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Anat Einhar Peccati d'estate 28/07/2014
Peccati d’estate                                                     Anat Einhar

Traduzione di Cecilia Biondi e Yair Haendler

Editing di Shulim Vogelmann


Giuntina                                                                  euro 15



Appartengono a due diverse generazioni ma entrambi sono nati a Petach Tikva, l’uno nel 1937, l’altra nel 1970. Il primo è ormai divenuto un classico della letteratura israeliana e i suoi romanzi sono tradotti e apprezzati in tutto il mondo, la seconda laureatasi alla scuola d’arte e design Betzalel, designer e autrice di graphic novels è alla sua prima esperienza narrativa.
Per chi frequenta la letteratura israeliana i racconti di Anat Einhar pubblicati da Giuntina con il titolo “Peccati d’estate” sono una piacevole scoperta che cattura il lettore per l’alta cifra linguistica e per la capacità di penetrare nella psicologia dei personaggi, colti in una quotidianità spesso convulsa e conflittuale.
Una caratteristica questa che ricorre anche nei romanzi di Yehoshua Kenaz in cui la dimensione intima della narrazione si dispiega ai margini della Storia e dove il conflitto non entra nel racconto ma ne costituisce lo sfondo su cui si innestano le vicende dei protagonisti. “Peccati d’estate” è il primo dei quattro racconti che compongono il libro di Anat Einhar, tutti ambientati in una estate calda e afosa eppure diversi l’uno dall’altro per i personaggi, per i temi affrontati e per le ambientazioni scelte, ma con una costante che ricorre in ogni storia: il confine rappresentato da uno spazio chiuso che può essere quello di una scuola, di una casa o di un caffè diventa il luogo privilegiato di interazione per i protagonisti dei racconti.Nel primo colpisce la capacità introspettiva dell’autrice, sia nell’analizzare le emozioni che albergano nell’animo di Tzvi, professore di matematica che perde l’amato cane Guli in un attentato e senza il quale non trova più alcun senso in una passeggiata solitaria, sia nel cogliere con sguardo acuto le conflittualità dell’adolescenza che possono sfociare in atti di pura crudeltà.
Ancora lo spazio domestico fa da sfondo al secondo racconto dove un immigrato russo, alle prese con le difficoltà della nuova lingua, lavora a servizio nella casa di una famosa poetessa.
Accusato ripetutamente di furti mai commessi alla fine il giovane, in una sorta di rivalsa, le sottrae gli occhiali senza i quali non potrà partecipare ad una conferenza.
Un forte senso di claustrofobia si avverte leggendo il racconto “Sotto la maglietta stirata”, il più intenso ed emotivamente coinvolgente, a parere di chi scrive.
Indimenticabile è il ritratto della bambina affetta da scoliosi, costretta a portare un busto per raddrizzare la colonna vertebrale della quale l’autrice coglie, con delicatezza e sensibilità, i momenti di sconforto e di inadeguatezza nei confronti dei compagni di scuola. Anche in questo racconto è un luogo chiuso a delimitare i confini spaziali della narrazione: ora la casa dove la bambina vive con la famiglia e una sorella che suona la chitarra, ora la piscina, l’unico ambiente in cui si sente “libera” perché può togliersi quella corazza che l’avvolge di notte e di giorno, ora l’appartamento del vicino, un individuo strambo con le spalle tatuate che l’accoglie non si sa se per amicizia o per ricevere compagnia. Lisson è invece la protagonista dell’ultimo racconto “Chi morirà per fuoco”?, una giovane donna che non riesce a rimanere incinta, sottoposta a pressioni dalla suocera e dalla madre, troverà una soluzione discutibile al suo problema. Tessitura a più voci, caleidoscopio di emozioni e sensazioni intense, quasi visive, l’opera prima di Anat Einhar colpisce più che per l’intreccio narrativo per la scrittura intensa, per l’eleganza lessicale, per la minuzia nel ritrarre i profili psicologici dei protagonisti, oltre che per le descrizioni degli ambienti così particolareggiate che paiono dipinti su tela. E’ un libro che fa riflettere perché i sentimenti e le passioni dei protagonisti, come a volte avviene nella vita, si confondono e capita che l’amore si trasformi in odio o la compassione nel rifiuto dell’altro.
Anat Einhar, che ha ricevuto nel 2008 il Wiener Prize e nel 2010 il prestigioso Sapir Prize per questa opera prima, si colloca meritatamente fra i nuovi talenti della narrativa israeliana e ci regala un libro da assaporare lentamente pagina dopo pagina, dalla cui lettura si esce ammaliati e decisamente arricchiti.

Giorgia Greco

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