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Antonio Donno
Israele/USA
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Il regime iraniano ricatta gli Stati Uniti di Biden 15/02/2021
Il regime iraniano ricatta gli Stati Uniti di Biden
Analisi di Antonio Donno

A destra: Joe Biden

Il regime degli ayatollah iraniani rialza la testa. Vede nella composizione dell’Amministrazione Biden elementi importanti che possono indirizzare Washington verso un rientro nel Joint Common Plan of Action (Jcpoa) senza alcun compromesso, cioè senza un riesame degli aspetti più discussi del piano firmato nel 2015, aspetti che avevano consentito a Teheran di sviluppare silenziosamente il programma nucleare e che avevano poi spinto Trump a ritirare gli Stati Uniti dall’accordo. Le relazioni tra i Paesi Democratici e i Paesi totalitari hanno seguito sempre la stessa traccia nella storia: l’inganno. Per tornare ai fatti del secolo scorso, gli Accordi di Monaco del settembre 1938 furono, in realtà, una disfatta per i paesi democratici, perché consentire a Hitler l’occupazione della Cecoslovacchia non portò a soddisfare le ambizioni della Germania nazista, nella speranza che tutto finisse lì, ma dette la certezza a Hitler di poter continuare la sua corsa verso la conquista dell’Europa. Allo stesso modo, le relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica hanno seguito il medesimo leitmotiv.

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L’Unione Sovietica, grazie all’impermeabilità del suo sistema politico e alla segretezza assoluta della sua azione interna, soprattutto nel campo nucleare, violò sistematicamente ogni tipo di accordo con gli Stati Uniti, tanto che Ronald Reagan disse in modo molto chiaro: «La distensione è stata una strada a senso unico che l’Unione Sovietica ha utilizzato per perseguire i propri fini», posizione che era stata sostenuta con grande vigore già ai tempi di Carter da parte dei dissidenti sovietici. La cosa si è ripetuta negli anni di Putin. L’accordo sui missili del 1987 tra Washington e Mosca, firmato da Reagan e Gorbachev, The Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty (INF Treaty), secondo Obama, era stato ripetutamente violato dalla Russia putiniana. Questi tre esempi stanno a dimostrare che accordi di qualsiasi tipo tra democrazie e dittature (o totalitarismi) sono interpretati da queste ultime come prove di debolezza degli Stati liberi e, di conseguenza, come una sorta di lasciapassare per la loro violazione, soprattutto nel caso di questioni relative agli armamenti, il cui sbilanciamento finisce per favorire una sola delle due parti. Il caso degli accordi del Jcpoa rientra perfettamente nel contesto di questo tipo di relazioni. Come ho scritto ripetutamente, il Jcpoa apriva le porte ad una sistematica violazione da parte del regime iraniano, violazioni ripetutamente denunciate dalla Agenzia internazionale per l’energia atomica (IAEA), un organismo certamente non di parte. Tali violazioni erano consentite dalle lacune presenti negli accordi, lacune volute espressamente da Teheran al fine di non permettere alle commissioni internazionali di esperti di accedere ai gangli più sofisticati degli impianti nucleari, considerati dagli iraniani come segreti relativi alla sicurezza nazionale del Paese. Questi impedimenti hanno consentito al regime iraniano di proseguire nel progetto di dotarsi dell’arma nucleare.

Ora che la nuova Amministrazione americana intende riprendere i contatti per ridefinire il Jcpoa, Teheran annuncia di aver prodotto uranio metallico, cioè di aver compiuto un altro passo verso il suo obiettivo nucleare. Si tratta di un ricatto. Il regime iraniano intende costringere Washington a ritornare subito alla riconferma del Jcpoa, senza ulteriori discussioni o modifiche, e a eliminare le sanzioni imposte a suo tempo da Trump, pena la continuazione della produzione dell’uranio metallico e del processo globale di acquisizione dell’arma nucleare. Il gioco di Teheran rientra perfettamente nella logica delle relazioni tra Paesi democratici e Paesi dittatoriali. Mentre gli Stati Uniti hanno l’urgenza di giungere ad accordi che mettano al sicuro il Medio Oriente e Israele da un eventuale attacco nucleare da parte di Teheran, il regime iraniano, al contrario, nonostante il peso delle sanzioni, attende pazientemente che Washington faccia un passo verso una riedizione del Jcpoa, e intanto prosegue nel suo progetto nucleare. L’eventuale protesta popolare non lo intimorisce, perché l’apparato poliziesco è in grado di spegnere nel sangue qualsiasi tentativo di ribellione. In definitiva, con l’avvento dell’Amministrazione democratica alla Casa Bianca, il regime degli ayatollah si sente più sicuro di avere una carta ricattatoria nei confronti di Washington e conta anche sulle contraddizioni che eventualmente potrebbero nascere in seno ad una compagine in cui non mancano i sostenitori della causa del regime.

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Antonio Donno

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