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'Finchè un giorno', di Shemi Zarhin 06/02/2019

Finchè un giorno
Shemi Zarhin
Traduzione di Olga Dalia Padoa
Spider&Fish euro 19,50

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“La vita è una poesia e questa poesia ora mi sta mettendo alla prova, mi chiede il verso finale, o forse quello d’inizio”.

E’ innegabile che il cinema insieme alla letteratura rappresenti la miglior carta da visita della produzione culturale israeliana. Quel fermento cinematografico e letterario che serpeggia in Israele è direttamente proporzionale alla vivacità di un panorama artistico che a sua volta rappresenta lo specchio fedele della società israeliana attraversata da profonde contraddizioni, tendenze divergenti ma desiderosa di analizzare e comprendere gli eventi storico-politici del Medio Oriente e di calarsi nelle dinamiche di una quotidianità in perenne evoluzione. Per questo l’arrivo nelle librerie italiane dell’opera prima di Shemi Zarhin, uno dei registi più importanti del cinema israeliano, è l’occasione per incontrare una nuova voce del panorama letterario israeliano. “Finchè un giorno”, pubblicato dalla casa editrice Spider&Fish, è un libro intenso e impegnativo che richiede una lettura pacata per poter cogliere le sfumature poetiche di una prosa raffinata e riflettere sulle tematiche complesse che pervadono una trama dai toni a tratti surreali. Sullo sfondo della storia di Israele degli anni Settanta in un quartiere popolare della città di Tiberiade, luogo magico e carico di sensualità, si muovono i personaggi di questa imperdibile saga familiare in cui l’autore articola una gamma multiforme di materiali: dalle ingarbugliate relazioni che si innescano in una famiglia ai turbamenti dell’adolescenza, dalla difficoltà di crescere per i bambini traumatizzati da aspri conflitti familiari alle conseguenze dei campi di sterminio sulle nuove generazioni, dalle tensioni fra le diverse tendenze politiche ai lutti delle guerre di Israele. Il tutto narrato con profonda empatia e un tocco di realismo magico cui non sfugge un pizzico di ironia.

