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Diego Gabutti
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Dedicato a George Orwell 12/07/2020
Dedicato a George Orwell
A cura di Diego Gabutti

Neolingua, o la lingua come un pugno assestato a mani nude

1984 di George Orwell - Una breve analisi - Tracce di studio

Lo stile obbligatorio per tutti era quello dell’imbonitore. (…) La LTI era una lingua povera non solo perché ognuno era obbligato a seguire lo stesso modello ma soprattutto perché, nella sua limitatezza autoimposta, poteva esprimere un solo lato della natura umana. Ogni lingua, se può muoversi liberamente, si presta a tutte le esigenze umane, alla ragione come al sentimento, è comunicazione e dialogo, comando ed esecrazione. La LTI si presta solo a quest’ultima.
Victor Klemperer, LTI. La lingua del Terzo Reich

Victor Klemperer, professore di filologia romanza a Dresda, decise di dare alle stampe il suo «taccuino privato di filologo», scritto con al braccio la stella gialla, sulla lingua del Terzo Reich: un diario segreto, tenuto fin dall’inizio del nazismo. Finì di elaborarlo nel 1946. Fino alla morte, nel 1960, insegnò nelle università della RDT. Da molto tempo il suo LTI è considerato uno studio classico della lingua totalitaria. […] Non è escluso che Orwell avesse perlomeno sentito parlare del libro di Klemperer, visto che il suo trattato sui «principi della neolingua», aggiunto in appendice a 1984, si basa sull’analisi della lingua del Terzo Reich e di quella dell’Unione Sovietica. Ci sarà mai una LUI, ovvero Lingua Ultimi Imperii, l’equivalente sovietico dell’LTI, Lingua Tertii Imperii?
Gustaw Herling, Diario scritto di notte

Fine specifico della neolingua non era solo quello di fornire, a beneficio degli adepti del Socing [il «socialismo inglese»] un mezzo espressivo che sostituisse la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Si riteneva che, una volta che la neolingua fosse stata adottata e l’archelingua dimenticata, ogni pensiero eretico sarebbe stato letteralmente impossibile. […] Al Ministero della Verità, per esempio, il Reparto Archivio dove lavorava Winston Smith si chiamava Reparc, il Reparto Finzione Repfin, il Reparto Televisivo Reptel e via di seguito. Tutto ciò non aveva soltanto lo scopo di far risparmiare tempo. Anche nei primi decenni del XX secolo le parole e le espressioni a incastro avevano costituito una delle caratteristiche del linguaggio politico e si era osservato che la tendenza a usare formazioni abbreviate di questo tipo era più marcata nelle organizzazioni e nei paesi totalitari. Si pensi a parole come Nazi, Gestapo, Comintern, Inprecor, Agit-prop. All’inizio una simile pratica aveva avuto, per così dire, una base istintiva, ma nella neolingua vi si era fatto ricorso in maniera assolutamente cosciente. Si era compreso che nell’abbreviare in tal modo una parola se ne restringeva e alterava sottilmente il significato, eliminando gran parte delle associazioni mentali a essa connesse. La voce «Internazionale Comunista», per esempio, evoca tutta una serie di immagini: fratellanza universale, bandiere rosse, Karl Marx, la Comune di Parigi eccetera, laddove la parola Comintern trasmette solo l’idea di un’organizzazione chiusa e di un corpo dottrinario ben definito. La parola Comintern può essere detta quasi senza pensare, mentre l’espressione Internazionale Comunista richiede che la mente vi indugi almeno per un attimo. Similmente, le associazioni mentali indotte da una parola come Miniver sono meno numerose e meno controllabili di quelle comprese nella parola Ministero della Verità.
George Orwell, 1984

… il progetto folle di Gor’kij di riscrivere tutta la letteratura mondiale in modo semplificato (riunendo due o tre autori, eliminando le metafore e parafrasando i testi) affinché la gente poco istruita potesse leggerla più facilmente e avvicinarsi così alla cultura...
Nina Berberova, Storia della baronessa Budberg

