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Diego Gabutti
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Fuga sotto il muro di Berlino 09/11/2019
Fuga sotto il muro di Berlino
Recensione di Diego Gabutti

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Greg Mitchell, Tunnel. 1962: fuga sotto il muro di Berlino, UTET

Città aperta nel cuore dell’impero sovietico, Berlino è per il segretario generale, Nikita Sergeevič Chruščёv, «una lisca in gola»; non lo consola pensare che, contemporaneamente, è anche «quel paio di testicoli» che «posso strizzare ogni volta che» mi gira «di farstrillare un po’ l’Occidente». In pochi anni, attraverso Berlino, ben «2 milioni e 800mila» tedeschi dell’Est hanno preso il largo, e l’esodo continua. Di qui il Muro. È il 13 agosto 1961. Billy Wilder, che a Berlino sta ultimandoUn due tre,un fiasco al botteghino (non è il momentodi scherzare su Berlino) ma uno dei suoi film più belli, non può più girare alla porta di Brandenburgo, sorvegliata da «VoPos» (gli agenti della Volkspolizei, la polizia popolare) armati fino ai denti, ma ne deve costruire una di cartapesta, quasi a grandezza naturale. Partono le prime fucilate e scariche di mitra dalle torrette di guardia (il paradiso socialista, come la mafia, si può lasciare solo coi piedi in avanti). Togliatti e il Pc italiano applaudono, ammirati. JFK, il nuovo presidente americano, reduce dal disastro della Baia dei Porci, è un anticomunista duro, almeno quanto Nixon e Reagan qualche anno più tardi, ma reagisce con prudenza, «anche troppa», come si lamenteranno nel 1962 i corrispondenti da Berlino della CBS, accusati d’aver messo a rischio la sicurezza nazionale per aver filmato e documentato la fuga di 29 tedeschi dell’Est attraverso il tunnel di Bernauer Strasse.È cominciata l’epopea degli «scavatori», tutti giovani e giovanissimi, studenti e lavoratori, non solo tedeschi ma anche americani e italiani. Due nostri connazionali, Domenico «Mimmo» Sesta e Luigi Spina, entrambi studenti d’ingegneria,sono i protagonisti dello scavo di Bernauer Strasse, il più importante. Scavatore non meno illustre e leggendario, un ex (e futuro) campione di ciclismo della Germania orientale, Harry Siedel, fugge da Berlino est in bicicletta, dopo di ché organizza la fuga di moglie e figlio, quindi s’incaponisce nel tentativo, sempre frustrato, di far fuggire anche sua madre, ma intanto scava tunnell, dai quali escono – coperti di fango ma festanti – amici e sconosciuti. Altreorganizzazioni specializzate in «esfiltrazioni» dall’Est sono infiltrate da agenti della STASI, la famigerata polizia politica tedesco-orientale, che conta letteralmente milioni d’agenti. Sesta e Spina – i due scavatori italiani, alle cui imprese qualche anno fa la Rai ha dedicato uno sceneggiato (come tutti gli sceneggiati italiani) non proprio memorabile – hanno una lunga lista di persone, amici e altri, da far fuggire. Cominciano a scavare in un magazzino fuori vista di Bernauer Strasse, diretti verso la cantina d’uno stabile di Berlino est. Servono soldi, e vogliono magari anche guadagnarci qualcosa, così si mettono d’accordo con uno dei nascenti netwkork televisivi americani, la CBS, che finanzia l’impresa con qualche migliaio di dollari, senza scialare; in cambio viene permesso a un paio di suoi cameramen di seguire in gran segreto i lavori, che si concludono in bellezza, con la fuga di qualche decina di persone. Ci sono state infiltrazioni d’acqua, rischi di crollo, incidenti d’ogni tipo (più o meno le stesse cose che si vedranno un anno più tardi, nel 1963, nella Grande fuga di John Sturges, la storia d’un tunnel scavato dalle più popolari star americane in un campo di prigionia nazista). Ma l’amministrazione Kennedy, alle prese con la crisi dei missili a Cuba, non vuole altri guai; decisa a controllare stampa e tivù come mai nessuna amministrazione americana prima e dopo, convince la CBS – con ricatti e minacce – a non mandare in onda il programma, che apparirà solo qualche settimana più tardi (tardi, ma ancora in tempo per diventare un classico dei reportage televisivi). Oggi il Muro è a malapena un ricordo, e sembra persino che una parte dell’ex Germania orientale abbia «Ostalgie» o nostalgia dei vecchi tempi; per non parlare delle frontiere, che non sono mai state così porose. Greg Mitchell, con questo suo straordinario racconto, ricorda agli europei che siamo scampati da poco, e forse non scampati del tutto, agli agguati del totalitarismo. Ai tempi c’erano il Muro e le fantasie da Minculpop dell’amministrazione Kennedy, che ammetteva senza vergogna di voler mettere il bavaglio all’informazione. Che cosa ci sia oggi è presto detto, ma è anche inutile dirlo.

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Diego Gabutti

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