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Patrick Modiano - Incidente notturno - 23/02/2016

Incidente notturno
Patrick Modiano
traduzione di E. Caillat
Einaudi euro 17,50

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Nelle prime pagine di Incidente notturno, il protagonista – che racconta di sé in prima persona, tornando a fatti accaduti nell’epoca lontana in cui stava per diventare maggiorenne – sprofonda nell’oblio procurato dall’etere. In un ospedale parigino, dopo essere stato investito da un’auto in place des Pyramides riportando una ferita a un piede, viene addormentato per essere medicato. Gli viene applicata una mascherina sul volto e perde conoscenza. Quando cerca di aprire gli occhi, lo stato d’intontimento prevale: «Facevo il morto e mi lasciavo trasportare dalla corrente di un fiume». Questo ingresso nella vicenda è profondamente significativo. Come se questa volta Modiano volesse fornire al lettore sin dall’avvio della narrazione la chiave onirica. Nella sua scrittura è una dimensione dominante, ma mai come in questo romanzo viene enunciata in maniera tanto programmatica. Un’esperienza comune a tutti coloro che ricordano i propri sogni è quella della ricerca minuziosa che più avanza più si fa dettagliata ma che, contemporaneamente, più tenta di trovare l’oggetto della ricerca meno giunge allo scopo. Patrick Modiano la declina variamente dando di volta in volta più o meno rilevanza enunciativa allo scollamento tra l’ossessività reale della ricerca e il suo oggettivo fallimento. Un fallimento che qualifica la ricerca come incubo.

Incidente notturno è un romanzo del 2003, fa parte dei titoli rimasti inediti in italiano, e che Einaudi dopo l’attribuzione del Nobel sta molto opportunamente recuperando (qui la traduzione, davvero bella, è di Emanuelle Caillat). Il ragazzo investito non ha nome né volto, ma è colui che racconta. Ed è una voce narrante che, per il lettore di Modiano, in particolare per il lettore di Un pedigree, uscito in Francia nel 2005, parla di lui. Prima di quel romanzo cerniera, l’identificazione dei protagonisti dei romanzi di Modiano con altrettanti suoi alter ego era ipotizzabile, ma non autorizzata.

Da Un pedigree in poi, è richiesta dall’autore. Lì egli effettuò la sovrapposizione tra il soggetto di tante ricerche, interrogazioni relative a un passato traumatico e ossessivamente indagato, e il suo io di autore, un io il più possibile oggettivato e allontanato da sé grazie alla scrittura, ma inequivocabilmente personale. Ed ecco che l’incidente notturno, la Fiat verde acqua guidata da una donna bionda ed elegante che investe il giovane uomo alle soglie della maggiore età, tramite il racconto della voce narrante si localizza in un tempo vago ma riconoscibile: intorno al 1965. La prima metà degli anni Sessanta sono gli anni focali per Modiano, quelli che – raggiunti attraverso il ricordo a partire dal presente della scrittura – lo fanno rimbalzare all’indietro verso un terzo piano temporale, l’infanzia. Il luogo, che sempre ritorna, è una Parigi divisa per quartieri, minuziosamente percorsi nel tentativo di recuperarne alla memoria l’esistenza passata.

Spesso ci vuole un fatto violento, in questo caso l’urto dell’auto uscita di controllo, per avviare la ricerca, lanciare il soggetto a pedinarsi sprofondando in un prima dove tutto è avvenuto ma da cui egli si percepiva assente per via di precoci esperienze espulsive: l’abbandono da parte di genitori fragili e irresponsabili, la morte dell’amato fratellino, l’erranza desolata per le vie. Un prima i cui contorni sono a tratti malinconici ma anche dolci, i colori accoglienti, i fatti dolorosi ma soffusi per la lontananza. In quel prima lontano il soggetto intravede il proprio io e cerca di snidarlo conducendo un’indagine quasi poliziesca, in cui si accumulano via via i dettagli, i nomi, gli episodi. Un’altra donna molto simile a quella che l’ha investito, un altro incidente, quando era bambino, un altro uomo, un losco professore incontrato nei caffè in cui chi racconta incontrava suo padre, prima che scomparisse per sempre. E i risultati, a un certo punto, cominciano ancora una volta ad affiorare.

Gabriella Bosco - Tuttolibri La Stampa


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