Rab (schiavo) divenne rabočij (lavoratore), gospodin (signore) fu trasformato in tovarišč (compagno) e l’individualista che deviava dal collettivo fu chiamato vrag naroda (nemico del popolo). La visione delle cose dipendeva da come le chiamavi: ecco il fulcro della semantica socialista. Gli scrittori guidarono questa rivoluzione lessicale. Nella stampa e nella letteratura l’espropriazione della proprietà privata prese a chiamarsi kollektivizacjia, e chi vi si opponeva meritava «una rieducazione alla scuola socialista del lavoro» (il campo di lavoro). Per ogni sorta di miseria i liriki trovavano l’eufemismo adatto. Chlopok (cotone) divenne beloe zoloto (oro bianco). I kolchoz che rendevano un milione di rubli l’anno venivano proclamati kolchoz-millionery. Gli appartenenti a queste imprese ricevevano premi sotto forma di vasi e pentole. Tra tutti i giornali sovietici la Pravda era la depositaria della verità, una pretesa insita nella parola stessa. I titoli a caratteri cubitali di questo organo di partito riproducevano, giorno dopo giorno, lo slogan del giorno.
Frank Westerman, Ingegneri di anime

Erano nate molte parole nuove: Rabis (unione dei lavoratori dell’arte); komfuty (futuristi comunisti); domkpm (comitato di edificio); uplotnenie (aumento coatto del numero di inquilini in un appartamento); izlìskj (eccedenze di beni da sequestrare ai borghesi); psa (polentina di miglio; spetsy (specialisti); proletkult (cultura proletaria); kubarsny (metri cubi di superficie abitabile); likbez (liquidazione dell’analfabetismo); rabkrin (ispezione operaia e contadina); razvèrstka (distribuzione).
Il’ja Ėrenburg, Uomini anni vita

Mi sono chiesto spesso perché questi slogan corali producessero un effetto così forte e brutale. La ragione, secondo me, è che la lingua è espressione del pensiero; come un pugno assestato a mani nude, lo slogan corale colpisce direttamente la ragione di chi ascolta, con l’intenzione di soggiogarla.
Victor Klemperer, LTI. La lingua del Terzo Reich

Orwell e il lato oscuro dell’utopia

O Spagna della sua adolescenza, tutta amore, teatralità, e miseria! Ora la Spagna era quella mitragliatrice contorta sulla bara di un arabo, e quegli uccelli assiderati che gridavano nelle gole.
André Malraux, La speranza

Sulla guerra civile spagnola, è ancora possibile prendere sul serio il contorto discorso teatrale dj Malraux dopo aver letto la verità di Orwell? Accostati a Omaggio alla Catalogna, i discorsi de La speranza, con la loro retorica fumosa e flatulenta, suonano come chiacchiere da caffè.
Simon Leys, Malraux

