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Inge Salomon Meyer Kamp, I ricordi di Inge 17/01/2011

Inge Salomon Meyer Kamp
I ricordi di Inge e dei suoi figli Rolf e Nico Kamp  
a cura di Maria Pia Bernicchia
Proedi                                                                           Euro 10,00

Era difficile aggiungere una voce nuova allo strazio raccontato dai tanti libri di memorie sulle atrocità compiute dai nazisti nei lager. Eppure in questa materia così dolorosa che riesce a scardinare, come poche altre, certezze e convinzioni, “I ricordi di Inge” edito dalla casa editrice Proedi si distingue  come una piccola tessera di vita e d’amore in un efferato mosaico di morte. Amore e rispetto che la curatrice Maria Pia Bernicchia, ricercatrice e studiosa della Shoah oltre che autrice dello straordinario sito www.laportadellamemoria.blogspot.com e del libro “Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti” (Proedi) recensito in queste pagine, profonde alla Memoria di coloro che la brutalità nazista ha strappato alla vita, ha spogliato dei loro beni, dei loro affetti e spesso della dignità.
E in un’epoca in cui, pare quasi incredibile, ma presidenti di stato che occupano un posto alle Nazioni Unite, illustri docenti universitari possono negare “l’innegabile” e cioè che la Shoah ha sterminato più di sei milioni di ebrei ecco che il lavoro di Maria Pia Bernicchia assurge ad un valore inestimabile: è un documento prezioso grazie al quale noi lettori veniamo a conoscenza di un altro tassello di storia (che a pieno titolo si inserisce nel fiume della grande Storia) che in quegli anni bui testimonia la violenza e l’odio di cui furono capaci i nazisti, ma anche la generosità di chi aiutò i figli di Inge e molti altri ebrei salvandoli da morte certa.
Ad un occhio superficiale la memorialistica sulla Shoah può apparire simile nei contenuti: non è così perché ogni testimonianza, unica e irripetibile, è come un rivolo che confluisce insieme a tanti altri nel grande fiume della Storia, alimentandola e offrendole ogni volta nuova linfa vitale.
Chi è Inge Salomon Meyer Kamp?
E’ una giovane donna ebrea tedesca nata a Colonia nel 1932, sposata con Fritz Kamp e madre di due bimbi di pochi anni, Rolf e Nico. Inge che ha subito le conseguenze della persecuzione razziale, ha dovuto abbandonare la sua casa, il lavoro, separarsi dai suoi figli per proteggerli, ha conosciuto l’orrore del campo di sterminio di Auschwitz, convivendo nella stessa baracca di Anna Frank, sopravvive allo sterminio e nei suoi “Ricordi” ci conduce attraverso un percorso fatto di sofferenze, rinunce, fame, miseria, botte con il pericolo di morire ogni giorno, fino all’insperata liberazione al termine della quale la gioia di poter riabbracciare i suoi figli, nascosti per tutto quel tempo da famiglie della Resistenza, è amareggiata dalla consapevolezza che il marito non è più al suo fianco e che l’ultima volta che l’ha visto è stata all’ arrivo sulla rampa del campo di sterminio.
Dopo la fuga dalla Germania nel 1938 e l’arrivo ad Amersfoort in Olanda le difficili condizioni di vita di Inge e della sua famiglia peggiorano ulteriormente con l’occupazione del paese il 10 maggio 1940 da parte dei tedeschi e la successiva decisione di allontanare i figli - nascondendoli presso famiglie disposte ad ospitare ebrei a rischio della vita - non è scevra da sofferenza, ma si rivela l’unico modo per proteggerli.
Inge e il marito costretti a cambiare “casa” più volte vengono alla fine denunciati e arrestati: dopo il carcere ad Amersfoort e ad Amsterdam vengono trasferiti al campo di transito di Westerbork e destinati alle baracche S-Baracken, baracche di punizione, e adibiti al lavoro nel campo batterie.
Domenica 3 settembre 1944, nonostante i tentativi di evitare la deportazione, i carri bestiame si riempiono di 1019 deportati diretti ad Auschwitz fra cui Inge, il marito, Anna Frank con la madre e la sorella.
