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'Breve storia della questione antisemita', di Roberto Finzi 23/01/2019

Breve storia della questione antisemita
Roberto Finzi
Bompiani euro 12,00

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“Il fatto è che l’antisemitismo è un atteggiamento mentale basato sul mito e che crea miti. La realtà gli è del tutto estranea” (R.F.)

L’antisemitismo attraversa la storia della civiltà occidentale. Ciò che il XX secolo ha visto attraverso la lente di ingrandimento della Shoah affonda le sue radici nei millenni. Non si può negare che questo “male oscuro” abbia minacciato e continui a minacciare la vita degli ebrei devastando nel contempo in maniera irrimediabile le coscienze dei non ebrei. L’antisemitismo moderno, che ha messo radici per lungo tempo nell’organismo dell’Europa, non è che la punta visibile di un iceberg sotto cui si nasconde, pur lasciandola intuire, una parte immersa in cui prevalgono pregiudizi e false credenze. Il saggio di Roberto Finzi - docente di storia economica e autore fra gli altri del libro “Il pregiudizio. Ebrei e questione ebraica in Marx, Lombroso, Croce (Bompiani, 2011) – in libreria in questi giorni nei tascabili Bompiani con il titolo “Breve storia della questione antisemita”, entra nel cuore del sentimento antiebraico per rintracciare e contestualizzare attraverso lo studio di documenti e l’analisi degli eventi storici le cause, le forme e i segni, a volte espressi a volte meno, di un odio millenario che pare abbia trovato nuove sintesi e nuove forme per manifestarsi, ma anche nuove tane per nascondersi, ad esempio gli anfratti non sempre decifrabili della rete. Nel preambolo al saggio Finzi ricorda come l’origine di questa avversione sia senza dubbio religiosa pur permanendo anche quando la società si laicizza: “si ammanta allora di “scientificità” e viene giustificata, spiegata, propagandata con argomenti “razziali”. Quegli stessi argomenti di cui si sono avvalsi i nazisti e non solo per portare avanti lo sterminio degli ebrei. Per formulare un giudizio onesto su un tema di scottante attualità come l’antisemitismo è necessaria una rigorosa conoscenza dei fatti.

A tal fine Finzi traccia la storia delle diverse espressioni, pratiche e teoriche, dell’antisemitismo moderno partendo dalla metà dell’Ottocento per arrivare ai giorni nostri, precisando come la manifestazione dell’odio verso gli ebrei e i dibattiti che genera sono simili tra loro benchè differiscano i loro effetti pratici: il destino di un singolo individuo e cita l’esempio di Edgardo Mortara, il bambino battezzato di nascosto e sottratto alla famiglia israelita dalla Chiesa nel giugno del 1858 a Bologna, o quello di milioni di persone come nel caso dello sterminio nazista. Con uno stile divulgativo ma rigoroso sotto il profilo storico, l’autore si sofferma sulla tesi del complotto ebraico internazionale che sarà un’ossessione destinata a turbare la mente di ogni antisemita moderno, riprende in modo dettagliato alcuni eventi storici drammatici come l’affare di Damasco del febbraio 1840 e altri accaduti in Europa come l’Affaire Dreyfus, il capitano d’artiglieria ebreo che nel 1894 viene ingiustamente accusato di spionaggio e che dovrà attendere vent’anni prima di vedere riconosciuta la sua innocenza. Un’odissea che diventa il simbolo della lotta del pensiero libero contro il pregiudizio. Con argomentazioni inoppugnabili Finzi analizza la questione dell’usura che nell’immaginario collettivo ha visto l’ebreo da sempre coinvolto in questa pratica per sottolineare come agli ebrei sia sempre stata impedita la proprietà immobiliare e terriera e siano stati per lungo tempo relegati a mestieri marginali, dalla dubbia legittimità etica. Dopo aver affrontato il dibattito sul prestito di denaro nell’universo ebraico Finzi conclude che “la questione del prestito di denaro non ha, come è del tutto ovvio, nulla a che fare con presunte propensioni “naturali” degli ebrei. Il loro atteggiarsi culturale e pratico, è determinato dalla storia, dall’ambiente in cui si trovano a vivere”.

