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Le parole di Benjamin Netanyahu sull'accordo di pace con il Marocco (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)


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Antonio Donno
Israele/USA
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Ancora un successo di Trump in Medio Oriente: l’accordo di pace tra Israele e Marocco 13/12/2020
Ancora un successo di Trump in Medio Oriente: l’accordo di pace tra Israele e Marocco
Analisi di Antonio Donno

A destra: Mohammed VI, Donald Trump, Benjamin Netanyahu

Il mutuo riconoscimento tra Marocco e Israele, fortemente voluto da Donald Trump, sarà probabilmente l’ultimo atto della presidenza repubblicana da inserire nelle pagine degli Accordi di Abramo. La vita degli ebrei nel regno di Muhammad VI si è sempre discostata da quella vissuta negli altri paesi arabi, dove la discriminazione e la persecuzione hanno rappresentato la “normalità” nell’esistenza delle comunità ebraiche in quei paesi. Tuttavia, il riconoscimento reciproco sanziona una relazione che vedeva nella tranquilla esistenza della comunità ebraica marocchina un fattore importante di sostanziale rispetto tra i due Stati. Ora, dopo gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Sudan, l’ingresso del Marocco negli Accordi di Abramo è un tassello importante nel quadro geopolitico del Nord Africa. Dopo la firma della pace con l’Egitto nel 1979, nella fascia territoriale nordafricana mancano l’Algeria e la Tunisia (la Libia è fuori discussione, a causa dello sfascio politico del paese). Si tratta di due paesi-chiave, nei quali, tra l’altro, è in scena una protesta massiccia causata dalle difficili condizioni di vita della popolazione.

Per fortuna, in quei due Stati sono pressoché assenti comunità ebraiche, perché la rabbia popolare potrebbe, come sempre è accaduto nel passato, rivolgersi contro gli ebrei locali. Il riconoscimento di Israele da parte del Marocco, inoltre, non potrà che aggravare le relazioni di quest’ultimo con l’Algeria, relazioni interrotte da tempo, con la chiusura dei confini, dopo una serie di guerre tra i due paesi seguite all’acquisizione dell’indipendenza, a causa di divergenze su alcune zone interne del Sahara rivendicate da ambedue i contendenti. È importante citare questi contrasti, che ancora impediscono la mutua riappacificazione, perché, in cambio del riconoscimento israelo-marocchino, Trump ha ufficialmente riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale, un territorio del deserto, situato tra il Marocco e la Mauritania, che s’affaccia sull’Oceano Atlantico. Il Sahara Occidentale non ha mai goduto dell’indipendenza, che da molti anni è reclamata da un movimento militare-politico, il Fronte Polisario, autore nel passato di guerriglia e attentati nei confronti del Marocco e che nel tempo si è strettamente legato agli interessi dell’Algeria, il nemico numero uno del regno di Muhammad VI. Ora, con ogni probabilità, il riconoscimento della sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale da parte di Trump non potrà che esacerbare l’atteggiamento del Fronte Polisario e, di conseguenza, dell’Algeria, suo alleato. Al di là di questo, il Marocco ha compreso l’importanza di riallacciare stabili relazioni diplomatiche con Israele.

Israele è ormai il paese più importante di tutto il Medio Oriente: ha concluso gli Accordi di Abramo con gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Sudan, ha ottime relazioni con l’Arabia Saudita, a suo tempo ha concluso la pace con l’Egitto e la Giordania; ha un’economia florida ed è uno dei paesi al mondo più avanzati in fatto di tecnologia; in campo internazionale, grazie a quest’ultimo fattore, ha raggiunto un notevole livello di apprezzamento; è divenuto un punto fermo nella difesa del Medio Oriente arabo contro i tentativi imperialistici dell’Iran. Il Marocco, dunque, ha valutato saggiamente tutti questi elementi politici ed economici e ha scelto di non restare più legato ai vecchi inutili schemi dell’ideologia araba anti-israeliana, schemi che hanno comportato soltanto la riproposizione di un odio anti-storico e una decennale arretratezza economica e sociale. Ora la palla passa nelle mani degli Stati Uniti di Joe Biden. Il nuovo presidente americano ha tutto l’interesse di conservare gli accordi e di allargarli agli altri paesi arabi per consolidare un Medio Oriente con una rinnovata presenza americana. Se ciò dovesse avvenire, le mire egemoniche dell’Iran si ridurrebbero notevolmente, perché Washington legherebbe il nuovo accordo con Teheran a un impegno preciso del regime a non intralciare il cammino verso la stabilizzazione del Medio Oriente arabo grazie agli Stati Uniti (e a Israele). È, dunque, fondamentale che il governo di Biden sappia connettere le due opportunità, apparentemente distanti l’una dall’altra, ma invece strettamente legate da un'evidente logica geopolitica.

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Antonio Donno

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