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Diego Gabutti
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Le battaglie di Le Carré 20/11/2019
Le battaglie di Le Carré
Commento di Diego Gabutti

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John Le Carré


Qualche giorno fa il Corriere della sera ha ripreso un intervento politico di John Le Carré apparso sulla stampa inglese. È un intervento giusto, anzi giustissimo, ma inaspettato. Già autore negli anni settanta d’alcune classiche spy stories anticomuniste, della Spia che venne dal freddo e di Chiamata per il morto, ma in particolare della cosiddetta «trilogia di Smiley», che va dalla Talpa a Tutti gli uomini di Smiley attraverso L’Onorevole scolaro, Le Carrè è passato ormai da decenni alla guerra per mare e per terra contro l’Occidente corrotto e sfruttatore; ed ecco che adesso, ritrovato l’antico entusiasmo liberaldemò, si scaglia d’un tratto contro l’antisemitismo (e l’antisionismo) coltivato e promosso dai laburisti veteromarxisti e mangiagiudei di Jeremy Corbyn. Le Carré non predica neanche più contro l’«okkupazione» delle terre palestinesi da parte d’Israele e dei suoi leader nazionalsocialisti con la kippah e le treccioline (come faceva in Amici assoluti, un romanzo del 2003, dove faceva dire a uno dei protagonisti: «Spiega ai nuovi zeloti di Washington che con la creazione d’Israele è stato commesso un mostruoso crimine e ti chiameranno antisemita»). Perché? Cos’è successo? Le Carré si è ricreduto? Niente più «eccessi del capitalismo», come li chiama lui (cito dal Foglio di qualche giorno fa)? Posso sbagliare, ma temo che non sia (come sarebbe bello) una convinta o anche soltanto convincente presa di posizione liberale (e pro-Israele) da parte dell’autore che negli ultimi trent’anni ha firmato alcune delle spy stories più politicamente corrette e radical chic mai scritte e concepite. Temo che questa improvvisa deviazione dalla rotta consueta – quella che per anni lo ha spinto a montare ridicole trame a favore della Jihad, delle democrazie illiberali e contro CIA, «Big Pharma» e perfida finanza globale – ci sia soltanto il lancio della serie tv tratta da un suo romanzo del 1983, The Little Drummer Girl, da noi La tamburina, che dall’inizio di novembre è in onda su AppleTV, il nuovissimo network di film e serial in streaming avviato nelle ultime settimane dalla benemerita company di Steve Jobs buonanima. Dalla Tamburina, che non è tra i migliori romanzi di Le Carré, era già stato tratto un film così così nel 1984 (protagonista Diane Keaton, regia di George Roy Hill). Dicono che il serial tv sia meglio. Può darsi, non so. Quanto alla trama, è la storia di un’attricetta inglese d’estrema sinistra che viene reclutata la domenica sera dal MOSSAD e infiltrata già il lunedì mattina in una cellula di terroristi palestinesi allo scopo di catturarne il leader, un killer particolarmente sanguinario e donnaiolo, sacrificandogli (à la guerre comme à la guerre) la propria virtù. John Le Carré, che dei servizi inglesi sapeva tutto per esserne stato un agente ai tempi della guerra fredda, non sapeva niente del MOSSAD e del terrorismo palestinese (benché a Tel Aviv, come si leggeva nel bugiardino del libro, gli avessero tenuto un corso accelerato). Anche se gl’israeliani, nel romanzo del 2003, erano i buoni, mentre oggi nei suoi romanzi gli occidentali (amerikani in testa) sono sempre i cattivi, dalla sua scarsa conoscenza del soggetto conseguirono i peggiori stereotipi (come nei Segretissimo da quattro soldi di Gérard de Villiers): vilain da fumetto, spie israeliane sempre un po’ sul mistico, un’improbabile attricetta sessantottina. Stereotipo ulteriore, naturalmente, e di gran lunga meno perdonabile, è quello del romanziere engagé che combatte la buona battaglia a favore del serial televisivo tratto da The Little Drummer Girl con l’aria di battersi contro l’antisemitismo e l’antisraelismo del Labour party degenere di Jeremy Corbin. È quel che fanno le romanziere svenevoli, per promuovere le proprie opere, nelle storie di P.G. Woodehouse: fingono indignazione per la caccia alla volpe, occupano le librerie firmando copie del loro ultimo romanzetto animalista, e intanto tirano a sposare il povero Berto Wooster. Le Carrè, diversamente da loro, non vuole impalmare Berto Wooster, ma esattamente come loro ostenta indignazione e firma in libreria le copie del suo ultimo romanzetto, fresco di stampa, La spia corre sul campo (Mondadori 2019, pp. 264, 20.00 euro, eBook 10,99 euro). Di che cosa parla il suo nuovo romanzo? Di un’altra buona battaglia, naturalmente: le spie di Le Carré scendono in campo contro Donald Trump e la Brexit (fenomeni entrambi discutibili, ma soggetti più adatti a un editoriale indignato di Huffington Post o di Repubblica che a un romanzo dell’autore di Casa Russia e della Spia perfetta). Rileggo per intero, ogni due o tre anni, la «trilogia di Smyley», che ritengo un’opera straordinaria, o meglio «praticamente perfetta sotto ogni aspetto», come Mary Poppins, ma non sopporto più (senza offesa, col dovuto rispetto) il suo autore, i suoi predicozzi, le spy stories ormai illeggibili che insiste a scrivere, le sue astuzie da intellò alla moda, le sue tronfie pose da muezzin.

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Diego Gabutti

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