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Diego Gabutti
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la Bibbia sprigiona una altissima tensione romanzesca 24/11/2019

la Bibbia sprigiona una altissima tensione romanzesca
Diego Gabutti legge ‘Il libro di tutti i libri’ di Roberto Calasso

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La copertina                                     Roberto Calasso

Roberto Calasso, Il libro di tutti i libri, Adelphi 2019, pp. 560, 28,00 euro, eBook14,99 euro.

 Storia drammatica, dove non si contano le Piaghe e i Diluvi, i Misteri e le Imperscrutabilità della teologia, quella del popolo eletto non è una storia a lieto fine, come nei Dieci comandamenti di Cecil B. De mille, o in Exodus di Otto Preminger, dove a valle delle catastrofi, degli Esodi e degli Olocausti, c’è sempre una musica trionfale e una luce escatologica, di liberazione dalle tribolazioni. Alla Bibbia non s’addicono le due parole famose, sigillo d’ogni altra storia: The End. «Con la sua ossessiva concentrazione su ciò che implica essere eletti», scrive Roberto Calasso nel suo ultimo saggio, un’esplorazione visionaria del Libro di tutti i libri, «la Bibbia sprigiona una altissima tensione romanzesca. Eletto è chi fa procedere le storie – e la storia». Romanzo originario, dal quale discende per intero (o quasi per intero) la letteratura occidentale, la Bibbia è un romanzo realistico che racconta, attraverso quelle che sembrano metafore, la storia dell’uomo in rapporto al mito e alla religione, e dunque in buona sostanza la Storia com’è, senza facili consolazioni. Nel libro di Calasso, come in Moby Dick, o nelle allucinazioni kafkiane, la Storia è la via di Iahvè, «obliqua e imperscrutabile». Ci sono le tende dei nomadi, c’è il sangue dei sacrifici, c’è la vita quotidiana di guerrieri e pastori, ci sono le imprese dei profeti, ci sono figure che tornano«nell’ombra, da cui sono uscite in uno sprazzo, come comparse in un peplum». Ogni evento è l’ombra del vero evento, l’Evento Cosmico: una guerra tra gli dèi dell’antichità, tra l’Uno e il Molteplice, tra Iahvè e gli Idoli, di cui la Bibbia è il racconto verace, non importa quanto fedele o infedele. Divinità preistoriche, mai pietose o smancerose, altrettanti dèi «degli eserciti», Iahvè e i Dèmoni suoi nemici combattono una guerra che attraversa le ere: di tanto in tanto sembra placarsi, ma è pronta a riesplodere in ogni momento, senza preavviso, e ancora non se ne vede la fine. Gli dèi muovono i popoli come pezzi (tutti sacrificabili, le semplici pedine al pari delle regine e dei re) di un’immane scacchiera metafisica, che ha per suo esatto zenit la Morte, senza la quale ognuno sarebbe eguale a Iahvè. Roberto Calasso – che lavora sui materiali del mito, della letteratura e della teologia da tutta la vita, interrogandoli e catalogandoli nello stesso tempo – è lo storico di questa guerra. Ne racconta le battaglie, le tregue, gli agguati, i machiavelli e le alleanze con penna ispirata. All’apparenza, come ogni libro di storia, anche i libri che illustrano la storia del mito e della religione sono costruiti intorno agli accadimenti reali e hanno per protagonisti donne, uomini e animali concreti. Ma in realtà la storia delle religioni è una storia di Concetti e di Visitazioni. Gli eventi sono didascalie e i viventi vi compaiono come ospiti temporanei dei talk show. Calasso, da storico di queste avventure metafisiche, è una sorta d’Erodoto della trascendenza:maneggia i concetti più astratti come tangibili, vibranti e sonore tessere d’un puzzle che alla fine dei tempi («quando verrà il Messia», il quale probabilmente «passerà inosservato, perché cambierà solo alcune piccole cose, e non si sa quali») svelerà il Mistero che tiene «il Sapiens» sotto incantesimo da epoche immemorabili. Oppure no, non lo svelerà affatto. Forse ha ragione Freud, inflessibilmente ateo e illuminista, che nel suo saggio su Mosè smonta il racconto biblico attribuendo l’invenzione del Dio Unico ai sacerdoti d’Akenathon, faraone eretico e monoteista, e facendo di Mosè (sulle orme di Goethe) un egizio dissidente che esporta l’eresia fuori dall’Egitto, tra i popoli nomadi. Se è così, non ci sono più Misteri da svelare ma soltanto storie sulle quali fantasticare (ed è più che abbastanza). Storie romanzesche, e anche storie fantasy. Una di queste storie, raccontata da Calasso con divertita impassibilità, rimette in pista una promessa di «The End» alla Cecil B. De Mille spiegando che «lo stato originario della Torah è il disordine. Giaceva dinanzi al Signore sotto forma di seicentomila lettere. Poi apparve Adamo e peccò. Allora il Signore dispose le lettere in frasi come questa: “Quando un uomo muore nella sua tenda”. E anche in altre che riguardavano l’eredità, il levirato e fatti simili, secondo il Midrash Talpiyot. In ciascuna di quelle frasi era nominata o presupposta la morte. Ma quando la colpa di Adamo sarà dimenticata e cancellata, la Torah tornerà al suo stato originario e si comporrà in altre parole».

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Diego Gabutti


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