Non è semplice riassumere la trama del romanzo di Zerhin che si dipana nell’arco di molti anni, sia per la struttura molto articolata sia per i continui rimandi temporali e, per non incorrere in uno spoiler, mi soffermerò sulle dinamiche che muovono i personaggi di questa famiglia così originale e gli amici che la circondano. “Proprio di mercoledì il vento occidentale si rafforzava trasformandosi in una furia selvaggia, erompendo da in mezzo alle montagne e venendo a rovesciare mondi, assordare orecchie, inondare gli occhi di granelli di polvere e suscitare chiassosi litigi che alla fine venivano dimenticati per poi scoppiare di nuovo il mercoledì successivo e ripetersi ogni volta uguali”. Siamo in un quartiere popolare di Tiberiade dove vivono Shlomi un bimbo di sette anni, molto responsabile per la sua età anche se un po’ sognatore, e il fratellino Hilik cagionevole di salute e appassionato di parole e di libri al punto che ogni volta che la malattia alle orecchie lo costringe a letto si circonda di grossi tomi. ….Da grande avrebbe voluto diventare “una rilegatura”! Una commovente complicità unisce i due fratelli che formano una squadra coesa per affrontare le difficoltà e le sofferenze della vita sin dai primi anni d’infanzia. Mentre il padre Robert, dalle mani d’oro e dal carattere ottimista, si industria con mille lavoretti per sbarcare il lunario, la mamma Ruchama più concreta e dal carattere impetuoso ama leggere libri ed è appassionata di poesie. Nel palazzo vive anche una vicina rumena, Vardina, confidente di Ruchama, che non avendo una propria famiglia si è affezionata ai piccoli Shlomi e Hilik cui dedica cure e attenzioni ascoltando con amorevole pazienza ciò che increspa il loro mondo di bambini. Poco distante vive Ella, una bambina problematica che frequenta la stessa classe di Shlomi, con i genitori che Ruchama chiama “pulviscolo d’uomo” perché reduci dai campi di sterminio. Robert decide di intraprendere un’attività di serramenti e intenzionato a chiedere un prestito ad un zio ricco che vive in Argentina parte per quel paese lasciando Ruchama in gravi difficoltà economiche finchè, su consiglio di Vardina, non avvia una sorta di attività di ristorazione preparando in casa piatti prelibati in occasione di cerimonie religiose come bar-mitzvà o matrimoni. In poco tempo diventa famosa in tutta Tiberiade e con l’aiuto di Shlomi, che si dedica con entusiasmo alle creazioni culinarie, inventa ricette sempre più elaborate e gustose saturando di profumi e aromi la cucina e l’intero quartiere. In questo microcosmo, divertente e doloroso al contempo che rispecchia la società israeliana di oggi, l’autore con tocco magistrale innesta drammi familiari, racconta conflitti adolescenziali dalle conseguenze imprevedibili, turbamenti d’amore, riflette sulla solitudine dell’uomo, sul dramma della guerra che si porta via giovani vite, su ricongiungimenti familiari non privi di reciproche sofferenze, sulla nostalgia per il passato che attraversa ciascun personaggio come pure la società israeliana e sul timore per il futuro che spesso fa perdere di vista il presente. Shlomi, ancora adolescente, incontrerà una sessualità adulta nella persona di Hanna, la mamma di Ella, con profonde ripercussioni emotive ed esiti inattesi per la sua giovane vita; Robert per ripagare lo zio del denaro ricevuto acconsentirà a dare alla sua giovane compagna Rochelle un figlio che lui non può darle e questo segreto peserà come un macigno nella sua anima; Ruchama sublimerà nella passione per la cucina e nella dedizione ai figli la scelta dolorosa di tenere Robert lontano da sé; Hilik, ormai cresciuto e in buona salute, sarà inviato in Libano andando incontro a un tragico destino; Ella, incapace di venire a patti con un passato troppo carico di compromessi, preferirà la solitudine alla vita con Shlomi, testimone di quel passato. E’ un universo di solitudini incrociate quello che ci descrive Shemi Zarhin in cui il destino ineluttabile di una famiglia si apre nelle ultime pagine a uno scorcio di speranza e di fiducia nel futuro, racchiuso nella decisione Shlomi di assumersi la responsabilità di due bambini, entrambi legati a lui da un diverso vincolo di sangue, per offrire loro quell’ infanzia felice cui hanno diritto tutti i bambini nonostante gli errori e le mancanze degli adulti.

Shemi Zarhin non è solo uno scrittore talentuoso è anche un noto regista e sceneggiatore che ha ricevuto nel corso della sua carriera cinematografica numerosi premi internazionali e menzioni d’onore. Con il film “Aviva My Love”, che racconta la vita di una ragazza oppressa di Tiberiade che cerca di realizzare le sue aspirazioni a scrivere con l’aiuto di un famoso scrittore di Tel Aviv, ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura al Chicago Film Festival, mentre con “Bonjour Monsieur Shlomi”, il cui protagonista ricorda uno dei personaggi del romanzo “Finchè un giorno”, ha ottenuto il Grifone d’Oro al Griffoni Film festival. Con la sua prima opera narrativa, che ha superato le centomila copie attestandosi come uno dei libri più venduti in Israele e ha ricevuto riconoscimenti prestigiosi quali lo Steimatzky Prize for Best-selling Book of the year nel 2012 e il Kugel Prize, Shemi Zarhin ha scritto un romanzo coinvolgente che sa scrutare i meandri del cuore calandosi nel sottosuolo più profondo dell’animo umano e grazie ad una scrittura estremamente visiva ci restituisce il meraviglioso paesaggio d’Israele ricco di colori, sapori e profumi.

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Giorgia Greco


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