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Diego Gabutti
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Conte non è un Cincinnato 05/01/2020
Conte non è un Cincinnato
Analisi di Diego Gabutti

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Giuseppe Conte

Non è un Cincinnato, non è nemmeno un parlamentare, ma la sinecura governativa gli piace (ora tutti gli portano rispetto mentre prima non se lo filava nessuno, e in più lo pagano, vitto e alloggio, senza bisogno d’intaccare lo stipendio da professore di nomina un po’ chiacchierata, ma su questo punto honni soit qui mal y pense). Così, dopo il Conte 1 e il Conte 2 potrebbero esserci un Conte 3 e 4, e forse persino un Conte I al Quirinale, dove dicono stia puntando l’uomo che nel suo curriculum ha vantato «studi alla New York University», nonché a Vienna e Parigi. (Ma alla Sorbona «non c’è traccia» del suo passaggio, a Vienna effettivamente esiste «l’International Kulturinstitut» in cui «Giuseppi», come lo chiama Donald Trump, afferma d’aver perfezionato i suoi studi, ma è una scuola di lingue, dove non si tengono corsi giuridici, e quanto infine alla NYU, una portavoce dell’università ha spiegato che «una persona col suo nome non compare nei nostri archivi come studente o membro di facoltà»).

Non di meno Giuseppe Conte vuole restare. Mica è un Cincinnato. È una star. Qualche mese fa, nell’età del Papeete e del Cuore Immacolato di Maria, «Giuseppi» era il premier d’un governo che più «de destra» non si poteva, e oggi presiede il governo più «de sinistra» della storia repubblicana. Domani chissà. Non ci sono limiti. Conte ha portato il trasformismo a un livello finora sconosciuto. Si è spinto dove i tarsformisti non erano mai giunti prima. Puro Star Trek. È lo Yuri Gagarin del trasformismo politico. Sia chiaro, però: un trasformismo candido e casto, e per così dire «sine culpa», da cui «nulla poena» (per citare i testi di diritto da lui studiati nelle università di mezzo mondo). Conte – in questo più avvocato e professore di diritto che mai — abbraccia senza pregiudizio qualunque causa ci sia da difendere davanti al tribunale della pubblica opinione. Oggi è dalla parte del diavolo, domani dell’acquasanta. No problem. Per lui – e in questo non è soltanto un maestro leguleio ma anche un demagogo di razza – droite et gauche sono la même chose, come dicevano i suoi professori di diritto alla Sorbonne. Al pari di tutti i politici, di cui il premier miracolato dai 5stelle ha imparato subito il mestiere, Conte 1 e 2 conosce l’arcana arcanorum, il segreto dei segreti. In parole profane: Conte sa che i «principi» della politica, per loro natura, sono plastici e deformabili come l’elastico delle mutande. Di qui la sua simpatica e verginea spregiudicatezza: il popolo mi ama, lo dicono i sondaggi (giusto un po’ in calo, ma la legislatura, se dipende da me, è ancora lunga, lunghissima, e vedremo chi riderà ultimo).

Ma quale Cincinnato, pensa Conte, compiaciuto. Magari dopo la liquidazione del generale Soleimani (di cui prima o poi qualche 5stelle tesserà l’elogio, come Luciano Canfora di Stalin il Terribile) la Casa Bianca ha chiamato tutti tranne me, «Giuseppi». Ma resto comunque una star. Sono il Johnny Dorelli (ma anche un po’ il Frankenstein jr) della politica. Gorgheggio, ho un mezzo sorriso tirabaci e in smoking faccio un figurone. Da questa poltrona a Palazzo con vista su Piazza Colonna non mi schioda nessuno. Magari sono calcoli sbagliati, un po’ come quelli dei pazzi da barzelletta che si credono Napoleone o Garibaldi. Ma non dimentichiamo che anche i veri Napoleone e Garibaldi si credevano Garibaldi e Napoleone. Ci mette poco una barzelletta ad avverarsi. Quindi eviterei di prendere sottogamba i «sogni proibiti» del nostro Walter Mitty (qualcuno ricorderà il vecchio film con Danny Kaye) al timone della repubblichetta. Potrebbero benissimo realizzarsi. Potrebbero esserci, e anche prima di quanto si pensi, un Conte 3 e un Conte 4 (un Conte 3 senza Gigiotto di Maio e senza Italia Viva, un Conte 4 daccapo con Don Matteo Salvini, il nostro principale teologo). Giuseppe Conte può presiedere qualunque combinazione politica. Nessuno può seriamente misurarsi con lui a questo gioco. In un jet set politico quasi esclusivamente abitato da incompetenti, impostori, cialtroni, avvinazzati, improvvisatori e terrapiattisti, dopotutto lui è uno dei pochi, anzi è il solo, che abbia studiato a Parigi, Vienna e New York (ma anche a Malta e a Pittsburgh, dimenticavo, benché anche qui non ci sia segno del suo passaggio). Digraziatamente non c’è più un Impero romano d’Occidente, né d’Oriente, ma se ce ne fosse uno, o se l’UE virasse in direzione imperiale, nessuno più di Giuseppe Conte, già protetto di Beppe Grillo, oggi cocco di Nicola Zingaretti, meriterebbe d’essere innalzato Imperatore sugli scudi del Partito democratico e dell’una o l’altra ala dissidente del Movimento 5 Stelle.

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Diego Gabutti

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