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Diego Gabutti
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'La scrittura o la vita', di Jorge Semprún 13/02/2020
'La scrittura o la vita', di Jorge Semprún
Commento di Diego Gabutti    


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Jorge Semprún, La scrittura o la vita, Guanda 2020, pp. 304, 19,00 euro.  


Grande Libro, La scrittura o la vita, è due cose insieme, un classico memoir francese con molto intimismo (e troppo olalà) e una storia intensa del XX secolo: una storia dei lager , delle camere di tortura, dei forni e della ricollocazione impossibile dei deportati scampati alla morte fisica ma non a quella interna, spirituale.

Educato e cresciuto in Francia, dov’è morto nel 2011, Jorge Semprún nasce nel 1923 in Spagna, dove dal 1953 al 1962è vissuto in clandestinità, sotto falso nome, dirigente clandestino del partito comunista spagnolo (come si legge in un altro grande libro, oggi quasi introvabile, Autobiografia di Federico Sánchez, Sellerio 1979). Più tardi, caduto il franchismo, è ministro della cultura del governo Fernandéz dal 1988 al 1991. A Madrid, negli anni cinquanta, tesse le reti della resistenza al regime, come ha fatto anche in Francia ai tempi dell’occupazione, quando la Francia era governata da SS e collaborazionisti. Ma se in Spagna evita l’arresto, che lo porterebbe dritto al patibolo, vent’anni prima, nell’estate del 1943, non ha potuto evitare d’essere arrestato, torturato e deportato a Buchenwald insieme ad altri membri della Résistance.

Buchenwald non è Auschwitz-Birkenau. Qui lo sterminio è morbido. Siamo a pochi chilometri da Weimar, dopotutto, e Weimar è la culla della cultura tedesca. È la città di Goethe, è la capitale della repubblica democratica. Qui si schiatta per la fame, per il lavoro massacrante, per le botte quando gli SS o i kapò si svegliano male, e comunque dopo essere stati spremuti per bene.Ma quanto a schiattare, si schiatta eccome: anche qui i forni lavorano a pieno regime, incenerendo le carcasse di migliaia e migliaia di lavoratori e nemici del popolo schiavizzati. Nell’aria, racconta Semprún, si diffonde un odore che nessun deportato si toglierà mai più dalle narici, dall’anima, dalla memoria. È un odore non solo nauseante ma abominevole. È un odore di carne bruciata, o meglio profanata, o meglio ancora bestemmiata.Non sarà Auschwitz- Birkenau, ma anche qui a Buchenwald, a pochi chilometri dalla casa-museo di Johann Wolfgang Goethe, la scampano in pochi, e quei pochi che la scampano, come la scampa Semprún, la scampano per fortuna, senza merito. Un comunista del campo, come lui scoprirà solo quarant’anni dopo Semprún, gli ha salvato la vita appena arrivato al campo scrivendo Stukkateur (stuccatore) al posto di Student nel suo ruolino di deportato (è un mondo, l’universo concentrazionario, in cui gli stuccatori possono servire a qualcosa, mentre gli studenti di filosofia, anche i più brillanti tra loro, non servono a niente). C’è chi muore, dopo la liberazione, di dissenteria. «Ed è una vergogna morire così, di cacarella, mon ami», per avere «mangiato troppo», cioè per aver finalmente mangiato dopo anni di razioni alimentari al limite, appena sfiorato, della sopravvivenza. Un gruppo di soldati afroamericani, (come si dice oggi, mentre ai tempi erano nigger… negri che ne avevano viste quanto gli ebrei) entra nel campo: cataste di cadaveri in decomposizione, ganci per appendere i torturati, i forni ancora intasati dalla cenere. I soldati escono in preda alla furia, rastrellano tutti gli abitanti di Weimar che circolano per strada e li portano dentro il campo: «Guardate:la culla della cultura tedesca».

