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Diego Gabutti
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Beppe Grillo umilia la stampa e i giornalisti lasciano fare 19/12/2019
Beppe Grillo umilia la stampa e i giornalisti lasciano fare
Commento di Diego Gabutti

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Beppe Grillo

«Elevato», la smorfia sprezzante, quei modi minacciosi da santone o da vecchietto del west, lo sguardo storto di chi è sempre pronto allo schiamazzo, il capotribù pentastellare cala nella capitale per mettere in riga e sull’attenti, lui che «vale uno», i suoi seguaci, ciascuno dei quali, al confronto, vale mezzo (e anche meno). Neanche il tempo d’una doccia, le valige ancora da disfare, Beppe Grillo si è per prima cosa casualmente imbattuto, giù al Tempio di Adriano, in Giuseppe Conte (e questi è subito accorso a omaggiarlo con la lingua di fuori, come un cane da riporto). Dopodiché ha cazziato e minacciato di conseguenze apocalittiche i parlamentari cinquestelle sul piede di partenza (se il governo cade, «figêu», finirete a spasso, senza nemmeno uno straccetto di vitalizio, e vi toccherà tornare a trafficare bibite allo stadio, sempre che vi abbiano conservato il posto). Fatto ciò, è sceso in strada, dove ha affrontato i giornalisti secondo protocollo vaffista, cioè trattandoli (direbbe lui) «di merda». Giornalista di vasta esperienza, principe dei commentatori politici, direttore del Giorno nei giorni bui (per la democrazia, e per la giustizia) di Tangentopoli, qui la vede giusta Francesco Damato, che nel suo blog graffidamato.com si domanda come sia possibile che la stampa accetti di parlare con un clown da horror film che indossa una mascherina per proteggersi dai «germi» dei microfoni e dal «fiato» dei gazzettieri. Ma come? Voi siete giornalisti, avete il compito di fornire all’opinione pubblica gli strumenti e i dati utili a distinguere non diciamo il bene dal male ma la realtà dalle allucinazioni, la farsa dalla tragedia, il professionista dall’incompetente, l’analfabeta dalla persona anche soltanto mediamente colta, i politici seri e preparati dai Nani Bagonghi. Siete giornalisti, nonché adulti e responsabili, s’indigna Damato, e permettete a Grillo di prendervi per il cecio e di sputarvi praticamente in faccia?

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Sveglia, gazzettieri! Grillo è il tizio che apprezza l’Islam e in particolare gli ayatollah iraniani (pasdaran e tutto) perché «trattano con rispetto le donne», mica come facciamo noi in Occidente. È l’uomo, o meglio l’ometto, che fa il bucato senza detersivo ma con le palline di plastica «Biowashball» (e coglioni noi, strepita, a non imitarlo). È il demagogo che sbertuccia la «potente lobby» (ebraica) e allegramente sostiene che «ci sono Shoa da tutte le parti, ne succede una all’anno dai gas in Siria al Rwanda» (dunque che sarà mai Auschwitz). È l’opinion maker stravolto che nelle piazze siciliane, forse per arruffianarsele o forse (peggio ancora) perché lo pensa davvero, vaneggia che «prima d’incontrare la finanza, la mafia» avesse «una sua morale» (come i picciotti a cavallo di Pietro Germi, aggiungo io, cinefilo, in quel vecchio film à la John Ford, In nome della legge). Beppe Grillo è una fake news calzata e vestita, è il fondatore d’un movimento che risponde in tutto e per tutto alla descrizione che di simili fenomeni viene data da Stephen Law, filosofo inglese, nel suo Credere alle cazzate (Nessun dogma 2015): «Sistemi di credenze ridicole». Come a grattare il russo, secondo Dostoevskij, ci trovate il tartaro, grattate Beppe Grillo e seguaci e ci troverete fini intellettuali che «credono a cose come l’astrologia, gli stupefacenti poteri dei sensitivi che appaiono in TV, la cristallomanzia, le proprietà terapeutiche dei magneti e le profezie di Nostradamus».

Ci troverete fulmini di guerra convinti «che le piramidi siano state costruite dagli alieni o che l’Olocausto non sia mai avvenuto o che il World Trade Center sia stato fatto crollare dal governo americano [e] che la terra sia governata da una società segreta d’alieni con l’aspetto di rettili». Sono «terrapiattiste», per dire così, anche le loro opinioni sul ruolo dello Stato nell’economia, sulla giustizia, sull’esatta collocazione del Venezuela e del Cile sulla carta geografica, sulla differenza tra reato doloso e reato corposo, sui vaccini che fanno diventare gay, sull’esistenza delle sirene, sulla povertà e la sua abolizione, sulla democrazia diretta, sulle scie chimiche e persino sul fatto che Anna Frank, se fosse viva, voterebbe 5stelle. Ebbene, «garante» di tutte queste cazzate, per citare il filosofo Law, è Beppe Grillo. Uno così, se i giornalisti facessero il loro mestiere, che non è quello d’informare e basta ma quello d’informare responsabilmente, dovrebbe essere trattato come merita, cioè con il rispetto che l’Islam riserva alle donne. Ti togli la mascherina, o ce ne andiamo, «figêu». Siamo giornalisti, non ci chiami «ragazzi» e, se hai qualcosa da dire, la dici e amen, senza fare commenti sulla nostra professione o sul nostro alito. Altrimenti aria e niente interviste. Da Beppe Grillo, e dalla sua mostruosa creatura pentastellare, le gazzette hanno subito, senza mai protestare, ogni sorta di provocazione. Per esempio, le liste di proscrizione. Prima che le mezze pippe andassero al governo, dove da oltre un anno dilapidano le risorse della nazione, Grillo pubblicava sul suo blog periodiche liste nere di giornalisti ostili, cosa che non si sognarono di fare «nemmeno i fascisti», scrive Damato, «quando comparvero sulla scena politica». (Qualche anno fa finii anch’io in lista nera: come «Ishmael», uno pseudonimo che usavo all’epoca su Italia Oggi). È prudente e sensato continuare così? Arriverà mai il momento in cui i giornalisti reagiranno alle provocazioni con «qualche iniziativa di doverosa diserzione alle incursioni di Beppe Grillo, lasciandolo finalmente solo con i suoi amici, e restituendolo alle dimensioni che merita».

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Diego Gabutti

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