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Diego Gabutti
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'L’estate calda dei teddy boys', di Tommaso Mozzati 21/02/2020
'L’estate calda dei teddy boys', di Tommaso Mozzati
Commento di Diego Gabutti

Risultato immagini per L’estate calda dei teddy boys. Pier Paolo Pasolini, Elio Petri e una collaborazione alla fine degli anni Cinquanta
Tommaso Mozzati, L’estate calda dei teddy boys. Pier Paolo Pasolini, Elio Petri e una collaborazione alla fine degli anni Cinquanta, Mimesis 2019, pp. 640, 30,00 euro, eBook 14,99 euro.


È la fine degli anni cinquanta. Al cinema ci sono stati Il selvaggio di László Benedek, con Marlon Brando nella parte d’un motociclista ciccione e vestito di pelle come una pornostar fuori forma, e Gioventù bruciata di Nicholas Ray, dove James Dean è un motociclista senza Harley Davidson e senza brache di pelle; e dev’essere per questo (perché gli hanno rubato gli abiti e tutto come ad Alberto Sordi in Un giorno in pretura: «A Gimmidin, facce Tarzan!») che James Dean strilla e piagnucola per tutto il film. Ma andiamo con ordine. Era cominciato tutto a Manhattan, una decina d’anni prima, quando il giovane Holden Caufield (J.D Salinger, Il giovane Holden, Einaudi) aveva alzato per primo la bandiera della guerra contro il mondo adulto, popolato d’ignobili «fasulli». Nella sua scia, erano venuti gli autostoppisti sempre un po’ sballati di Jack Kerouac e «le migliori menti della mia generazione» di Allen Ginsberg. Gli adolescenti, da personaggi un po’ goffi al centro dei Bildungsroman. o romanzi di formazione, tipo David Copperfield, Huck Finn o L’adolescente di Dostoevskij, erano diventanti un problema d’ordine pubblico.

Con un sim salabim sociologico, qui un oscuro fatto di cronaca, là una gara di rock’n’roll e una canna di marijuana, si erano trasformati in teddy boys. In Italia, all’epoca, c’erano adolescenti a bizzeffe e il declino demografico era l’ultima delle nostre preoccupazioni. In compenso, se ancora non governavano i terrapiattisti, la ragione (se mai aveva avuto un qualunque ruolo nella nostra storia nazionale) era già stata spodestata da un pezzo. Così si pensò subito di mettere fuorilegge i flipper. Se vogliamo abolire la delinquenza giovanile, l’unica è abolire i flipper, pensarono i più garruli tra i nostri politici (i loro eredi, sessant’anni dopo, avrebbero abolito la povertà distribuendo qualche spicciolo alle loro clientele sudiste). Era nei bar, infatti, scrollando biliardini, masticando chewing-gum alla menta e bevendo Coca-Cola, che il teddy boy italiano si dava al «ribellismo senza causa» e imparava il mestiere di teppista. C’è una relazione stretta, pensavano i nonni di Gigetto Di Maio, tra il flipper e «la deboscia giovanile». «Allora perché non abolire anche i jukebox?» saltarono su, volpini, gli antenati di Alessandro Di Battista detto «Dibba». Tutti quegli «urlatori», tutti quei «ba-ba-baciami» e «be-bop-a-lula»! Sfido, poi, che i giovani rapinano le coppiette appartate, leggono gli esistenzialisti francesi, non vanno mai a messa, rubano le monetine dalla tasca di papà, s’accoppiano senza previo matrimonio. Via, aboliamo tutto, flipper e canzonette! (Alla fine, non se ne fece niente, ma intanto la proposta di mettere fuorilegge i biliardini e Tony Dallara, una legge da cerebrolesi in anticipo su ogni futuro stupidario politico, fu avanzata davvero). In Italia, come racconta Tommaso Mozzati nel suo L’estate calda dei teddy boys, s’era sempre parlato di giovani un po’ sbandati, che sono un fenomeno universale, noto fin dall’origine del mondo.

Chiamarli «teddy boys», all’americana, o «blouson noir», alla francese, e definirli «gioventù bruciata», fu una forzatura culturale, legata al clima dei tempi, al sistema delle mode e al nostro costitutivo gusto per l’allarmismo. Ovunque, tranne che da noi, ci si era accorti che la gioventù, oltre che «bruciata» e in Harley Davidson, o armata di coltelli e catene come in West Side Story, stava anche occupando da protagonista una larga fetta di mercato (canzonette, chewing-gum, sale da ballo, blue jeans, motociclette e motorini, bibite gassate eccetera alzavano il PIL delle nazioni, mica soltanto il tono falsamente indignato delle gazzette). Sempre più giovani, inoltre, saltavano a piè pari sull’ascensore sociale e accedevano all’università, diventavano dottori, alimentavano le nascenti controculture. Altrove si parlava anche di questo. Da noi no. Da noi c’erano film banaloidi, benché scritti e sceneggiati da Elio Petri e Pier Paolo Pasolini, come L’estate calda dei teddy boys, di cui non sto a raccontare la trama (delitti e castighi, bravate e ravvedimenti, in ogni modo). Non era inferiore al compito soltanto il film (i film, rare eccezioni a parte, lo sono sempre). Erano fuori bersaglio soprattutto le opinioni sul fenomeno teddy boys dei nostri nascenti maître à penser. Pasolini, per dire, all’epoca cinematografaro non di primissimo piano ma aspirante intellò di prima grandezza, difese la «gioventù traviata» dalle critiche «reazionarie» in un articolo apparso su Vie Nuove» (una testata comunista diretta all’epoca da Maria Antonietta Macciocchi, in seguito maoista chic, poi ex maoista pentita) e che adesso trovate in Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, Meridiano Mondadori 1999. Per illustrare la sua tesi, fece ricorso, con largo anticipo su Repubblica e Tg7, all’argomento stracotto e insapore al quale ricorrono tutti i moralisti «de sinistra»: se il giovane sbanda, la colpa non è sua ma della società (Pasolini, nel gergo marxista pop dell’epoca, addebitava più precisamente la colpa al «neocapitalismo» consumista, sfruttatore e nemico del buon Gesù, che notoriamente era un socialistone). Attribuiva, chissà perché, «elementi clerico-fascisti» ai blouson noir francesi, devianti in qualche punto (noto a lui solo) rispetto all’originario modello americano (James Dean, Elvis Presley, Natalie Wood, Marlon Brando).

«Prodotto» (scriveva P.P.P. senza che lui stesso, immagino, capisse bene cosa volesse dire) «della società neocapitalistica moralisticamente irrigidita nelle sue sovrastrutture», il teddy boy era oppresso, poveretto, dalla «coazione che la società compie sull’individuo fino a deformarlo e a renderlo aberrante e malato». Ne conseguiva, a suo illuminato giudizio, che per quanto «riguarda i problemi giovanili non servono riforme, misure d’emergenza e altri provvedimenti. Ed è bene che sia così, se questo dimostra ancora una volta che è la nostra società, nelle sue strutture, che richiede una profonda modificazione». Altrove c’erano la beat generation, i Platters e la Scuola di Francoforte. Da noi il classico finale con fanfara della pubblicistica cattocomunista passata e presente.

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Diego Gabutti

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