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Diego Gabutti
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'Dalla razza biologica alla razza culturale. L’antisemitismo contemporaneo' 26/07/2020
'Dalla razza biologica alla razza culturale. L’antisemitismo contemporaneo'
Commento di Diego Gabutti

Dalla razza biologica alla razza culturale. L'antisemitismo ...
Francesco Germinario, Dalla razza biologica alla razza culturale. L’antisemitismo contemporaneo, Asterios 2020, Volantini militanti n. 13, pp. 46, 3,90 euro.


Nell’antisemitismo moderno – biologico, post teologico, «culturale» – c’è indubitabilmente un fondo d’irrazionalità (anzi di «delirio», come scrive Élisabeth Roudinesco, psicoanalista lacaniana, nel suo Ritorno sulla questione ebraica, Mimesis 2017). In un passo delle Origini del totalitarismo, citato da Francesco Germinario in questo stringato pamphlet sulla natura dell’antisemitismo contemporaneo, Hannah Arendt racconta questa storiella: «Un antisemita sostiene che sono stati gli ebrei la causa della guerra. Qualcuno risponde: “Sì, gli ebrei e i ciclisti”. “Ma perché i ciclisti?” chiede il primo. “Perché gli ebrei?” chiede allora l’altro».

Per quanto irrazionale e persino «delirante», non è tuttavia l’irrazionalismo – secondo Germinario, storico delle culture totalitarie – a spiegare l’antisemitismo moderno ma proprio la sua modernità, cioè il suo status ideologico all’interno delle Weltanschauung otto-novecentesche. Gli antisemiti, con la loro visione del mondo, si propongono di spiegare tutto ciò che esiste, senza residui, a cominciare dalla questione che da epoche immemorabili tormenta teologi e rivoluzionari: unde malum, da dove vengono tutte le disgrazie, quelle materiali come quelle metafisiche? Gli antisemiti rispondono a colpo sicuro: dagli ebrei. E precisamente di quale Male sono responsabili? Anche qui la risposta è scontata: del Male che tutte le moderne ideologie radicali, di destra come di sinistra, si vantano di combattere a piè fermo, cioè del capitalismo in tutte le sue forme, industriali e finanziarie, produttive e «parassitarie». Al pari delle altre ideologie radicali (a cominciare dal marxismo, che ha nel Manifesto del partito comunista l’esatto corrispettivo dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion) anche l’antisemitismo ragiona per stereotipi, banalizzazioni sociologiche e capri espiatori: l’ebreo, come il borghese, ha nel capitale il suo vitello d’oro, e sempre come il borghese anche l’ebreo accumula beni, è ipocrita, disumano, lascivo (è da secoli, con largo anticipo sul moderno #MeToo, che il giudeo è accusato d’insidiare servette e operaie di sangue cristiano o ariano) ma soprattutto il giudeo opera e complotta ai danni dei lavoratori, che ha ridotto in schiavitù. All’origine, quando l’antisemitismo era puramente religioso, gli antisemiti presentavano il conto della crocifissione di Gesù ai «perfidi giudei».

Nel XIX e XX secolo, l’antisemitismo si secolarizza, per dire così. Non straparla più di teologia ma si trasforma (scrive sempre Germinario in un suo libro recentissimo, e sul quale torneremo a breve, Una cultura della catastrofe, Asterios 2020) in «una teoria politica rivoluzionaria decisa a distruggere la società borghese liberale». Fin dall’inizio, naturalmente, già ai tempi dell’Inquisizione spagnola e del Mercante di Venezia, l’antisemitismo comportava una lettura pauperista del mondo (comunque, ai tempi si dicesse «pauperista»). C’era lì il ricco ebreo, mercante nel migliore dei casi, prestatore di soldi nel peggiore, che nuotava nell’oro estorto (via usura e sfruttamento) agli affamati e ai derelitti di tutto il mondo. Ma prima di tutto, nei tempi premoderni, gli ebrei erano eretici, bestemmiatori. Non riconoscevano la divinità di Gesù, facevano comunella tra loro isolandosi nei ghetti come se qualcuno (metti il papa o l’imperatore) li costringesse a farlo, avevano bizzarri costumi alimentari (i cristiani avevano bizzarri costumi alimentari solo di venerdì) e tenevano altezzosamente le distanze dai gentili (che ogni tanto, al nobile scopo di favorire la conoscenza reciproca, scatenavano un pogrom). Poi viene l’Ottocento, il secolo del positivismo, dove persino il socialismo se la tira da «scientifico» e l’inquisitore, almeno nell’Europa occidentale, passa il testimone all’agitatore, poi allo squadrista e al boia dei lager hitleriani, infine al terrorismo islamico, alla sinistra palestinista, ai centri sociali.

Oggi, fatti due conti, l’antisemitismo è praticamente la sola ideologia radicale attiva nel suk disumanista delle «teorie politiche rivoluzionarie». Si può osservare – scrive Germinario – «come, tramontata la Grande Narrazione, il marxismo, che, per un intero secolo, si è opposto alla società borghese liberale, l’antisemitismo abbia ripreso vigore, godendo del monopolio pressoché incontrastato di essere l’unico universo ideologico ostile a questa forma storica di società». Oggi gli slogan e le pratiche antisemite s’allargano a ventaglio su tutte le società libere e su chiunque le difenda: «L’antisemitismo è un universo ideologico rivoluzionario e antisistemico nel senso che intende rovesciare la società borghese liberale pluralistica non solo perché diretta dagli ebrei, quanto perché funziona secondo una logica che, a seconda dei diversi autori antisemiti, è “biblica”, “talmudica“, “salomonica”». È una sorta di cancel culture (tutti devono cambiare, niente di ciò che è stato deve sopravvivere) estesa all’intero corso della storia, nonché a ogni comportamento e caratteristica umana. Nemmeno Maometto, neanche Hitler e Stalin, per quanti orrori e milioni di assassinati abbiamo accumulato per addomesticare i viventi e rettificarne la natura, hanno mai preteso tanto.

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