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Antonio Donno
Israele/USA
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Il Medio Oriente di Donald Trump 20/08/2020
Il Medio Oriente di Donald Trump
Analisi di Antonio Donno

A destra: Mohammed Bin Zayed, Donald Trump, Benjamin Netanyahu

Rohani e Erdogan hanno condannato il processo di pace che Israele ed Emirati Arabi Uniti hanno iniziato; e, se questo processo coinvolgerà, come si dice, anche lo Stato Ebraico e il Sudan, i due condanneranno di nuovo. La politica iniziata nel Medio Oriente da Donald Trump, in stretto coordinamento con Netanyahu, potrebbe innescare una reazione a catena dagli esiti stupefacenti per la storia della regione. Inoltre, se l’Arabia Saudita e l’Oman, con i quali Israele e gli Stati Uniti hanno da tempo intrecciato utili connessioni, dovessero procedere nella stessa direzione, si potrebbe concludere che il Medio Oriente ha compiuto la sua rivoluzione politica in un tempo straordinariamente breve. Se si pensa alle vicende che hanno contrassegnato la regione dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, alle guerre tra Israele e i paesi arabi, al terrorismo anti-israeliano, al costante clima di scontro tra mondo arabo e Israele, gli avvenimenti di questi ultimi giorni sono sbalorditivi per la loro carica rivoluzionaria.

Quando Trump ha dato inizio alla sua politica mediorientale, nessuno pensava che essa avrebbe potuto portare ad uno sviluppo così rapido della situazione della regione. Tutto è cominciato con il ribaltamento della politica di Obama verso l’Iran. Nel momento in cui Trump ha annullato gli accordi sul nucleare che Obama aveva sottoscritto con il regime terroristico di Teheran – e che avevano consentito all’Iran di continuare silenziosamente nel suo progetto nucleare – e via via incrementato le sanzioni economiche contro Teheran, la situazione dell’area ha subito una svolta importante, culminata con l’eliminazione del capo dei terroristi iraniani Qasem Soleimani, un colpo durissimo che ha rivelato al regime degli ayatollah una nuova realtà fino a quel momento impensabile: l’Iran non aveva più mano libera nel Medio Oriente. Quando questa nuova situazione è stata percepita nella sua cruciale importanza dal mondo arabo sunnita, allora nuove prospettive si sono aperte per quegli Stati che avevano temuto lo sfondamento dell’Iran sciita nel cuore del Medio Oriente e uno scontro violento tra le due parti dell’Islam.

Nello stesso tempo, lo spostamento della capitale d’Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, voluto e realizzato concordemente tra Netanyahu e Trump, ha fatto capire agli attori regionali che la connessione israelo-americana era così stretta da non poter più essere ignorata. Israele era una realtà insopprimibile e soprattutto un alleato prezioso contro gli sciiti. Ma non si trattava soltanto di convenienze politico-strategiche, ma di vantaggi reali per tutta la regione sunnita. L’economia israeliana, con le sue straordinarie innovazioni, rappresentava una prospettiva di sviluppo che prometteva scambi reciproci sempre più intensi e utili, se una pace vera fosse stata posta alla base di questa nuova realtà. Ecco, allora, la ragione dell’avvicinamento del mondo sunnita allo Stato ebraico e, di conseguenza, ciò che si prospetta per il nuovo Medio Oriente. Ma il colpo più duro è stato inferto alle ambizioni irrealistiche di Erdogan. Il dittatore turco ha mobilitato da tempo il suo paese in un progetto estremamente ambizioso inteso a fare del Medio Oriente, probabilmente in accordo con le prospettive economiche della Cina, una sorta di nuovo Impero Ottomano.

Ma gli accordi di pace tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti e, in prospettiva, un ampiamento di questi accordi ad altri paesi sunniti della regione, rappresentano un ostacolo pesante per il progetto di Erdogan, se si tien conto anche delle non illimitate disponibilità economiche della Turchia. Il dittatore turco, con ogni probabilità, sta facendo un passo più lungo della gamba e ora si aggiunge anche una prospettiva per lui sfavorevole: l’avvicinamento del mondo sunnita alle ragioni di Israele e la prospettiva di uno scambio economico basato sul superamento delle vecchie contrapposizioni e lo sviluppo di pacifiche relazioni politiche. Di qui la condanna congiunta, da parte di Rohani e di Erdogan, degli accordi tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti. La politica mediorientale di Trump, in stretto coordinamento con Netanyahu, sta dando frutti molto importanti, ma questi esiti sono la logica conseguenza di una visione strategica che ha spazzato via le ambiguità americane degli anni di Obama.

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Antonio Donno

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