Ci sono coincidenze da racconto gotico, hoffmaniano: ostaggio delle SS, l’ebreo Léon Blum, già primo ministro a Parigi del Fronte popolare, è sotto custodia in una casamatta ai limiti del campo, lontano dalle baracche. Non sa dove si trova, ma anni prima, nel 1901, ha scritto un libro intitolato Nouvelles conversations de Goethe avec Eckerman. Era un omaggio alla cultura tedesca e alla città di Weimar, dove Goethe ed Eckermann ebbero un tempo i loro Colloqui, e dove adesso Hitler celebra il sabba del Male radicale. Eppure, scrive Semprún, non è questo l’essenziale. No, «l’essenziale è riuscire ad andare oltre l’evidenza dell’orrore e tentare di raggiungere la radice del Male radicale, das radikal Böse». È questo, effettivamente, il problema dei problemi. Kant (La religione nei limiti della semplice ragione)ha scritto che il «Male radicale» della storia – tutte le Buchenwald, Auschwitz e Kolyma future – trovano il loro fondamento «nel male radicale della natura umana, il quale costituisce la piaga aperta della nostra specie e, finché non ce ne saremo liberati, impedirà al germe del bene di svilupparsi come farebbe senza di essa». «Male radicale», però, è una categoria metafisica, di cui la filosofia s’accontenta perché è il solo modo di nominare l’indicibile.

Hannah Arendt, inviata del New Yorker al processo Eichmann, tenta di sostituire «Male radicale», formula di sapore religioso che ha utilizzato di malavoglia nelle Origini del totalitarismo, con «banalità del male», formula laica ma assai meno eloquente ed espressiva. Sta di fatto che a Buchenwald c’è il Male, un Male che si è guadagnato la maiuscola, e che ramifica ovunque, anche nella filosofia. È qui a Buchenwald che Semprún sente parlare per la prima volta delle compromissioni di Martin Heidegger con il nazionalsocialismo. Ad aprirgli gli occhi è un ufficiale ebreo americano. Gli ci vorrà del tempo, dieci anni da clandestino a Madrid, ma è sempre qui, a Buchenwald, che comincia il suo distacco dal comunismo. Già «nel 1945», infatti, «soltanto qualche mese dopo la chiusura del campo nazista, Buchenwald era stato riaperto dalle autorità d’occupazione sovietiche [chiude nel 1950]. Sotto il comando del KGB, Buchenwald era tornato a essere un campo di concentramento. [Altre] migliaia di morti furono sepolte nelle fosse comuni, ai piedi dell’Ettersberg. La nuova foresta non copriva soltanto il vecchio campo di quarantena: copriva anche i cadaveri delle migliaia di vittime dello stalinismo».

Nel libro di Jorge Semprún non si parla tanto della vita a Buchenwald quanto dell’ombra funesta che l’esperienza del campo proietta sull’intera esistenza dei «salvati», che al pari dei «sommersi» non sono mai realmente usciti dal lager. È quel che sapeva con lancinante certezza anche Primo levi (Semprún ne ricorda il dialogo con Philip Roth, vedi Conversazione a Torino con Primo Levi, in P. Roth, Perché scrivere, Einaudi 2019). In La scrittura o la vita si parla del destino dei romanzieri usciti dal lager: raccontare sempre daccapo il lager o non scrivere affatto. Si parla dell’«illusione più nefasta che ci sia, quella che Marx esprime nell’ultima tesi su Feuerbach: i filosofi non hanno fatto altro che interpretare il mondo, invece bisogna trasformarlo. Che è una solenne sciocchezza, roboante e densa di conseguenze: Marx liquida la filosofia come attività specifica, autonoma… La mette al servizio del potere, preferibilmente quello assoluto, perché occorre un potere assoluto, sia esso d’origine popolare o divina, per trasformare il mondo, o almeno pretendere di farlo». Si parla, infine, della natura del secolo «dopo la catastrofe del’14-’18», della «violenza contro l’ordine morale, ipocrita e cinico, della società borghese, che si è riversata come un’onda nella letteratura, nelle arti e nel pensiero. Nessuno studio complessivo ha ancora fatto l’elenco dei disastri spirituali provocati da quella guerra. Per non parlare dei disastri politici», quando «alla violenza dadaista, espressionista, surrealista, libertaria [il nazismo e] il comunismo hanno aggiunto la violenza fredda, illuminata, ragionata e insomma totalitaria, dello Spirito-di-Partito convinto d’agire nel senso della Storia, come il Weltgeist hegeliano».

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Diego Gabutti

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