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'Piccola autobiografia di mio padre', di Daniel Vogelmann 17/01/2019

Piccola autobiografia di mio padre
Daniel Vogelmann
Giuntina euro 5

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E’ dedicata alla memoria del padre Schulim Vogelmann una delle collane della casa editrice Giuntina che il figlio Daniel fonda nel 1980 pubblicando come primo titolo l’opera di Elie Wiesel, “La notte”, cui si aggiungono negli anni molti altri libri di argomento ebraico fino ad avere un catalogo di oltre 500 titoli che, dalla letteratura alla saggistica, dalla poesia alla religione, dal teatro ai libri sulla storia degli ebrei italiani, abbraccia quasi tutto il pianeta ebraismo. E’ una casa editrice di nicchia quella di Giuntina che spicca come un faro capace di risvegliare le coscienze annebbiate dal pregiudizio antisemita e di favorire una costante ricerca della verità per combattere l’intolleranza e il fanatismo. E’ in questa prestigiosa collana che Daniel Vogelmann pubblica in questi giorni “Piccola autobiografia di mio padre” dedicandola alle nipotine Alma e Shira. In poche ma intense pagine, con un linguaggio pacato ed essenziale, Daniel dà voce al padre e lascia che siano le sue parole semplici e dirette a fluire nel racconto della sua vita, quella di un ish anav, un uomo semplice, umile che ha attraversato gli anni bui della persecuzione razziale, è stato deportato ad Auschwitz con la moglie e la figlioletta Sissel, entrambe morte nel campo di sterminio, si è salvato grazie ad Oskar Schindler e ha trovato nell’amore per la vita la forza di ricominciare e ricostruirsi una famiglia.

In trenta pagine si snoda il racconto dell’esistenza di Schulim, nome che indica la pronuncia ashkenazita dell’ebraico shalom, pace: “Sono nato su un treno mentre la città bruciava…” con un inizio dalle sonorità poetiche il lettore apprende della sua infanzia nella Galizia orientale, allora parte dell’impero austro-ungarico, un’area geografica destinata a diventare nel 1943 judenrein a seguito delle persecuzioni naziste. Con lo scoppio della prima guerra mondiale la famiglia si trasferisce a Vienna e, in seguito, mentre il fratello Mordechai completa gli studi rabbinici a Zurigo Schulim, con una buona dose di coraggio per un ragazzo di quindici anni, parte per la Palestina. Dopo aver servito come caporale nell’esercito inglese, nel 1921 prende coscienza che “la carriera militare non faceva per me”, ritorna in Europa e su consiglio del fratello si stabilisce a Firenze dove Mordechai insegna Talmud al Collegio rabbinico grazie ai buoni auspici di Shmuel Zvi Margulies, rabbino capo della Comunità ebraica di Firenze. Qui Schulim trova lavoro presso l’editore Olschki, proprietario della tipografia Giuntina, che assume il giovane correligionario come compositore a mano nominandolo nel 1928 direttore della tipografia. Nel frattempo Schulim si sposa con Anna Disegni, figlia del rabbino di Torino, e nel 1935 nasce la piccola Sissel che in yiddish significa “dolce”. Il sogno di una vita serena con la propria famiglia che è il desiderio di ogni coppia viene infranto bruscamente dalle leggi razziali del 1938 e qui il racconto si sofferma sulla tragica situazione in cui versa l’Italia con l’entrata in guerra nel giugno del 1940 in cui si crede “furbescamente che sarebbe finita di lì a poco” e poi, dopo l’8 settembre 1943, con la fuga del re e l’invasione tedesca dell’Italia la situazione per gli ebrei già drammatica precipita nel volgere di poco tempo. Molti ebrei si nascondono nelle campagne, altri presso amici fedeli in città, Schulim tenta la fuga in Svizzera ma “il destino volle che venissimo scoperti (non chiedetemi perché se non volete che mi si spezzi il cuore), arrestati, rimandati a Firenze e internati a Villa La Selva”.

