scambiate per gemelle e pertanto utili agli esperimenti del dott. Mengele. La casualità del destino rimane un enigma inspiegabile…. Da una infanzia piena di calore alla durezza del campo di Birkenau la vita prende una direzione incontrollabile per le sorelline Bucci. Eppure agli occhi dei bambini persino la violenza più incomprensibile diventa ordinaria normalità. E’ l’unico modo che hanno per resistere e sopravvivere: in un luogo dove orrore e morte sono parte del paesaggio anche giocare accanto a un mucchio di cadaveri osservando “il camino dei crematori che sputa continuamente fiamme e fumo” acquista una dimensione “normale”. Dopo nove mesi di inferno la liberazione avvenuta il 27 gennaio 1945 ha il volto di un soldato che indossa una divisa diversa con una stella rossa sul berretto e il sapore di una fetta di salame che quel soldato offre loro con un sorriso.

Prima di riabbracciare i genitori affronteranno nuovi viaggi ed esperienze diverse, alcune dolorose come l’orfanotrofio di Praga, altre gioiose come l’istituto a Lingfield in Inghilterra, un centro di recupero diretto da Anna Freud, dove ritroveranno la loro infanzia rubata. Trascorreranno alcuni mesi prima di essere rintracciate dalla mamma, anch’ella sopravvissuta alla Shoah, e finalmente nel dicembre del 1946 su un binario della stazione Tiburtina di Roma riabbracceranno mamma Mira, quella donna coraggiosa che con le sue visite nel campo di prigionia per cui rischiava la vita, con la forza di volontà nel guardare fiduciosa al futuro, è stata l’ancora cui le bambine si sono aggrappate per ritornare a un’esistenza piena e consapevole dando vita a nuove famiglie con figli e nipoti. Il racconto delle sorelle Bucci contiene un messaggio prezioso di speranza e amore per la vita perché anche nei momenti più bui quando il cammino appare senza sbocchi e i valori sembrano dissolversi e perdere consistenza si può ricominciare a vivere e ripartire verso un orizzonte inedito con spirito fiducioso.

La loro storia ha preso anche la forma di un volume dedicato ai più giovani, quei ragazzi verso cui si rivolge da ormai molti anni l’impegno di Andra e Tatiana per trasmettere la Memoria: “La stella di Andra e Tati” scritto da Alessandra Viola e Rosalba Vitellaro edito da De Agostini. Una narrazione lieve che accompagna con parole semplici i bambini nella scoperta di una realtà dolorosa, aiutandoli ad acquisire nel modo più opportuno la giusta consapevolezza di uno dei periodi più bui della nostra storia.

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Giorgia Greco


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