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Diego Gabutti
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'La grande frattura. L’Europa tra le due guerre 1918-1938', di Philipp Blom 30/08/2019
'La grande frattura. L’Europa tra le due guerre 1918-1938', di Philipp Blom
Commento di Diego Gabutti

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Philipp Blom, "La grande frattura. L’Europa tra le due guerre 1918-1938", Marsilio 2019

All’origine di tutto c’è la guerra, subito detta Grande: un’apocalisse che s’abbatte sull’Europa. È qualcosa non solo di Grande, ma di grande e d’inimmaginabile. Milioni di morti. Battaglie che lasciano sul campo centinaia di migliaia di cadaveri. E poi supercannoni, gas, scontri tra aerei con le ali di tela nei cieli sopra le trincee e l’insorgere su scala globale di nuove malattie mentali: il disturbo post traumatico da stress e, più devastante ancora dello choc da trincea, il fanatismo ideologico, da cui deriveranno le piaghe gemelle del comunismo e del nazifascismo. Dentro la guerra, come una sorpresa nell’uovo di Pasqua del nuovo secolo, c’è la Tecnica: la Tempesta d’Acciaio destinata a spazzare, infuriando senza sosta sulle nazioni e sui continenti, l’intero XX secolo. Storico e giornalista, ma anche romanziere, l’inglese Philipp Blom racconta l’intervallo tra le due guerre, gli anni del fascismo e del jazz, del comunismo e del cabaret, con perfetto ritmo narrativo e vasta scienza (la prima è una dote che gli storici invidiano ai romanzieri, la seconda un’attitudine che i romanzieri invidiano agli storici, e Blom le possiede entrambe). La grande frattura è il repertorio ragionato delle culture e anticulture del Novecento. Secolo della Libertà e dei suoi nemici, del proibizionismo e della sex revolution, dell’antisemitismo e delle rivolte urbane, della pop culture e delle ideologie disumanistiche, della grande letteratura e della propaganda, delle democrazie e delle dittature, della Modernità e dei suoi inciampi, di Tarzan delle Scimmie e del Narratore di Proust, il Novecento è stato il crocevia di tutti questi mondi in guerra permanente tra loro (un secolo di cui ancora non si vede la fine… e sono passati trent’anni da quando Eric J. Hobsbawm, intellò marxista e grande appassionato di jazz, lo ha dichiarato «breve»). Blom evoca lo spirito del Novecento raccontando le sue storie esemplari. Sono storie che prendono tutte forma nel ventennio tra le due guerre: il jazz di New Orleans, l’impresa fiumana di D’annunzio, Stalin e Al Capone, Buster Keaton e Chaplin, La corrazzata Potëmkin, la guerra civile spagnola, gli splendori hollywoodiani, le leggi di Norimberga, da noi le leggi razziali e Mascellone alla conquista d’un impero, la vertiginosa fisica dei quanti, le avanguardie artistiche, i fronti popolari, l’esistenzialismo e la carestia programmata dai bolscevichi in Ucraina (ai tempi, «la carestia è nota come “Holomodor”, un termine composto dall’ucraino “holod”, cioè fame, e dal russo “mor”: flagello, moria. Tradotto alla lettera significa qualcosa come “sterminio per fame”», spiega Blom). Ogni storia, nel Novecento, ha due facce: il socialismo, da speranza delle classi subalterne e pericolose, si trasforma nell’incubo di cui renderà conto George Orwell, e la grande filosofia, che dovrebbe restituire senso al mondo e alla condizione umana, partorisce la sinistra figura del superuomo, in cui ogni senso si perde. È l’epoca del Grande Gatsby ma anche del Mein Kampf, di Ginger Rogers e Fred Astaire che cantano A Fine Romance ma anche dei Processi di Mosca e dell’incendio del Reichstag, di Parlami d’amore Mariù ma anche dei feroci cori nazisti e comunisti, delle prime battaglie per i diritti civili degli afroamericani ma anche del Ku Klux Klan, di Biancaneve e i sette nani e Pinocchio ma anche di Auschwitz e Kolyma. Secolo dei grandi propositi e degl’immani spropositi, il Novecento è l’epoca – nel veridico racconto di Philipp Blom – in cui l’intera umanità rischia improvvisamente il collo, in balia della Tecnica e dei bug nel software delle culture umane. È anche il secolo in cui gli umani apprendono (o potrebbero apprendere) l’umiltà: l’universo, grazie alle osservazioni (è il 1924) dell’astronomo americano Edwin Hubble, si rivela infinitamente più vasto di quanto era stato calcolato fino a quel giorno, e l’uomo non soltanto rimpicciolisce ma praticamente svanisce (meno d’una lacrima nella pioggia, direbbe l’androide di Blade Runner) nell’incalcolabile vastità di questo nuovo scenario cosmico. Due facce, una dispari, l’altra pari. Da una parte l’Olocausto e l’«Holomodor», dall’altra «le cose per cui vale la pena vivere» elencate da Woody Allen in Manhattan. («Be’, io direi che una buona ragione per continuare a vivere è il vecchio Groucho Marx. Un’altra è Joe DiMaggio. E poi Louis Armstrong, l’incisione di Potato Head Blues e i film svedesi, naturalmente… E, sì, Frank Sinatra, Marlon Brando, i granchi da Sam Wo»). Tra tutte le utopie del Novecento, una più catastrofica e funesta dell’altra, l’utopia della pop culture (il cinema, i fumetti, le canzonette, i romanzi gialli e le spy stories, i serial tv, Internet, i voli low cost) è la sola che, senza promettere miracoli, ne ha realizzato qualcuno.


Diego Gabutti
Già collaboratore del Giornale (di Indro Montanelli), di Sette (Corriere della Sera), e di numerose testate giornalistiche, corsivista e commentatore di Italia Oggi, direttore responsabile della rivista n+1 e, tra i suoi libri: "Un’avventura di Amedeo Bordiga" (Longanesi,1982), "C’era una volta in America, un saggio-intervista-romanzo sul cinema di Sergio Leone" (Rizzoli, 1984, e Milieu, 2015); "Millennium. Da Erik il Rosso al cyberspazio. Avventure filosofiche e letterarie degli ultimi dieci secoli" (Rubbettino, 2003). "Cospiratori e poeti, dalla Comune di Parigi al Maggio'68" (2018 Neri Pozza ed.)

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