Dopo aver individuato gli elementi dell’avversione agli ebrei in Francia fra Rivoluzione e Terza Repubblica, Finzi ragiona su un’altra forma di disprezzo per gli ebrei nella Francia dell’Ottocento: l’antisemitismo economico e ne esamina accuratamente cause e sviluppi senza nascondere la presenza di posizioni antisemite fra i più noti teorici del socialismo in Francia come Pierre-Joseph Proudhon o Charles Fourier. E’ nel 1879 che appare per la prima volta il termine “antisemitismo” in un libello intitolato “La vittoria del giudaismo sul germanesimo” il cui autore Wilhelm Marr – ci ricorda Finzi – fu un agitatore politico tedesco, ex socialista, fondatore della Lega antisemita. L’autore rammenta inoltre come fu possibile forgiare il termine antisemitismo con un significato razzistico antiebraico. Nel capitolo “Geografie antisemite” Finzi descrive oltre alla drammatica situazione degli ebrei russi nel XIX secolo, alcuni casi di omicidio rituale nella Galizia e nell’Ungheria governate da Vienna, in Renania e più avanti nel XX secolo nella Russia degli zar e sottolinea come il ritorno dell’accusa di omicidio rituale mostri che mentre si sviluppa il nuovo antisemitismo su base razzista, nella coscienza collettiva continuano a vivere i miti medievali frutto dell’antigiudaismo tradizionale cristiano. In realtà – argomenta l’autore – “l’antisemitismo moderno non solo convive con l’antigiudaismo tradizionale e di esso s’alimenta ma a sua volta offre nuove e diverse basi all’avversione tradizionale verso gli ebrei. Nel clima del “nuovo” antisemitismo il giudeo pratica l’omicidio rituale non più in quanto seguace di una religione crudele e nemica ma perché appunto marcato da una indelebile natura malvagia”.

Nel 1920 la diceria del complotto giudeo-massonico si avvale di un nuovo, formidabile strumento propagandistico. E’ il Times di Londra a certificare l’autenticità di un libello, “I protocolli dei savi di Sion” che si rivela ben presto un falso clamoroso di cui Finzi riprende la genesi e gli sviluppi ricordando l’influenza che ha avuto sulle teorie naziste e ha tuttora sulla Carta fondamentale di Hamas, l’organizzazione fondamentalista islamica che si oppone con il terrorismo al processo di pace fra palestinesi e israeliani, dove si legge che i piani dei sionisti sono enunciati nei “Protocolli dei savi di Sion”. Come dire che, nonostante la dimostrazione della loro assoluta falsità, i protocolli continuano il loro perverso cammino. Se negli Stati Uniti, dove prospera la più numerosa comunità ebraica del mondo, l’antisemitismo fra i secoli XIX e XX è un fattore di discriminazione culturale, anche la Russia dei Soviet non è immune da un pregiudizio che Stalin sfrutta come una terribile arma di lotta politica. Nel capitolo “Gli ebrei nei mondi nuovi” Finzi analizza la situazione dei nuovi immigrati ebrei nell’America di Henry Ford, la posizione degli ebrei nella Russia dei Soviet, la nascita del movimento sionista soffermandosi sul confronto fra antisemitismo e antisionismo, oltre che sulla questione se i gulag e i campi di sterminio hitleriani possano e debbano essere assimilati. Il saggio prosegue con una lunga e accurata dissertazione nel capitolo dedicato alla Shoah sull’avvento del nazismo, sul programma politico attuato da Hitler di cui sono cardini il razzismo e l’antisemitismo, sui tragici eventi – dai provvedimenti restrittivi imposti agli ebrei, alle violenze e soprusi perpetrati ai loro danni - che hanno condotto alla “soluzione finale” con sei milioni di esseri umani sterminati, in quanto considerati “non degni di vivere”, da una efficiente e burocratica macchina della morte: Auschwitz, il più grande campo di sterminio divenuto simbolo del genocidio, fu anche un’estensione del moderno sistema di fabbrica - riflette l’autore - dove non si producevano merci ma si utilizzavano gli essere umani come materia prima e si sfornava la morte come prodotto finale.

A settant’anni dalla scoperta degli orrori della Shoah c’è chi nega ancora i campi di concentramento nazisti (nel 2006 a Teheran fu organizzato da parte del governo di Ahmadinejad, allora presidente dell’Iran, un convegno cui parteciparono storici e studiosi di 30 paesi sostenitori dell’inesistenza della Shoah), chi diluisce lo sterminio nella normalità della violenza del secolo, basti pensare alle scritte antisemite negli stadi, e chi, in nome di un latente ma sempre vivo antisemitismo, non riconosce il diritto di esistere allo Stato d’Israele, considerato il luogo – reale e insieme simbolico – su cui riversare un’insensata aggressività. Va detto inoltre che, sebbene la creazione dello Stato d’Israele abbia alimentato l’odio degli arabi nei confronti della popolazione ebraica, Israele ha svolto la funzione di baluardo contro le manifestazioni di antisemitismo che nel mondo contemporaneo continuano a mettere a dura prova la sopravvivenza stessa della popolazione ebraica. Le pagine di questo saggio sono essenziali non solo per gli studiosi ma per chiunque voglia capire le motivazioni alla base di un’avversione che dopo gli orrori della Shoah registra nella nostra epoca un agghiacciante salto di qualità: prenderne coscienza attraverso il “sapere” aiuta a mettere in atto gli anticorpi per superarla. Il saggio di Finzi è anche l’occasione per riflettere sulla paura del “diverso” da noi che “pervade le società persino in questo inizio del terzo millennio, meraviglioso per le straordinarie innovazioni tecniche ma ancora impregnato di una moltitudine di antichi, radicati pregiudizi”.

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Giorgia Greco


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