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'Tutte le mie mamme', di Renata Piatkowska

Tutte le mie mamme
Renata Piatkowska
Traduzione di Barbara Majchrzak
Illustrazioni di Maciej Szymanowicz
Giuntina euro 15,00

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“Finchè vivrò e avrò forza ripeterò che la cosa più importante al mondo è il Bene” (Irena Sendler)

Cavaliere dell’Ordine del Sorriso Renata Piatkowska è una fra le autrici polacche più note di opere per ragazzi, i cui libri pieni di calore e umorismo hanno anche un alto valore educativo. E’ il caso della storia narrata come una favola ma ispirata a fatti realmente accaduti che la casa editrice Giuntina pubblica nella collana Parpar con il titolo “Tutte le mie mamme”. Il signor Bauman, ormai anziano e stanco, ama sedersi su una panchina nel parco e far scorrere sotto le palpebre degli occhi i ricordi dolorosi della sua infanzia nel ghetto di Varsavia quando era “un ragazzino in pantaloncini corti e scarpe con i lacci”. Inizia così questo libro magistralmente illustrato ricco di momenti drammatici, di istanti di dolcezza e di paura per il futuro ma anche di una solidarietà coraggiosa che salva vite umane. Quando la guerra irrompe all’improvviso nel piccolo mondo di Szymon Bauman, dopo l’invasione tedesca della Polonia, il bimbo si accorge con sgomento che è molto diversa da come l’aveva immaginata e il suo fucile di legno non può difendere né lui né la sua famiglia dalle persecuzioni contro gli ebrei. Prima di tutto i nazisti li costringono ad abbandonare la loro normalità e li rinchiudono in un ghetto da cui è impossibile uscire se non a rischio della vita, devono portare una fascia sul braccio con la stella di Davide e arrabattarsi ogni giorno per procurarsi un po’ di cibo. Con la fervida immaginazione che è tipica del mondo infantile Szymon insieme alla sorella Chana rievoca nella mente i piatti gustosi della tradizione ebraica: lo tzimmes, la challà inzuppata nel miele e poi il tcholent appena sfornato ma poi “i nostri pancini vuoti ci facevano male e brontolavano dalla rabbia”. Per fortuna la solidarietà non manca e grazie alla generosità dei vicini “la catena dei cucchiai” con qualche manciata di riso, farina o cereali arriva a saziarli un poco. In questo luogo malsano, anticamera della deportazione, la vita già grama è destinata a peggiorare: dopo la cattura del padre anche Chana viene arrestata e inviata nel lager di Treblinka (riesce però miracolosamente a nascondere sotto il letto il fratellino), mentre la mamma si ammala gravemente. Finchè un giorno si presenta alla porta l’infermiera Jolanta che tutti nel ghetto conoscono per la sua bontà.

Come un “grande armadio ambulante” Jolanta nasconde sotto il suo ampio cappotto cibo e medicine destinati a salvare la vita a molti ebrei rinchiusi nel ghetto. L’infermiera convince la mamma di Szymon ad affidarle il bambino che, con grande rischio, viene nascosto in uno scatolone di saponi e fatto uscire di soppiatto dal ghetto. Da quel momento il piccolo Bauman si chiamerà Stas, imparerà le preghiere cristiane e sarà accolto in varie famiglie dove grazie al coraggio, prima di mamma Maria a Varsavia, poi di mamma Ania a Otwock riuscirà a salvarsi dalla deportazione insieme agli altri bambini ebrei che l’infermiera Jolanta aveva fatto fuggire dal ghetto. Sono più di 2500 i piccoli salvati dai campi di sterminio le cui identità, vere e fittizie, riportate da Jolanta su foglietti di carta sono rimaste per anni chiuse in un barattolo sotterrato sotto un melo in un giardino di Varsavia fino a quando la vita non ha ripreso il suo corso in nome di quel “bene” che aveva germogliato vincendo il Male assoluto. Chi è l’infermiera Jolanta? Solo dopo la guerra Bauman apprende l’ identità di quell’angelo salvifico, il cui vero nome è Irena Sendler. Allo scoppio della guerra Irena si attiva per soccorrere le famiglie più disagiate salvando molti giovani dalla deportazione ai lavori forzati in Germania. Nominata capo del Dipartimento infantile nel 1942, grazie al suo lavoro nell’assistenza sociale e al lasciapassare ottenuto per entrare nel ghetto come infermiera addetta alla disinfestazione, organizza una rete di soccorso procurando cibo, generi di conforto e medicine. Alla decisione dei tedeschi di liquidare il ghetto inizia anche a trasferire i bambini, vestita da infermiera, nascondendoli nelle ambulanze, dove addormentati con sonniferi o celati in un sacco riescono a passare nella parte ariana, facendo credere agli uomini della Gestapo che si tratta di morti per tifo. E’ grazie a questa eroina che i piccoli raccolti in centri di assistenza e poi assegnati a famiglie, orfanotrofi o conventi avranno una possibilità di vita.

Candidata per due volte al Premio Nobel, Irena ha ricevuto la più alta onorificenza che lo Stato d’Israele conferisce a chi ha salvato degli ebrei dalla deportazione: dal 1965 è “Giusta tra le nazioni” e dal 1991 è cittadina onoraria di Israele. Nel 2006 l’associazione “I figli dell’Olocausto” insieme al Ministero degli esteri ha istituito il premio “Irena Sendler” per aver reso migliore il mondo e nel 2009 è stato girato il film “I figli di Irena Sendler” interpretato dall’attrice premio Oscar Anna Paquin. Morta all’età di 98 anni questa donna coraggiosa che ha salvato più di 2500 vite ha vissuto modestamente fino alla fine dei suoi giorni guardando sempre con amore il prossimo. Il libro di Renata Piatkowska, narrato con rara sensibilità, ha il merito di rivolgersi ai giovani per far rivivere, sullo sfondo di una tragedia immane, l’opera di una donna altruista, capace di credere in un futuro migliore in cui il Bene avrebbe prevalso, che ha lasciato a tutti noi un esempio di coraggio e autentica umanità. Per chi vuole approfondire la storia di Irena Sendler è disponibile una sua biografia scritta dall’americana Tilar J. Mazzeo, “La ragazza dei fiori di vetro” (Piemme) e un volume che le edizioni San Paolo hanno dato alle stampe alcuni anni fa intitolato “Nome in codice Jolanta” di Anna Mieszkowska.

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Giorgia Greco


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