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Diego Gabutti
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Rileggendo Wisława Szymborska 23/11/2019

Rileggendo Wisława Szymborska
Commento di Diego Gabutti

 Risultato immagine per Michal Rusinek, Nulla di ordinario
Michal Rusinek, Nulla di ordinario. Su Wisława Szymborska, Adelphi 2019

Sua madre era una Rottermund, cognome dal suono spericolatamente ebraico nella Polonia nel 1939, quando gli hitleriani occuparono il paese col beneplacito dei comunisti (devoti al loro stesso Iddio cannibale: lo Stato onnipotente).
Per «essere lasciata in pace» – scrisse molti anni dopo Wisława Szymborska, poetessa, Premio Nobel per la letteratura nel 2006 – «la mia povera mamma dovette presentare dei documenti che attestavano come la sua famiglia, menzionata già nel XVI secolo», fosse «autenticamente polacca».
Trent’anni dopo, «nel 1968» – scrive Michal Rusinek nel suo asciutto e affettuoso memoir – «del cognome Rottermund si ricorderanno le autorità statali e poi i cosiddetti “veri polacchi” dopo il 1996. Su certi elenchi contenenti i cognomi autentici d’alcuni personaggi pubblici apparirà scritto: “Wisława Szymborska: vero cognome Rottermund”. E dopo la sua morte, quando pubblicammo il regolamento del Premio Szymborska, su un forum virtuale venne postato l’acuto commento: “Judeo-mini-Nobel”».
Non perse mai tempo a smentire queste voci, anzi «questi pettegolezzi, messi in giro dai nostri zelantissimi antisemiti» e – «detto tra parentesi», aggiunse ¬– «a volte penso che non sarebbe stato male nascere con almeno una piccola dose del sangue di quel popolo straordinariamente ricco di talento. Forse sarei più capace, scriverei di più, meglio e con minore fatica».
Con minore fatica può darsi, ma più capace è difficile. Quanto poi alla sua vena poetica, era già abbastanza «ebraica» così, sebbene la sua «voce» – una voce inconfondibile, leggera e implacabile insieme – ne facesse più un membro della squadra dei Fratelli Marx che di quella dell’Ecclesiaste.
Wisława Szymborska esplorava il lato buffo della Creazione, vale a dire il suo vero Mistero. «Consapevolmente o meno» – scrivono Anna Bikont e Joanna Szczęsna in Cianfrusaglie del passato, Adelphi 2015, biografia per aneddoti della Szymborska – «lei non ha fatto altro che seguire le orme del padre, che è stato anche il suo primo mecenate.
Quand’era piccola, le dava 20 centesimi a poesiola, a patto che fossero divertenti: niente confidenze, niente lamenti». A differenza della stragrande maggioranza dei poeti, che si mettono volentieri in piazza, ostentando sentimenti privati e propositi (e spropositi) sociali, Szymborska non aveva lezioni da dare a nessuno, e nemmeno si scrutava nell’anima, ostentando la permanenza dei dolori o sospirando per la natura effimera delle gioie. Dolenti o allegre, scherzose o commoventi, le sue poesie erano sempre piene di misura, controllate, attente a non strafare, mai pompose. Erano costruite sulle immagini, piene di fatti e di storie. Nelle sue poesie le parole non celebravano se stesse ma le cose di cui parlavano.
Erano oltretutto divertenti — «senza confidenze, senza lamenti», come le voleva suo padre «quand’era piccola» — tanto che Woody Allen una volta le mandò un video, da New York, in cui le diceva, con accenti da vero fan: «Cara signora Szymborska, io sono considerato un uomo spiritoso, ma il suo senso dell’umorismo sovrasta di gran lunga il mio».
Scriveva «limerick», sia castigati che indecenti. In Sicilia, all’inizio del millennio, dov’era andata a ritirare uno dei tanti premi che le piovvero addosso negli ultimi vent’anni di vita, ne scrisse uno che rimava così: Nella ridente città di Corleone ti prendono a mazzate sul groppone. Questa brutta abitudine chi nasce l’assimila col latte ancora in fasce, e dunque, si può dire, è un vizio d’alimentazione. Sorprendenti e lampeggianti, efficaci e stringate come storielle ben costruite e meglio ancora raccontate, le poesie di Wisława Szymborska non fanno solo ridere, naturalmente. Niente confidenze, niente lamenti, ironia e distacco finché si vuole, ma sono nondimeno poesie serie, tremendamente serie.
Ce ne sono, anzi, che non si possono leggere «senza un groppo alla gola», come per esempio Il gatto in un appartamento vuoto, scritta in memoria del suo secondo marito, il poeta Kornel Filipowicz: «Morire — questo a un gatto non si fa».
Un altro grande poeta polacco, Czesław Milosz, a sua volta Premio Nobel, disse una volta che i versi di Wisława Szymborska sono spettacoli di magia (come se ne vedono spesso, a proposito, anche nei film di Woody Allen): «In ognuna delle sue poesie a un certo momento spunta a sorpresa un coniglio dal cappello».
Da giovanissima, nella Polonia scampata al giogo hitleriano e occupata dall’Armata rossa, Szymborska fu comunista, e scrisse poesie in lode del regime e contro l’imperialismo yankee poi ripudiate. «Capita spesso», avrebbe scritto più tardi, «che, tra il mondo e il progresso, si insinui una teoria, un’ideologia, che promette d’incasellare e spiegare tutto. Da noi ci sono scrittori che hanno resistito a tale tentazione e hanno preferito fidarsi del loro istinto e della loro coscienza, anziché di qualcun altro. Io purtroppo ho ceduto a quella tentazione, come testimoniano le mie prime due raccolte poetiche. Sono passati molti anni da allora, ma ricordo bene tutte le fasi di quella esperienza: dalla gioia della fede perché la dottrina mi donava uno sguardo sul mondo assai più chiaro e ampio fino alla scoperta che ciò che vedevo in modo così chiaro e ampio non era il mondo vero, ma una costruzione artificiale che gli faceva velo».
E a proposito dell’utopia: Isola dove tutto si chiarisce. Qui si ci può fondare su prove. L’unica strada è quella d’accesso. Gli arbusti si piegano sotto le risposte. Qui cresce l’albero della Giusta Ipotesi con rami da sempre districati. Più ti addentri nel bosco, più si allarga la Valle dell’Evidenza. Domina sulla valle la Certezza Incrollabile. Dalla sua cima si spazia sull’Essenza delle Cose.
Se sorge un dubbio, il vento lo disperde.