Una volta giunti al campo di sterminio scrive Inge nei suoi Ricordi: “…fummo fatti uscire dai carri bestiame e bastonati dalle SS. Fu l’ultima volta che vidi mio marito, di lui fu persa ogni traccia”.
Da quel momento inizia per Inge una crudele discesa agli inferi, in un mondo di orrori e crudeltà, nel quale le verrà dato un altro nome, da quel momento si chiamerà A fünfundzwanzigtausend …A25153: uno fra i numerosi tentativi degli aguzzini di distruggere la volontà umana e annientare la dignità delle persone….
Queste donne colpevoli solo di essere ebree subiscono inaudite violenze in un crescendo di botte, appelli estenuanti nel freddo invernale con i piedi nel fango e nella neve, coperte solo da pochi laceri stracci.
Cosa è in grado di fare un essere umano ad un altro essere umano? Rispondere a questa domanda rischia di far perdere il senno.
Inge racconta che Anna Frank era sopra di lei nel tavolaccio di legno al blocco 29 e spesso di notte veniva bagnata  perché Anna “doveva avere la vescica debole o soffrire di ansia” e per questo la mamma si scusava con lei ogni mattina. Anna, quella ragazza vivace e allegra, che ci ha lasciato con il suo Diario un documento imperdibile, viene deportata a Bergen-Belsen dove morirà di tifo nel marzo 1945, mentre Inge da Birkenau giunge a Liebau, in Slesia. Dopo il lavoro in una fabbrica che produce catene da neve per i mezzi militari tedeschi e, successivamente, in un campo di aviazione, per raggiungere il quale deve percorrere 14 chilometri e lavorare pesantemente, Inge e le altre prigioniere  vengono utilizzate per un altro lavoro durissimo nella cava di pietre.
Ancora percosse e tanta sofferenza attendono Inge prima della liberazione l’8 maggio 1945 ma è solo il 13 giugno che può finalmente riabbracciare i suoi bambini alla stazione di Amersfoort (“Quando ripenso quello che ho passato, a come sia potuta sopravvivere, ancora oggi mi sembra un miracolo”).
E per noi lettori è davvero un miracolo poter disporre di questa nuova voce dall’inferno dei lager, una testimonianza narrata con pudore, semplicità, con parole scarne ma preziose perché illuminano, togliendole dall’oblio, i destini di coloro che non sono tornati per raccontare, non ce l’hanno fatta a riprendere i fili dell’esistenza e dunque è attraverso questi “Ricordi”, frutto dell’insostituibile lavoro di ricerca e traduzione di Maria Pia Bernicchia, che possiamo restituire loro il diritto che si videro negato: il diritto alla vita.
Il libro, del quale consiglio caldamente la lettura e l’approfondimento con il ricco apparato di documenti e fotografie inedite e con l’accurata ricostruzione storica che lo completano, si chiude con le straordinarie testimonianze di Rolf e Nico Kamp, i figli di Inge che narrano della loro odissea per sfuggire ai nazisti e dei 14 luoghi diversi in cui hanno dovuto nascondersi protetti da famiglie generose, ma privati per tutti quei mesi dell’amore dei genitori.
Attraverso questi “brandelli di vita” emerge comunque l’impatto che può avere la forza del bene per coloro che vi credono: un sentimento che è riuscito a contrastare il veleno dell’antisemitismo e ad opporsi con il coraggio, la tenacia dell’Amore e l’offerta di un rifugio all’odio e all’intolleranza che hanno distrutto la vita di milioni di famiglie, colpevoli unicamente di essere ebree.
Ed è questa “memoria del bene” - che mostra le possibilità di rigenerazione morale e offre alle vittime la speranza e la forza per continuare a vivere - a rappresentare la più importante eredità etica per le nuove generazioni, affinché il Male (e i negazionisti della Shoah ne sono un triste esempio)  possa essere combattuto ogni volta che si ripropone nella storia.

Giorgia Greco


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