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André Aciman Harvard Square 11/08/2014
Harvard Square        André Aciman
Guanda                      euro 18,50




ANDRÉ Aciman è stato descritto come un autore assillato dalla nostalgia, la sua stella polare è Proust. In Chiamalo col tuo nome, le Notti bianche, l' Ultima notte ad Alessandria, con una lingua meravigliosa e capacità introspettive estreme raccontava di amori non consumati, di spaesamento, diversità, fuga dall'Egitto bambino insieme alla sua famiglia di ebrei cacciati ai tempi di Nasser. I suoi rimpianti per ciò che si è perso o non si è diventati, hanno una forza vitale luminosa, e spesso anche scanzonata.
Eccolo ora in Harvard Square, dove il protagonista narrante è anonimo ma la carica autobiografica evidente, approdato nella nota università americana. Passa la torrida estate del 1977 nel campus trasformato quasi in un deserto. È senza un soldo e deve anche rimediare un esame andato male: un piccolo lavoretto alla biblioteca, molti libri di letteratura cinque/ seicentesca da leggere, creme solari da spalmarsi sdraiati sul tetto di casa, invidia per le coppie vicine di appartamento, la paura di non farcela e di essere cacciato dalla facoltà. Ore solitarie, unite alla sensazione di essere un paria, una sorta di impostore che non verrà mai accettato da questi wasp privilegiati e raffinati, dalla ricca America. Una parte di lui aspira all'integrazione, un'altra desidera Alessandria, o Parigi dove ha passato del tempo prima degli Stati Uniti, basta che sia Mediterraneo.
È per questo che, mentre ciondola giorno e notte per Cambridge, finisce al Café Algiers, un piccolo bar seminterrato che profuma di medio oriente, ventilatore a pale, magrebini di ogni tipo, caffè turco, una casbah in miniatura. E mentre legge Montaigne seduto a un tavolino traballante, lo vede e lo sente: un taxista berbero tunisino di circa trent'anni, con la barba e un berretto da Che Guevara, pieno di energia e sex appeal: lo chiamano Kalaj, da Kalashnikov, un po' perché parla, spara parole come una mitragliatrice, in francese come la lingua madre dell'io narrante, un po' perché è un martello pneumatico contro tutto e tutti, un trapano, «ogni sillaba irta di veleno, vendetta e vetriolo. Rattat- tat-tà, e giù contro capitalisti, comunisti, liberali e conservatori, contro il Vecchio continente, il Nuovo mondo, la Società delle Nazioni, la Lega araba...», le femministe, i cattolici, la Grande muraglia cinese, il muro di Berlino, bianchi, neri, ebrei, gay, lesbiche... Unici pensieri fattivi per la testa, le donne — è un seduttore quasi professionista — e la green card per restare negli Usa.
Ci vuole poco a Kalaj per conquistare il protagonista e far polpette del suo spleen traducendolo in sarcasmo, nel sentirsi insieme nemici del mondo e delle "megapatacche" ame- ricane (le bistecche super, i centri commerciali, le macchinone, i seni rifatti, lo spray per l'alito fresco), nel rimpiangere sole e mare africano, mangiare a sbafo, bere in qua e là, ridere all'impazzata, far amicizia in pochi minuti, puntare le donne e scopare a manbassa. Kalaj trascina "André" in un vortice che lui non si è mai nemmeno sognato: una specie di avventura esistenzialista degna di Kerouac. Qualcosa che non contraddice la loro consapevolezza di essere esiliati, smarriti, ma che li eccita o li deprime, li fa rovesciare Cambridge come un calzino, vagare di notte a caccia di nuove prede, di cene e bevute, sesso, per poi lasciarli inesorabilmente ognuno alla sua vera identità: l'io narrante a un passo dalla carriera universitaria, dal diventare un vero americano, agitato, ossessionato a volte, dal desiderio di abbandonare quel berbero esplosivo e autolesionista alla sua strada per non vergognarsi più della sua presenza e non farsi trascinare giù nella polvere; e Kalaj, che pure a un certo punto, grazie all'amico, sembra emanciparsi dalla sua sorte e sarebbe in realtà entusiasta di lasciare i suoi stracci alle spalle, segnato invece dai fantasmi delle sue origini e da un destino amaro. Un ebreo e un musulmano del tutto laici, attratti e respinti da due forze contrarie, due anime allo specchio, innamorati quasi uno dell'altro. Eppure no, non funziona, forse perché non può funzionare o forse perché il protagonista è un vigliacco come dice spesso di sé. Chissà se anche Aciman si è odiato per qualcosa di simile, comunque ha scritto un gran bel romanzo, convincente, forte; il più bello forse, non lo vorresti lasciare mai.

Susanna Nirenstein
La Repubblica

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