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Jacqueline Dana - La montagna della speranza - 27/01/2015

La montagna della speranza
Jacqueline Dana
Traduzione di Alberto Cesare Ambesi
Mursia euro 17

“Scrivere è comunicare con il proprio inconscio. Un romanzo è un’avventura che desidero condividere. Racconto delle storie che mi auguro avranno un significato per gli altri” (Jacqueline Dana)

In Europa i nazisti danno la caccia agli ebrei, la Soluzione Finale è già in atto e migliaia di ebrei, incapaci di credere all’orrore che li attende, sono destinati ai campi di sterminio perché l’obiettivo dei carnefici è l’annientamento del popolo ebraico. Tutto questo sembra incredibile agli abitanti di un paesino delle Alpi Marittime francesi, un luogo di villeggiatura idilliaco dove hanno trovato rifugio intere famiglie di ebrei.

E’ a Saint Martin-Vésubie che trova riparo anche Sonia Dreyfus, una giovane donna ebrea laureata in lettere che si sta preparando per l’abilitazione all’insegnamento. Da Parigi dove viveva, la famiglia Dreyfus è costretta all’esilio: i genitori, Louis e Anne-Marie entrano in clandestinità a fianco della Resistenza, la figlia adolescente Nathalie si trasferisce a Mans dai Dupanloup, amici d’infanzia della mamma, mentre Sonia è affidata ai cugini Goldenberg di Nizza, primo di una lunga serie di rifugi che la condurranno da un villaggio all’altro nel tentativo di sfuggire alla cattura. Gli inverni del 1940 e del 1941 sono freddissimi e il carbone scarseggia ma Sonia si trova a proprio agio nella casa dei cugini e, grazie agli insegnamenti amorevoli di Cristiane, apprende l’arte di ricamare e dipingere entrando in contatto con artisti e produttori cinematografici.

Dopo lo sbarco degli Alleati in Africa settentrionale l’8 novembre del 1942 e la disillusione sulla fine della guerra, l’arrivo dell’esercito italiano a Nizza è accolto da sentimenti contrastanti. In realtà i nuovi occupanti non tardano a manifestare un netto rifiuto della politica antisemita di Vichy, si oppongono all’uso della stella gialla e alla qualifica di “giudeo” sui documenti di identità. Inoltre non esitano a piazzare delle pattuglie di Carabinieri per proteggere la sinagoga dalla polizia francese.

Ma Nizza, troppo popolata con ebrei dappertutto e pullulante di collaborazionisti di Vichy furiosi, può trasformarsi in una trappola. Sonia viene convinta a lasciare il tranquillo riparo presso i cugini e con l’aiuto di Simon, un ebreo polacco che opera nella Resistenza e le procura documenti falsi, arriva a Saint Martin-Vésubie. Il tranquillo villaggio di montagna che pare un presepe si riempie a poco a poco di giovani, vecchi, famiglie intere, “un bizzarro caleidoscopio che riuniva tedeschi, cechi, austriaci, polacchi, ucraini…tutti ebrei. Tutti rifugiati in fuga dai nazisti”.

Saint Martin si trasforma in una torre di babele dove nell’aria frizzante della montagna si sentono le lingue più diverse: lo yiddish, la lingua degli ebrei dell’Europa orientale, si mescola allo slavo e all’ebraico. Ci sono medici, avvocati , professori, calzolai, ebanisti, pellicciai, alcuni ferventi praticanti, altri liberi pensatori. Molti arrivano da grandi città o dai villaggi ebraici della Polonia, altri da sperduti paesini, alcuni appartengono a ricche e colte famiglie ebraiche, altri parlano soltanto lo yiddish.

Ma a Saint Martin-Vésubie le differenze sociali o religiose non hanno alcuna importanza: gli ebrei possono contare sulla protezione dei nativi e sulla solidarietà di autorità benevolenti. Una situazione che non conoscono più da molto tempo. Con rigore storico e sapienza narrativa l’autrice ricostruisce episodi realmente accaduti e ci ricorda un capitolo della storia poco conosciuto innestandovi al contempo una delicata e commovente storia d’amore.

Personaggi storici come Duccio Galimberti, eroe di spicco della Resistenza piemontese, Don Raimondo Viale, curato di Borgo San Dalmazzo, piccolo paese non lontano da Cuneo, ideatore di un’organizzazione di aiuto agli ebrei, Angelo Donati, banchiere ebreo italiano molto influente sia in Francia che in Italia e capace di dialogare con le forse alleate, si mescolano a personaggi di fantasia credibili e coinvolgenti la cui sorte ci colpisce profondamente: i coniugi Weill, una ricca famiglia viennese, la loro nipote Judith e l’affascinante tenente italiano Gian Piero Dao Ormena al quale Sonia legherà indissolubilmente la sua vita.

L’amore fra l’ufficiale italiano e la giovane ebrea si dispiega in pagine di straordinaria intensità nella seconda parte del romanzo conducendo il lettore attraverso le drammatiche vicende storiche occorse in Italia dopo l’armistizio del 1943 fino all’arrivo degli Alleati e alla Liberazione dal giogo tedesco. In mezzo la fuga drammatica di Sonia attraverso le montagne, l’arrivo nel paesino piemontese di Elva, da sempre luogo di accoglienza per perseguitati e fuggitivi, dove la giovane donna ritrova il calore di una famiglia nell’abbraccio di Adriana e Gian Carlo Dao Ormena, genitori dell’uomo che ama e dal quale attende un figlio. La nascita di un bambino offre sempre uno spiraglio di speranza e rinnova la fiducia nel futuro anche se avviene in contesti drammatici e difficili come quelli vissuti dalla giovane Sonia.

Ma cosa ne è stato del tenente Dao Ormena dopo che ha lasciato l’esercito ed è entrato nella Resistenza? E la famiglia di Sonia è sopravvissuta? I cugini e gli amici sono scampati alla guerra e allo sterminio degli ebrei?

Jacqueline Dana, autrice di romanzi di successo e giornalista presso le redazioni di quotidiani e riviste francesi, rivela un talento indiscusso nel tirare le fila di una vicenda storica e umana così complessa e ci restituisce un’opera incantevole che si legge d’un fiato, grazie ad una prosa scorrevole e a una trama dal ritmo serrato.

Pubblicato in Francia nel 2010 con il titolo La réfugiée de Saint Martin (Lattes) questo libro che arriva in Italia grazie alla casa editrice Mursia nella bella versione di Alberto Cesari Ambesi, ci riporta con la memoria ad un periodo della storia francese e italiana controverso e ancor oggi dibattuto, offrendoci l’occasione di riflettere su quegli anni bui, testimoni di persecuzioni e violenze, ma anche del coraggio sia dei montanari delle valli del cuneese, sia degli ufficiali e soldati italiani che, anziché chiudere gli occhi e cedere al richiamo dell’ignavia, difesero e salvarono gli ebrei restituendo dignità a tutto il popolo italiano.


Giorgia Greco


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