Cent’anni fa, a Motihari, Bengala, il socialista radicale Eric Blair, in arte George Orwell, venne al mondo sotto una perfida stella – la stella dell’utopia, che gli parlò come le fate delle favole, in un celebre aforisma dei Minima Moralia, parlano ai coraggiosi che intendono cambiare la propria sorte con anelli magici, stivali delle sette leghe e lampade fatate: «Tu vuoi l’incondizionato, ti sia concesso, però irriconoscibile». Nato all’alba del secolo, quando il socialismo era la speranza degli oppressi e le furie del capitalismo sembravano promettere ai popoli una generale rovina, George Orwell fu per tutta la vita, senza perplessità, corpo e anima, un fervente sovversivo. Secondo l’antico proposito di tutte le intellighenzie rivoluzionarie, dapprima si propose d’abolire lo stato di cose presente ma poi – aperti gli occhi –si votò piuttosto a impedire che il divenire facesse piazza pulita di tutto, non soltanto del presente e del futuro ma persino del passato, minacciato dalle riscritture della storia operate delle Enciclopedie sovietiche e dalle pseudoscienze razziali, che a loro volta si proponevano di passare al bucato la storia universale. Utopia, ai suoi occhi, non era più il mondo come dovrebbe e potrebbe essere ma il mondo com’è: nudo, crudo, senza fronzoli e infallibilmente diretto verso la catastrofe. Cambiata di segno, ma sempre irriducibile e ostinata, l’utopia rimase una finestra spalancata sul futuro dell’umanità, ma se prima era una speranza da coltivare, adesso era una sventura da evitare o, peggio, una piaga da curare. Fu nel maggio del 1937, a Barcellona, quando le milizie staliniste scatenarono una guerra civile all’interno della guerra civile aprendo la stagione di caccia agli anarchici e ai trotskisti, che il socialista Eric Blair si trasformò definitivamente in George Orwell, che di Blair fu il «doppio», anzi il sosia che alla fine prese il suo posto, rubandogli l’identità e impadronendosi dei suoi taccuini e della sua macchina da scrivere. In Spagna, dove perse buona parte delle sue illusioni e scoprì di che materia sono fatti i sogni delle rivoluzioni radicali, Orwell si trovò a fissare la faccia nascosta della luna: un paesaggio terrificante, di cui le sirene della letteratura rivoluzionaria, dei manifesti politici e delle teorie economiche più audaci, non avevano mai fatto parola quando elencavano prodigi come Omero enumerava le navi. Tremò all’idea di che cosa sarebbe stato del mondo se Stalin, Hitler o entrambi avessero vinto la partita, guadagnandosi con la forza o con l’inganno il consenso di masse immense e sempre più impotenti, come le fanciulle ridotte a automi erotici nelle fantasie del Marchese De Sade. Al pari di tutti gli utopisti, che dalle infinite disgrazie del mondo deducono a sorpresa il loro imprudente happy end, Orwell era prima di tutto un romanziere (e nemmeno un romanziere sommo, giudicandolo senza ricorrere al senno di poi) ma dopo Barcellona si trasformò in un profeta. Si fece prudente e sospettoso, come un pilota di Formula 1 che improvvisamente comincia a temere gl’incidenti, e spostò il piede dall’acceleratore letterario, fucina di tutte le utopie, al pedale del freno dell’allarme politico. Tornato in Inghilterra, dopo essere scampato per un pelo al fuoco d’artiglieria fascista e al plotone d’esecuzione bolscevico, l’ex volontario delle Brigate internazionali scrisse Omaggio alla Catalogna, un libro straordinario sulle giornate che decisero il destino non della sola rivoluzione socialista ma anche del mondo, visto che la guerra civile spagnola anticipò, insieme agli scenari e alle alleanze della seconda guerra mondiale, anche le forme della guerra fredda a venire. Ernest Hemingway e André Malraux, che alla guerra civile spagnola dedicarono opere poderose ma sostanzialmente frivole, lì per lì non capirono quali uova fatali si stessero schiudendo nel laboratorio spagnolo. Affascinati dal folklore rivoluzionario, incapaci di resistere alle sirene del romanticismo politico, fecero della guerra civile spagnola una cartolina illustrata, che poi spedirono ai loro lettori dopo averla firmata con un elegante svolazzo. Invece l’Orwell di Omaggio alla Catalogna, come un Dante e un Doré fusi insieme, illustrò e raccontò in prima persona l’inferno delle ideologie salvifiche e del loro amico invisibile: la volontà di potenza. Fu in Spagna, secondo Orwell, che la rivoluzione