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Diego Gabutti
Corsivi controluce in salsa IC
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I giovani, 'Giovinezza' e la salvezza del mondo 17/12/2019
I giovani, 'Giovinezza' e la salvezza del mondo
Commento di Diego Gabutti

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Le "sardine" in piazza a Roma


Pantere, girotondi, popoli del fax, popoli viola, movimenti arancione e adesso le «sardine» (per tacer del cane… pardon, per non parlare dei «vaffisti»). È l’eredita, sempre più imbischerita, del Sessantotto. Nel senso che l’idea d’affidare ai giovani, meglio se di buona famiglia, la salvezza del mondo («giovinezza, giovinezza, primavera di belle-e-ezza») non è più tramontata dai giorni beati di On the road, delle occupazioni e delle barricate, della sex revolution, dell’immaginazione al potere (ma anche un po’, qualcuno se ne ricorderà, della P38 e della Famiglia Manson). Idea che non tramonta, ma che via via perde quota, oltre che fiato e consenso. Parliamo di movimenti che, all’origine, volevano «cambiare il mondo e cambiare la vita», come si proponeva Arthur Rimbaud quando smetteva per un momento di rimpiangere les neiges d’antan, e che adesso si sono ridotti a scendere in guerra contro «il sovranismo», di cui parlano come sempre a pera, e contro «il razzismo», neanche fossero sardine (anzi «serdins») in Alabama. Urlavano nei megafoni, marciando nelle vie del centro, che «lo Stato s’abbatte e non si cambia» e ora scendono in piazza inneggiando alla Costituzione, che all’epoca era «la Costituzione dei padroni» e che oggi è «la più bella del mondo». Rimane, dell’antica identità barricadera, l’antifascismo rococò.

Se ne vanta il sosia di Eduardo De Filippo, Erri De Luca, capo del servizio d’ordine di Lotta continua negli anni formidabili, che in un’intervista al volo da Piazza San Giovanni, dove le «serdins» nuotavano nel mare della Roma bene senza che un solo metalmeccanico in tuta osasse guastare la festa bevendo il tè senza alzare il mignolino, spiega che la polizia, ai suoi tempi, era «un po’ attaccabrighe». Volavano le pallottole dei brigatisti, il servizio d’ordine dei gruppuscoli incendiava le automobili posteggiate quando non sfondava le vetrine a sprangate, andavano a fuoco anche i bar dove la gente bruciava viva, ma ad attaccar briga era la polizia. Alè. Vecchie lenze del Sessantotto, anzi di tutti i Sessantotti che ci sono toccati negli ultimi cinquant’anni, gli Erri De Luca e i Paolo Flores D’Arcais adesso sponsorizzano le sardine, le quali non disdegnano l’omaggio, tanto che si riuniscono in un palazzo occupato e in attesa di sgombero (un problema d’ordine pubblico fatto e finito) ed è un po’ come se strizzassero l’occhio ai loro maggiori. Ma non basta. Qualcuno riesce a immaginarsi gli studenti di Hong Kong inneggiare al partito comunista cinese e al «Presidente Ping» (come lo chiama Gigiotto Di Maio, ministro imaginifico)? O i gilet jaunes tifare per Macron e signora? Oppure Jeremy Corbyn entrare in sinagoga col cappello in mano? Ebbene, le sardine – movimento d’opinione unico al mondo – scendono in piazza contro i partiti d’opposizione (che non hanno diritto alla parola, volgarucci e plebei come sono, e che per questo vengono apprezzati solo in provincia e nelle periferie popolate di «poracci») e a favore del governo in carica (un governo zerbinotto che non parla mai di politica ma sempre e soltanto di buoni sentimenti, come la Repubblica sdolcinata di Concita De Gregorio). Passano gli anni, gli Erri De Luca imbiancano, la sinistra novecentesca è ormai il fantasma di se stessa, ma la consegna è sempre quella: «resistere, resistere, resistere», come diceva il magistrato Francesco Saverio Borrelli, capo trent’anni fa del pool Mani Pulite. A che cosa precisamente resista questa sinistra in panni forever young da discoteca chic (dove si mixano sempre le stesse tre canzoni, come direbbe sempre Borrelli: Bella ciao, Bella ciao e Bella ciao) è difficile dire. Ce l’hanno con l’opposizione perché è troppo di destra (cioè «razzista» e «fascista», se le vecchie lenze del Sessantotto non s’ingannano) o col governo perché non è abbastanza di sinistra (come vorrebbero sempre gli stessi pensatori d’eccellenza)? Se è contro la destra (oggi nota come «il partito dell’odio») che le sardine scendono in piazza per far numero all’ora del tigì, non si capisce cosa vogliano ottenere: peggio e più lontano che fuori dal governo, come gli è capitato, Salvini non può andare. Si potrebbe, volendo, mandarlo per soprammercato dove Beppe Grillo e i suoi seguaci ci mandano tutti. Ma per farlo bisognerebbe rinunciare ad essere il partito dell’amore, al quale sono iscritti d’ufficio tutti i cattocomunisti ed ex goscisti d’Italia, e imitare proprio il peggior nemico delle sardine, Matteo Salvini: l’«odiatore seriale» che un giorno invoca la democrazia illiberale, il cui scopo è sgombrare le nostre città da negher e muslim, ma che il giorno dopo manda «bacioni» ai suoi nemici.

C’è da dubitare, però, che la sinistra italiana voglia prendere esempio da un tale che pretende i pieni poteri. Una sinistra che nel suo pantheon conta fior di democratici come Iosif Stalin, Nicolae Ceausescu, Fídel Castro e «Che» Guevara, Mao Zedong, Hugo Chávez e Pol Pot non può certo attaccare il cappello ai bacioni, falsamente moderati, d’un aspirante dittatore genocida come Salvini. No, le sardine prendono esempio, se proprio devono, dalla sinistra radical chic, che non è mai contenta e pretende da tutti i leader di sinistra, ieri da Massimo D’Alema, oggi da Nicola Zingaretti, che dicano «qualcosa di sinistra» o «con questi leader non vinceremo mai». Secondo Hegel era impossibile «far entrare un’Idea nella testa d’un cinese». Allo stesso modo è impossibile far capire a una sardina che oggi i leader di sinistra dovrebbero dire piuttosto «qualcosa di destra». Qualcosa sulla sicurezza. Qualcosa sul debito e sullo spread. Qualcosa sulle tasse. Qualcosa sul welfare, con attenzione anche a chi lo paga e non soltanto a chi ne gode. Qualcosa sul controllo dell’emigrazione. E qualcosa di sensato, finalmente, sulla condizione della classe operaia e dei ceti medi nell’Europa del XXI secolo.

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Diego Gabutti

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