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Diego Gabutti
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Psicoreati e peccati di pensiero 25/06/2019

Psicoreati e peccati di pensiero
Commento di Diego Gabutti

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Giusto prendersela con i fascisti perché e quando sono violenti. Ma prendersela con i fascisti perché sono fascisti – perché inneggiano al DUX e perché leggono libri orribili tipo il catalogo involontariamente comico delle edizioni Mediterranee, Julius Evola e tutto – è la solita fesseria in stile ANPI, Repubblica, Zingaretti/Bersani/Gentiloni e Don Ciotti (Dio lo perdoni).
Per la sinistra il tempo passa invano, proprio come passa invano anche per i fascisti, che sono sempre lì, ottant’anni dopo le leggi razziali, a fare gli occhiacci alla democrazia imbelle e pantofolaia molleggiandosi sui tacchi con le mani sui fianchi e il mento a poppavia. 
Come il nevrotico, condannato (diceva il filosofo) a ripetere in eterno il gesto che gli è già stato fatale una volta, anche la sinistra eternamente ricade nel suo elitario e sdolcinato militantismo da piazza novecentesca. 
Zingaretti, Don Ciotti, Repubblica eccetera non sono indignati perché alcuni giovani delinquenti in orbace hanno malmenato dei coetanei che indossavano la maglietta sbagliata (la maglietta d’un cinema d’essai… sembra di sognare) o perché dei criminali in quota Casa Pound hanno stuprato una donna. 
No, stupri e pestaggi, reati brutali, da condanna esemplare, non sono il vero problema. Per la nostra sinistra – ex, post o vetero che sia, riformista o radicale – il vero e anzi unico problema è l’apologia di fascismo. Un reato contro la persona, come lo stupro o l’aggressione, è nulla al confronto d’uno psicoreato orwelliano, tipo l’ostentazione d’un gagliardetto o il tatuaggio con la scritta «me ne frego».
Un manipolo mussoliniano, la solita Casa Pound, bivacca da trent’anni in un palazzo sordo e grigio di proprietà del Comune nel centro della capitale? Chiunque, Michele Serra a parte, vede lo scandalo, cioè il reato: l’occupazione abusiva. 
Ma per la sinistra lo scandalo è che gl’inquilini del palazzo occupato, incrociandosi nei corridoi, si salutano romanamente e, invece di darsi del lei, si danno del voi. Occupare una proprietà pubblica è, per la sinistra, cosa perfettamente lecita, altrimenti avrebbe almeno tentato, negli ultimi trenta o quarant’anni, di sgombrare i locali occupati, in tutta la penisola, dai centri sociali.
Questi sono a loro volta colpevoli, orwellianamente parlando, di psicoreati innumerevoli, e tutti particolarmente sciagurati: apologia di comunismo, nostalgia del Sessantotto, controcultura da quattro soldi. 
Sempre al pari dei fascisti, i militanti dei centri sociali sono colpevoli anche di reati contro la persona, oltre che contro la proprietà. Mentre i fascisti, manganellatori per tradizione di famiglia, si distinguono negli agguati tre contro uno, nelle devastazioni di cimiteri ebraici, nelle prepotenze da happy hour e nella violenza da stadio, i loro omologhi sfasciomaoisti dei centri sociali preferiscono la guerriglia urbana, l’assalto ai bancomat, l’incendio d’automobili e la guerra senza quartiere alle vetrine delle botteghe chic. 
Sono reati altrettanti (e persino più) gravi. Ma la sinistra, che giudica la professione di fascismo un’aggravante della violenza, considera l’ideologia tardocomunista un’attenuante. 
Che sarà mai? Compagni che sbagliano. Può capitare. Di violenza, del resto, la sinistra italiana, erede del partito comunista e degli utili idioti (come a buon titolo li chiamava Lenin) suoi fiancheggiatori, parla il meno possibile, e sempre poco volentieri. Quando possibile, a dimostrazione che l’impiccato non parla di corda in casa propria, trascura anche di condannare troppo platealmente la violenza praticata dai suoi nemici.
Del resto, una sinistra che tollera e talvolta persino incoraggia le nostalgie gosciste e staliniste delle sue frange estreme, una sinistra che condanna Matteo Renzi come traditore della causa e trasforma in un eroe chi tenta d’accoppare a colpi d’estintore i poliziotti in servizio d’ordine pubblico, che titoli può avere per condannare la violenza? Di questa sostanza, ahinoi, è fatto l’«antifascismo» (ex, post e vetero). E di qui la sua propensione a condannare non la violenza ma gli psicoreati (e i peccati di pensiero, ché anche Don Ciotti vuole la sua parte).

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Diego Gabutti


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