E’ il 30 gennaio 1944 quando tutta la famiglia viene stipata sul vagone piombato di un treno merci (su quello stesso treno si trova anche Liliana Segre e il padre) e deportata ad Auschwitz. Come per altri sopravvissuti la conoscenza delle lingue e la professione di tipografo salvano Schulim dai lavori più massacranti destinandolo al campo di Plaszow con il compito di stampare sterline false. Successivamente, grazie alla conoscenza del polacco, riesce a farsi trasferire a Cracovia nella fabbrica di utensili per cucina di Oskar Schindler: sarà la sua salvezza! La liberazione nel maggio del 1945 è funestata dalla perdita della figlia e della moglie e il successivo ritorno a Firenze è carico di angoscia e pervaso da un senso di vuoto, anche se alla Tipografia Giuntina lo accolgono come un “eroe”. Per quanti libri si possano leggere sulla Shoah ogni volta il lettore è colto da un senso di smarrimento dinanzi al doloroso percorso psicofisico che hanno dovuto affrontare i sopravvissuti “per risorgere dopo quella morte”: per molti è la perdita della fede, per altri è la difficoltà di relazionarsi con chi non ha conosciuto il campo di sterminio o il senso di colpa per essere sopravvissuti ad amici e familiari che induce Schulim a chiedersi “Perché eravamo stati puniti in questo terribile modo? Perché, fra tanti, mi ero salvato proprio io?” Il lento e difficile ritorno alla vita (“…il tempo mitiga a poco a poco i dolori, anche se non potrà mai farli passare del tutto”) passa per Schulim dal matrimonio con una giovane signora Albana Mondolfi, vedova e padre di un bambino di sette anni e dal desiderio di credere ancora nel futuro mettendo al mondo un figlio. E’ il 28 maggio 1948 quando Daniel viene alla luce donando al padre una profonda emozione perché non avrebbe mai pensato di poter ancora dare la vita, quando solo pochi anni prima tutti i bambini ebrei erano destinati alla morte.

L’impegno nella Tipografia Giuntina lascia poco tempo a Schulim per giocare con il figlio che cresce con i silenzi del padre che, come altri sopravvissuti, sceglie di non raccontare la sua esperienza nel campo forse per non turbarlo o per una innegabile e comprensibile difficoltà a ritornare con la mente nei luoghi dello sterminio. Come tanti “figli della Shoah” Daniel si arrovella sul senso della sua esistenza e su cosa può fare per essere all’altezza del padre fino a scivolare in una grave depressione, incomprensibile per Schulim, che tuttavia si rende conto come a volte “il silenzio possa fare molto più male delle parole”. Daniel alla fine trova la sua strada, si sposa, mette al mondo Shulim chiamandolo come il padre e non riuscendo a realizzare la sua aspirazione di diventare scrittore fonda nel 1980 la casa editrice Giuntina che si specializza subito in opere di argomento ebraico. Una scelta per la quale non smetteremo mai di ringraziare Daniel Vogelmann che ha contribuito con questo progetto alla conoscenza di un mondo ricco di storia, di tradizioni e dalle mille sfaccettature, aprendo la mente dei lettori al dialogo e al confronto costruttivo con l’”altro”. Dando voce al padre, che dall’alto continua a seguire e proteggere il percorso di vita dei suoi discendenti, in poche pagine dallo stile semplice e immediato Daniel ci regala un’opera di grande valore morale, sul significato della vita, sulla fiducia nelle infinite possibilità dell’uomo di ricominciare, sulla necessità di contrastare con il lume della conoscenza il veleno dell’antisemitismo e di tramandare la “Memoria” affinchè il Male (e i negazionisti della Shoah ne sono un triste esempio) possa essere combattuto ogni volta che si ripropone nella Storia. Struggenti sono le cinque poesie dedicate dall’autore alla sorellina Sissel, mai conosciuta ma profondamente amata, che chiudono il libro. Un’opera che scava nell’animo lasciando l’impronta di una memoria da conservare.

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Giorgia Greco


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