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Antonio Donno
Israele/USA
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L'immagine dei palestinesi nel mondo arabo 28/09/2020
L'immagine dei palestinesi nel mondo arabo
Analisi di Antonio Donno


Mordechai Kedar

L’analisi di Mordechai Kedar, “Gli arabi odiano i palestinesi: ecco perché”, pubblicata ieri su Informazione Corretta (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=79533), presenta numerosi spunti di riflessione. Innanzitutto, il concetto di “profughi” o “rifugiati” che percorre tutto l’articolo. Esso nasce da una convinzione radicata presso i palestinesi: gli ebrei hanno rubato la terra agli arabi palestinesi costringendoli a “rifugiarsi” in una parte soltanto del territorio che appartiene loro interamente. Tale convinzione è appartenuta anche a buona parte del mondo arabo e alle sue varie classi dirigenti, tanto che sono state scatenate contro Israele varie guerre, che però non hanno sortito l’effetto desiderato: la distruzione dello Stato ebraico. Qui sorge una questione cruciale: le dirigenze dei paesi arabi, una volta distrutto Israele, avrebbero consegnato quel territorio ai palestinesi, che lo rivendicavano come la loro legittima patria? Lo stesso popolo arabo sarebbe stato di quest’avviso? Nulla depone a favore della volontà, da parte araba, di permettere la nascita di uno Stato palestinese; al contrario, gli Stati arabi, sempre in contrasto acerrimo tra di loro, avrebbero rivendicato parte del territorio “liberato”: la Siria aspirava a possedere il territorio a sud del Golan, compreso il Lago di Tiberiade; la Giordania l’intera valle del Giordano, la Giudea e la Samaria; l’Egitto il deserto del Negev, la Striscia di Gaza e adiacenze. La “generosità” araba sarebbe svanita subito dopo la “liberazione”. Perché era lo stesso mondo arabo a non riconoscere l’esistenza di un popolo palestinese. La Palestina non era mai stata uno Stato indipendente e sovrano, ma un territorio dell’Impero Ottomano e poi una parte del Mandato britannico nel Medio Oriente. I suoi abitanti – scarsi in verità, per la desolazione e improduttività di quelle terre – non erano definiti palestinesi dai loro stessi “fratelli” arabi, ma arabi in senso lato. La Palestina sarebbe stata destinata ad un conflitto cruento tra gli Stati arabi “liberatori”. Lo stesso Kedar è chiaro a questo proposito: “Per quanto riguarda gli arabi palestinesi, il primo punto da sottolineare è che molti di loro non sono affatto palestinesi originariamente. Sono immigrati giunti in Terra d’Israele da tutto il mondo arabo durante il mandato britannico per trovare lavoro nelle città e nelle fattorie costruite dagli ebrei”. Già questa diversità di provenienze sarebbe stata un motivo per gli Stati arabi di rivendicazione di una parte della Palestina “liberata”.

Despite divisions in wake of Trump's plan, Israelis & Palestinians labor  for peace
Una manifestazione a favore del terrorismo arabo palestinese

A tutto ciò occorre aggiungere un aspetto che Kedar mette molto opportunamente in rilievo: il fatto che Hamas e la Jihad islamica, ormai radicati all’interno del mondo palestinese, siano sostenuti dall’Iran, che il mondo arabo sunnita considera il nemico principale, che non è più, quindi, Israele. Anzi, oggi, Israele è un punto di riferimento indispensabile per gli arabi sunniti nella loro opposizione alle mire egemoniche di Teheran. “Il mondo arabo – scrive Kedar – non vuole ipotecare il proprio futuro e la propria stessa esistenza ai combattimenti interni tra l’OLP e Hamas”. Anzi, sottolinea Kedar, i palestinesi non desiderano uno Stato proprio – sotto l’egida di una classe dirigente corrotta – perché verrebbe a cessare quel fiume di denaro proveniente da ogni parte del mondo. La comoda posizione di “rifugiati” verrebbe meno e la miseria porterebbe a rivolte contro il potere. Infine, Kedar affronta la questione dei campi “profughi” che furono istituiti ai confini interni dei paesi arabi dopo la disfatta del 1948-49. In genere, si dice – e lo afferma anche Kedar – che la raccolta dei “profughi” nei campi servì alle dirigenze arabe per avere una formidabile arma contro Israele. Ma a questa incontestabile verità occorre coniugare un’altra considerazione. Se i “profughi” fossero stati lasciati liberi di insediarsi all’interno delle società arabe dei paesi confinanti, si sarebbe verificato un conflitto sociale di grandi dimensioni, perché i “profughi” avrebbero potuto rubare il lavoro, a salari più bassi, alla popolazione araba stanziale. Di fronte a questa eventualità, l’odio della popolazione araba si inasprì a tal punto che i capi arabi dovettero rinchiudere i “profughi” in campi appositi, dove avrebbero vissuto con i fondi provenienti da tutto il mondo, senza mettere in pericolo i posti di lavoro della popolazione araba, che già viveva in condizioni di povertà molto gravi. In conclusione, l’articolo di Mordechai Kedar fornisce un’importante chiave di lettura di un fenomeno sottovalutato, un’analisi che permette ulteriori approfondimenti su una storia che ormai conta quasi un secolo.

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Antonio Donno

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