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Diego Gabutti
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'Vivere con gli dèi', di Neil MacGregor 28/12/2019
'Vivere con gli dèi', di Neil MacGregor
Recensione di Diego Gabutti

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Neil MacGregor, Vivere con gli dèi, Adelphi 2019, pp. 598, 49,00 euro

Ogni religione, al nocciolo, è un groviglio di storie, e ogni storia contiene delle informazioni, qualche volta esplicita, altre volte esoteriche, ciascuna delle quali contribuisce a delineare e modellare l’identità delle comunità umane. Solo apparentemente separate, queste storie (i rituali, le cosmogonie delle diverse religioni) s’intrecciano tra loro fino a formare una storia universale e labirintica della Religione; una storia plasmata nel materiale di cui sono fatti gli uomini: sogni e deliri, frustrazioni e speranze, eroismi e crudeltà (e soprattutto, sempre al nocciolo, DNA). Ex direttore della National Gallery e del British Museum, Neil MacGregor ci accompagna in un viaggio vertiginoso attraverso gli oggetti, le credenze, il merchandising, il lato oscuro, le buone opere e l’immaginario sfrenato delle religioni. Qualche anno fa, con La storia del mondo in 100 oggetti, aveva convertito la storia delle civiltà in un voyage extraordinaire, avventuroso e rocambolesco, costruito intorno a 100 reperti conservati nel British Museum. Stavolta è la storia del rapporto delle comunità umane con l’iperspazio delle tradizioni religiose, cioè con «quelle narrazioni» che «abbracciano i vivi, i morti e i non ancora nati in un’ininterrotta storia d’appartenenza». Anche qui sono i reperti a mettere a fuoco il racconto. Si comincia con un balzo di quarantamila anni nel passato, l’epoca in cui un artista sconosciuto scolpì in una zanna di mammut l’«uomo-leone» scoperto nel 1939 «in fondo alla grotta di Hohlenstein-Stadel, nella falesia di Hohlenstein, non lontano da Ulm, nel Sud-Ovest della Germania». È la testimonianza più antica della facoltà umana d’immaginare e dare forma fisica ad «astrazioni, fantasie, a ciò che non può essere visto» – nel caso dell’uomo-leone a un ibrido uomo-bestia, che non soltanto annulla il confine tra le specie ma celebra tra loro una comunione. Dopo l’uomo-leone di Hohlenstein-Stadel, di cui è impossibile stabilire la connessione con le remote pratiche religiose di uomini vissuti all’alba dell’era glaciale, MacGregor racconta le storie, meno imperscrutabili, che illustrano il ruolo religioso e variamente metafisico del fuoco, dell’acqua e della luce non soltanto nel mondo antico e antichissimo (quello dei cacciatori-raccoglitori) ma anche nel mondo moderno. Qui incontriamo, pescando a caso, le immersioni rituali nelle acque sacre del Gange, le dispettose e brutali divinità dell’antico Giappone che possono negare la luce agli uomini, come pure la «fiamma perenne» degli zoroastriani (e oggi dei «parsi» loro pronipoti). Ma c’imbattiamo anche nella Flamme de la Nation accesa a Parigi dall’11 novembre del 1923, dopo l’ecatombe della Grande guerra, sulla tomba del milite ignoto all’Arco di Trionfo, a dimostrazione che nel cuore razionalista della laicità pulsa la memoria delle più antiche tradizioni religiose (e che «luoghi e oggetti ci consentono anche d’osservare forme o comportamenti normalmente non considerati religiosi, come l’ateismo di Stato o il culto dei leader nazionali»). Attraverso racconti da Mille e una notte, ma anche grazie a brevi dichiarazioni rilasciate da teologi, sociologi, artisti, sacerdoti eccetera, esploriamo le terre favolose (e inquietanti) nelle quali dimorano i nostri antenati, e scopriamo come e attraverso quali «narrazioni» e rituali i morti interagiscono con i vivi. Conosciamo il potere del canto e della preghiera nella formazione delle identità condivise. Assistiamo alla caduta degli antichi dèi d’Occidente spodestati dal Dio unico: prima la brevissima stagione (una generazione sola) dell’Aton egizio, quindi la marcia trionfale dello Yahweh biblico attraverso i secoli e le religioni (ebraica, cristiana, islamica, sette minori). Vediamo esplodere le guerre di religione (musulmani contro cristiani e contro induisti, cattolici contro protestanti e divinità incaiche, e naturalmente tutti contro gli ebrei). Contempliamo, sgomenti, il riflesso laico delle guerre di religione nella storia dei popoli e delle utopie sanguinarie: il Terrore giacobino, Hitler e Stalin, il fondamentalismo islamico, Pol Pot e Mao Zedong, le crociate suprematiste. C’è la devozione per gl’illuminati e per i santi. Nell’antico Messico, dove si strappa il cuore ai nemici catturati, e nell’antico Mediterraneo, dove si sacrificano gli animali urlanti nei templi di tutti i culti trasformati in mostruosi mattatoi, prende piede e poi tramonta la pratica devozionale dei sacrifici (sono tutti fondati, sgomento ulteriore, su qualche agghiacciante e spaventevole forma di fraternità e di compassione per le vittime del sacrificio). Assistiamo alla guerra degli iconoclasti contro chi osa farsi immagine del Creatore e del Creato («Nocciolo della questione è l’idolatria, l’adorazione degli idoli e non dell’unico vero Dio», spiega la rabbina Julia Neuberger. «Un ramo della mia famiglia è molto ortodosso. A mio nonno o bisnonno una volta regalarono un busto di Rossini e lui, in ossequio alla norma che vieta le immagini del corpo umano, gli fece saltar via il naso. Non so se questo conti come iconoclastia»). Ci sono infine i messaggi di speranza, ciascuno dei quali è l’Annuncio che conferisce senso e sostanza agl’innumerevoli, aggrovigliati culti di Dio e degli dèi: per esempio la croce gialla e blu che un pescatore di Lampedusa ha ricavato dai relitti d’una nave naufragata davanti all’isola seminando centinaia d’annegati tra le onde. Qualcosa, naturalmente, «sta accadendo nella nostra società», spiega Linda Woodhead, dell’università di Lancaster, a Neil MacGregor. «qualcosa che ha a che vedere con cambiamenti sempre più veloci. I riti che iniziavano a una saggezza già definita, a un complesso fisso di cognizioni, cessano di avere un senso quando le cose cambiano così in fretta che un adolescente ne sa molto più dei genitori in campi fondamentali come le tecnologie digitali. Così si altera il vecchio modello di trasmissione delle conoscenze. Penso che stiamo affrontando il problema di come tramandare i valori più duraturi, quelli che non cambiano». Questi sviluppi sono «l’inevitabile conseguenza del progresso tecnologico, ma anche della crescente attenzione ai diritti individuali e alle scelte rispetto ai modelli basati su obblighi e convenzioni. C’è molto più spazio per pensare a che genere di persona vogliamo essere, a quale banda vogliamo appartenere. Vogliamo scegliere noi i riti che ci faranno diventare quello che abbiamo deciso di essere». Tutto vero, e meno male che le cose cambiano, ma il grande Baedeker di Neil MacGregor, un percorso fiabesco e conturbante nella giungla nera delle astrazioni umane, è il racconto di ciò che sta dietro, sotto e intorno a questi cambiamenti: il mistero dell’uomo-leone di Hohlenstein-Stadel, una croce di legno gialla e blu, il naso di Rossini troncato da una martellata.

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Diego Gabutti

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