socialista perse definitivamente la sua innocenza. Sia La fattoria degli animali, del 1945, che 1984, scritto nel 1948 e pubblicato un anno più tardi, furono soltanto note a pié di pagina di Omaggio alla Catalogna, nelle cui pagine erano già stati decifrati tutti gli enigmi delle moderne utopie di massa. Aveva capito che le rivoluzioni socialiste, la cui vanità è quella d’abolire ogni privilegio trasformando il dominio sugli uomini in amministrazione delle cose, facevano del privilegio la loro stella polare e del potere arbitrario che ne derivava la loro sola ragion d’essere. Diede a questa intuizione (che già serpeggiava qua e là, tra le fila degli ex comunisti e nei volantini dei comunisti di sinistra, che si battevano contro Stalin e la sua Inquisizione marxleninista) una forma definitiva: i maiali di Orwell, animali più eguali degli altri, entrarono di prepotenza nel linguaggio comune, subito trasfigurati in icone universali della condizione umana, come prima di loro era riuscito soltanto al lupo e all’agnello. Capì per primo, senza perdersi in sottigliezze metafisiche e giochi delle tre carte da talk show, quel che ancora oggi si fatica ad ammettere, cioè che nazismo e comunismo sono stati esattamente la stessa cosa. E non soltanto per l’ovvia ragione che si somigliavano come gocce d’acqua nella pretesa che sterminio, oppressione, guerra e genocidio fossero altrettanti abracadabra per rigenerare il mondo. Ma soprattutto perché erano entrambe utopie realizzate: avventure letterarie e soluzioni chimeriche di tutti i problemi che (per effetto di qualche «arcivernice», come nelle tavole del Professor Pierlambicchi, l’eroe del Corriere dei Piccoli) avevano preso forma concreta. Proprio la distopia, agli occhi di Orwell, era l’inevitabile morale di tutte le favole utopiche, quando sono così sfortunate da materializzarsi, fuori dai libri, dentro la realtà. Sarebbe bastato uno zig al posto d’uno zag per precipitare il pianeta nell’orrore politico dell’antiutopia, che in Orwell non era un genere letterario ma il varco dimensionale attraverso il quale, come gli «dèi abominevoli» di H.P. Lovecraft in un racconto dell’orrore, la letteratura utopica aveva cercato d’infiltrarsi nel mondo reale. Era ancora socialista, a suo modo. Diffidava del capitalismo, come in giovinezza, e il libero mercato non gli diceva niente di buono, secondo l’antica vulgata utopica. In un articolo apparso sull’Observer nell’aprile del 1944, in piena guerra mondiale, sette anni dopo la battaglia di Barcellona tra lo Stato onnipotente e i suoi nemici, Orwell polemizzava con Friedrich Hayek, del quale condivideva il liberalismo in politica, senza però perdonargli il liberismo in economia. «Il professor Hayek», scrisse, «ha forse ragione nel dire che in questo paese gli intellettuali sono più propensi al totalitarismo che non la gente comune. Ma non vede, o non vuole ammettere, come un ritorno alla “libera” concorrenza significherebbe probabilmente per la gran massa della popolazione una tirannide forse peggiore – in quanto più irresponsabile – di quella dello Stato. Il guaio della concorrenza è che qualcuno vince e qualcuno perde. Il professor Hayek nega che il libero capitalismo porti necessariamente al monopolio, ma in pratica ha portato sempre a questo esito, e dato che la maggior parte della gente preferisce, e di molto, l’irreggimentazione di uno Stato alla disoccupazione e alla crisi, la spinta verso il collettivismo è destinata a continuare se l’opinione pubblica avrà modo di dire la sua». Anche l’anarchia capitalista, ai suoi occhi, diventava dunque una specie d’antiutopia: un altro modello letterario cannibale, il cui avveramento avrebbe prodotto guasti abissali, analoghi a quelli provocati dall’avveramento della letteratura collettivistica. Il residuo impegno socialista radicale di George Orwell partecipava fino in fondo della critica dell’utopia alla quale s’era ormai dedicato per intero come a una missione. Aveva maturato un’ostilità assoluta e preconcetta nei confronti di qualunque progetto positivo e propositivo di riforma del mondo. Aveva scoperto la forza del negativo, cioè il segreto stesso di tutti gli oracoli che annunciano catastrofi, profezie che non devono necessariamente avverarsi per dimostrarsi vere e indubitabili.

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Diego Gabutti

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