 DUE POESIE DI WISŁAWA SZYMBORSKA

IL TERRORISTA, LUI GUARDA
La bomba esploderà nel bar alle tredici e venti. Adesso sono appena le tredici e sedici. Alcuni faranno in tempo a entrare, alcuni a uscire. Il terrorista ha già attraversato la strada. Questa distanza lo protegge da ogni male, e poi la vista è come al cinema: Una donna con il giaccone giallo, lei entra. Un uomo con gli occhiali scuri, lui esce. Ragazzi in jeans, loro parlano. Le tredici e diciassette e quattro secondi. Quello più basso è fortunato e sale sulla vespa, quello più alto invece entra. Le tredici e diciassette e quaranta secondi. La ragazza, lei cammina con un nastro verde nei capelli. Ma quell’autobus d’improvviso la nasconde. Le tredici e diciotto. La ragazza non c’è più. Se è stata così stupida da entrare, oppure no, si vedrà quando li porteranno fuori. Le tredici e diciannove. Più nessuno che entri, pare. Invece esce un grassone calvo. Sembra che si frughi nelle tasche e alle tredici e venti meno dieci secondi rientra a cercare quei suoi miseri guanti. Sono le tredici e venti. Il tempo, come scorre lentamente. Deve essere ora. No, non ancora. Sì, ora. La bomba, lei esplode.

UN PARERE IN MERITO ALLA PORNOGRAFIA
Non c’è dissolutezza peggiore del pensare. Questa licenza si moltiplica come gramigna su un’aiuola per le margheritine. Nulla è sacro per quelli che pensano. Chiamare audacemente le cose per nome, analisi spinte, sintesi impudiche, caccia selvaggia e sregolata al fatto nudo, palpeggiamento lascivo di temi scabrosi, fregola di opinioni – ecco quel che gli piace. In pieno giorno o a notte fonda si uniscono in coppie, triangoli e cerchi. Poco importa il sesso e l’età dei partner. I loro occhi brillano, gli ardono le guance. L’amico travia l’amico. Figlie snaturate corrompono il padre. Il fratello fa il ruffiano per la sorella minore. Preferiscono i frutti dell’albero vietato della conoscenza alle natiche rosee dei rotocalchi, a tutta questa pornografia in definitiva ingenua. I libri che li divertono non sono illustrati. Il loro unico svago – certe frasi segnate con l’unghia o la matita. È spaventoso in quali posizioni, con quale sfrenata semplicità l’intelletto riesca a fecondare l’intelletto! Posizioni sconosciute perfino al Kamasutra. Durante questi convegni solo il tè va in calore. La gente siede sulle sedie, muove le labbra. Ognuno accavalla le gambe per conto proprio. Un piede tocca così il pavimento, l’altro ciondola libero nell’aria. Solo ogni tanto qualcuno si alza, va alla finestra e attraverso una fessura delle tende scruta furtivo in strada.

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Diego Gabutti


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