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Diego Gabutti
Corsivi controluce in salsa IC
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D'Annunzio una Rock Star? Non fu mai antisemita 03/11/2019
D'Annunzio una Rock Star? Non fu mai antisemita
Ritratto di Gabriele D'Annunzio

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Maurizio Serra, L’Imaginifico. Vita di Gabriele D’Annunzio, Neri Pozza 2019,


Non soltanto biografia, insieme sobria e appassionata, L’Imaginifico di Maurizio Serra è anche una guida preziosa all’opera di Gabriele D’Annunzio (tanto più benefica per chi, come me, non ha orecchio per la poesia e fissa i versi e le rime in controluce, come strani insetti sulla pinzetta dell’entomologo, e non se la cava molto meglio con la prosa imaginifica). D’Annunzio, nella lettura critica e nel racconto biografico di Serra, appare vivo, concreto e inimitabile (e anche un po’ inimmaginabile, com’è giusto che sia per chi si è posto quale «fin la meraviglia»). D’Annunzio, nelle pagine del suo biografo, prende sostanza: oltre le fantasmagorie della lingua, oltre l’allestimento scenico stile balocchi e profumi della sua vita personale, il burattino diventa bambino vero. Sgombrato il campo da quella che ai posteri è sempre apparsa come un’esistenza puramente aneddotica, tutta erotomania con sonoro alato a piè di lista e massime da biscotto cinese belle époque, D’Annunzio rimane il Vate, col suo bric-à-brac d’iperboli ispirate e l’eterno codazzo di creditori furiosi, ma non è più il Pulcinella politico e letterario alla mercé di fan club rivali: i dannunziani fedelissimi e i nemici giurati del dannunzianesimo, gli uni e gli altri ancora in campo, come pterodattili scampati all’estinzione, un’era geologica o due dopo la morte del poeta. Ultima delle grandi icone romantiche, erede diretto di Lord Byron, dei Treizes di Balzac e persino un po’ del giovane Werther goethiano, D’Annunzio è anche il primo degli opinion maker, una rock star. Spinto dal carattere e dalle circostanze, come pure dal calcolo della grande stampa e delle cancellerie internazionali, non parla soltanto ai giovani che anelano a un’identità (meglio se intensa, e meglio ancora se sgargiante) ma anche all’opinione pubblica, alla «folla» di Gustave Le Bon. Da semplice, sia pur maiuscolo, Poeta che era, si trasforma in Poeta-Soldato, primo dei Comandanti e dei Padri del Popolo. È one of us, uno di noi: un moderno. Sono tempi cupi, la modernità incalza da ogni parte e i poeti (anche i più lucidi e controllati, figurarsi lui, l’Übermensch abruzzese) si stanno convertendo en bloc all’utopia. Come poeta, l’autore del Fuoco e del Piacere è capace di tutto, dei versi più stucchevoli come di quelli più sobri, del «fabbro occulo che batte sull’incudo» come d’«Ascolta. Piove dalle nuvole sparse». Come uomo, punta per istinto alla dismisura, alla bigiotteria nietzschiana, al singolare proposito di «vivere pericolosamente» e, dall’agosto 1914 in poi, all’interventismo radicale: «Ma tu fa, Dio d’Italia, che al tuo cenno / gittiam nelle bilance lor cortesi / un ferro ancor temibile, che pesi / più della spada barbara di Brenno». Sessantenne, prende posto tra i combattenti, invocando austroungarici da abbattere. Non è il solo, in quegli anni, a tifare per l’Apocalisse. Invocano la guerra, con mezzi di gran lunga meno «imaginifici» dei suoi ma non meno efficaci, gli altri intellòs della sua generazione, con rarissime eccezioni. «Nell’ondata di fanatismo che pervade Europa nell’estate 1914», scrive Maurizio Serra, «gl’intellettuali occupano un posto di rilievo. I loro appelli alla lotta alimentano la convinzione del carattere irreparabile d’un evento drammatico, l’attentato contro l’erede al trono di una delle principali dinastie del continente, ma non certo inedito. Non si trattava, dopotutto, di “rischi del mestiere”, come pare avesse detto Vittorio Emanuele III a proposito dell’assassinio del padre, Umberto I? Le risorse della diplomazia e del semplice buon senso avrebbero potuto contenere le conseguenze di quel triste evento. Ahimè, l’Europa del 1914 si annoiava e voleva venire alle mani, come la Francia del 1968, ma con conseguenze ben più funeste». Viene la guerra, e qualche milione di morti più tardi la guerra finisce. Drogato dalla vita spericolata del combattnte, e drogato anche di cocaina, che da tempo spopola negli ambienti artistici e radicali ormai indistinguibili tra loro, D’Annunzio prende la testa del movimento irredentista fiumano e, mostrando la strada a Mussolini e Fídel Castro, sale per primo sul balcone del potere assoluto, il minareto dal quale s’arringa il popolo esultante. È il primo giorno della Santa Impresa. Comincia la leggenda di Fiume, l’Hy-Brazil imaginifica, di cui ricorre quest’anno il centenario. Una ricorrenza che i dannunziani rinati, orfani dell’Ottobre bolscevico e della Marcia su Roma, festeggiano come l’incipit del Sessantotto, il primo atto della Grande Festa rivoluzionaria: nudismo, yoga, scandali surrealisti, politica parolibera, sex revolution, grandi pipate d’oppio. Tutto vero, per carità. Ma ci sono altre meraviglie da mettere in conto alla «Reggenza del Carnaro», a cominciare dagl’inutili sacrifici umani dei legionari, sacrificati all’Ego del Soldato (e del Poeta). Per non parlare della mitizzazione della vita militare, della propaganda inesausta, della falsa filibusta, dell’«a noi», della mistica del sangue, della catastrofe economica, del nazionalsocialismo molesto, dell’«eia eia alalà» e della Carta del Carnaro che, con diciassette anni d’anticipo sulla Costituzione sovietica del 1936, se la tira da «costituzione più avanzata del mondo», e che viene tuttora esaltata dagli esaltati. Serra rende giustizia, tirandolo giù dal monumento a cavallo elevatogli negli ultimi anni, non soltanto al Poeta ma anche al Soldato: il beffeggiatore di Fiume, l’Orbo Veggente. D’Annunzio, in questa magnifica biografia, non è un personaggio da commedia novecentesca, come i mascheroni che figuravano sui manifesti trompe l’oeil delle Librerie Feltrinelli negli anni sessanta. Sebbene vi sia «sempre qualcosa di teatrale in tutto quel che fa», e benché sia stato anche un grande demagogo, oltre che un grande scrittore, D’Annunzio non è Lenin o Che Guevara, neppure in un’interpretazione pop art à la Andy Wharol. A differenza degli altri tiranni carismatici, di cui è stato l’ouverture, il Vate si è tenuto sempre lontano dalle due peggiori derive novecentesche: la socializzazione e l’antisemitismo. Non si può dire altrettanto dei suoi moderni tifosi: le curve sud dell’Impresa fiumana, gli entusiasti dell’Eros sfrenato, i patiti della Carta del Carnaro. Cattivi discepoli, sono lontani dall’«età dannunziana», alla quale elevano inni, come gli utopisti dalla Luna che promettono.

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Diego Gabutti

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