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Antonio Donno
Israele/USA
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Mike Pompeo in Israele: la questione dell’annessione 17/05/2020
Mike Pompeo in Israele: la questione dell’annessione
Analisi di Antonio Donno

Mike Pompeo e i sionisti cristiani | Transatlantico
Mike Pompeo con Benjamin Netanyahu


Il viaggio-lampo di Mike Pompeo, Segretario di Stato americano, in Israele ha un’importanza che va al di là delle poche ore di sosta in quel Paese. Innanzitutto, Pompeo ha voluto, con la sua presenza, congratularsi con Netanyahu e Gantz per la risoluzione del problema politico-istituzionale con la costituzione di un nuovo governo israeliano di unità nazionale. La soluzione riveste per Washington un rilievo che supera la questione interna di Israele. Trump temeva che il rinvio ad un quarto appuntamento elettorale potesse apparire, a livello internazionale, come un momento di difficoltà nelle relazioni israelo-americane, oppure come un indebolimento della capacità americana di essere un partner decisivo nello sviluppo regionale della politica israeliana, con conseguenze negative per la stessa immagine degli Stati Uniti nella regione. Tradizionalmente, i paesi arabi sunniti non sono pienamente affidabili e, perciò, una seppur solo apparente stasi nelle relazioni tra Gerusalemme e Washington potrebbe avere effetti negativi sulle relazioni arabe con Stati Uniti e Israele. C’è, poi, da mettere in conto la prossimità delle elezioni americane. Trump deve rafforzare in ogni modo la sua base di consensi, in considerazione del pericolo costituito dall’alleanza tra Biden e Sanders, che si sta concretizzando nella creazione di vari organismi elettorali comuni. Da questo punto di vista, la parte dell’elettorato che ha approvato finora Trump nella sua politica di sostegno a Israele – attraverso una serie di iniziative di enorme importanza politica sia a livello internazionale, sia regionale – deve essere pienamente rassicurata sulla continuità di tale politica. Insomma, gli elettorati di Trump e Netanyahu hanno bisogno, per ragioni interne e internazionali, che il legame tra i due paesi proceda secondo le linee tracciate negli anni della presidenza Trump. Per questo motivo, è necessario che Trump provveda a dare l’avallo definitivo all’annessione di parte della West Bank secondo calcoli precisi. In un’intervista al quotidiano israeliano “Israel Hayom” Pompeo ha detto chiaramente che il processo di annessione, che dovrebbe partire dal 1° luglio, rientra pienamente nelle decisioni autonome di Netanyahu e Gantz, dopo il varo del nuovo governo, anche se l’importanza dell’impresa richiede una valutazione attenta della superficie da annettere. Resta incontestabile, tuttavia, che le aree nelle quali sono presenti gli insediamenti dei coloni israeliani debbano, comunque, rientrare nel procedimento di annessione. Occorre, perciò, secondo le parole di Pompeo, che il nuovo governo proceda in sintonia con Washington, secondo le valutazioni di una commissione israelo-americana che dovrà suggerire una mappa territoriale comprendente le aree da annettere. Pompeo è stato molto misurato nel parlare di questa questione che è sempre più all’ordine del giorno nell’agenda politica del nuovo governo israeliano. È probabile che Washington tema che l’annessione possa provocare una nuova fiammata di violenza nella regione, che i paesi arabi sunniti, come detto, non approvino l’annessione e che, di conseguenza, l’architettura politica messa in piedi da Washington e Israele nella regione ne sia danneggiata. Viceversa, l’annessione potrebbe avere effetti positivi proprio in virtù della sua drastica applicazione. I palestinesi si troverebbero di fronte al fatto compiuto e, nonostante le prevedibili reazioni violente, avrebbero a disposizione soltanto due scelte opposte: continuare le azioni violente, che nel tempo avrebbero un impatto sempre meno efficace, o adeguarsi alla nuova realtà. La storia del conflitto ha dimostrato senza mezzi termini che il rifiuto palestinese, reiterato nel tempo, ha provocato soltanto una progressiva diminuzione delle aspettative e delle pretese. Di questa realtà la dirigenza palestinese non ha mai preso atto, attestandosi su posizioni di rigidità ideologica, con le conseguenze profondamente negative che ne sono derivate. In più, per ragioni di convenienza politica, anche i paesi arabi si adeguerebbero alla nuova situazione: l’isolamento dei palestinesi sarebbe totale, perché la condanna dell’annessione da parte degli europei non avrebbe alcuna influenza sul fatto compiuto. La questione, dunque, è solo nelle mani di Israele.

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Antonio Donno

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