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Israel J. Singer - A oriente del giardino dell’Eden - 10/04/2015

A oriente del giardino dell’Eden
Israel J. Singer
Traduzione di Marina Morpurgo
Bollati Boringhieri euro 18,50


La copertina e l'autore

Riserva sempre felici sorprese, l’opera di riscoperta di Israel Joshua Singer, fuoriclasse a lungo messo in ombra dal successo del fratello minore Isaac Bashevis, vincitore del Nobel per la Letteratura nel 1978. E’ appena uscito, nella traduzione dallo yiddish di Anna Linda Callow, “La pecora nera”, titolo scelto da Adelphi per l’autobiografia che in origine si chiamava “Da un mondo che non c’è più”. Uscita postuma nel 1946 (Singer era morto nel 1944, a 51 anni) è il racconto dell’infanzia dell’autore, ragazzino riluttante a sottomettersi al “giogo della Torah”. Un’infanzia a cavallo tra Otto e Novecento, nella Polonia impaziente sotto lo zar, del figlio e nipote di eruditi rabbini, impegnato nella scoperta del mondo tra lo shtetl originario di Bilgoraj e quello di Leoncin, dove la famiglia di Israel si trasferì quando al padre fu dato lì un incarico.

Leggere queste memorie “da un mondo che non c’è più” è come visitare il backstage di tutto quello che I. J. Singer scriverà in seguito. Lo vediamo con i suoi cernecchi biondi mentre cerca di non farsi sfuggire nulla di quello che si dicono gli adulti: “‘Quel ragazzino è come l’angelo della morte, ha mille occhi – dicevano di me le comari – spunta fuori dove meno te lo aspetti’. Avevano ragione. Una curiosità inesauribile per le persone e le loro vicende ardeva in me fino dalla prima infanzia. Quello che vedevo in un solo individuo non lo avrei trovato in mille libri. Non potevo placare la mia sete di vita nei testi sacri e li rifuggivo per correre verso la terra, le piante, gli animali, gli uccelli e gli uomini, soprattutto la gente del popolo, la cui vita era autentica”. Lo vediamo mentre ascolta per la prima volta dalla voce del padre la storia di Yoshe Kalb (alla quale dedicherà l’omonimo e famosissimo racconto) o quando, per cullare il fratellino Isaac, neonato dai capelli rossi, lo fa cadere due volte sul pavimento. Assistiamo anche al formarsi in lui di quell’acuta allergia all’ingiustizia sociale che lo accompagnerà poi per sempre, come testimoniano i suoi romanzi. E’ anche il caso di “A oriente del giardino dell’Eden”, uscito a gennaio per Bollati Boringhieri nella traduzione di Marina Morpurgo. Singer lo pubblicò nel 1939, quando viveva già in America da cinque anni. Vi si ripercorrono, dall’inizio del Novecento fino agli anni Trenta, le vicende della famiglia dell’ambulante Mattes Ritte, “un ebreo scalzo e con la barba nera” che dal suo piccolo villaggio polacco parte ogni domenica per portare in giro la sua merce. A Sarah, sua moglie, nascono solo femmine “e ogni figlia rappresentava un nuovo fardello”. Finché non arriva il maschio, e il tugurio di Mattes sembra illuminarsi.

Il piccolo Nachman, gracile e cagionevole, cresce protetto dalle sorelle e dalla madre, riparato come il più prezioso dei tesori, ma questo non gli risparmia le umiliazioni riservate a chi, come lui, è povero tra i poveri. Diventato adulto, Nachman decide che la sua ricerca dell’Eden passa per il rifiuto delle tradizioni religiose famigliari. Fugge dal destino da rabbino che per lui sogna il padre e aderisce ai princìpi rivoluzionari trionfanti nella Russia bolscevica, nuova terra promessa per i reietti come lui. Quello è l’oriente al quale allude il titolo, e quella sarà la tomba di tutte le illusioni di Nachman. Diventato rivoluzionario di professione, dopo aver conosciuto la galera raggiungerà l’Eden sovietico, dove si troverà a vivere qualcosa di molto simile a un incubo. Lo stesso Singer, ragazzo ebreo in fuga dal destino di rabbino stabilito da altri, sperimentò la distanza tra illusioni e realtà nella Russia bolscevica. E nel 1934, quando l’Europa divenne nemica mortale degli ebrei, emigrò Oltreoceano, dove divenne una figura eminente del mondo yiddish e dove lo raggiungerà un anno dopo il giovane Isaac, facendo la propria fortuna.

Il Foglio


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