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Antonio Donno
Israele/USA
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'La sinistra italiana e gli ebrei', di Alessandra Tarquini 27/03/2020
'La sinistra italiana e gli ebrei', di Alessandra Tarquini
Analisi di Antonio Donno



La copertina del libro di Alessandra Tarquini

In La sinistra italiana e gli ebrei. Socialismo, sionismo e antisemitismo dal 1892 al 1992 (Bologna, Il Mulino, 2019, pp. 309), l’autrice, Alessandra Tarquini, dichiara di essere una studiosa di sinistra. La dichiarazione è tanto più significativa in quanto l’A. non fa sconti alla sinistra italiana sul problema enunciato nel titolo della sua opera, un’opera che segna un punto fermo nello studio del rapporto tra la sinistra italiana, nelle sue varie anime, e la “questione ebraica” in senso lato. Finora, infatti, questa storia non aveva mai avuto un significativo riscontro nella storiografia italiana e quindi uno spazio limitato nella cultura italiana. Il libro di Tarquini, perciò, affrontando un secolo di vicende relative a questo problema, dalla nascita del Partito Socialista nel 1892 sino al 1992, offre un quadro completo e un’interpretazione coerente delle difficili relazioni tra la sinistra e la vicenda degli ebrei nel nostro Paese, e non solo. Relazioni difficili, ad alterna fortuna, se si esclude la posizione del Partito Socialista Democratico Italiano (ex PSLI) di Giuseppe Saragat, partito sempre favorevole al sionismo e poi allo Stato di Israele. Nel momento in cui si scissero dal Partito Socialista, nel 1947, i socialdemocratici italiani fecero riferimento alla socialdemocrazia europea, liberandosi di gran parte del bagaglio ideologico del marxismo, causa prima delle incomprensioni e della difficoltà di rapporto dei socialisti e dei comunisti con il sionismo e Israele, anche se i socialisti furono, a differenza dei comunisti, meno rigidi nei confronti della questione, a seconda dei momenti vissuti da Israele a livello internazionale. Ma la questione che attraversa tutto il libro e che giunge quasi sino ai nostri giorni è la seguente: che cos’era l’antisemitismo per la sinistra italiana? Essa, nel secolo di vita analizzato, ha mai compreso appieno le ragioni profonde dell’antisemitismo? Questa mancanza di comprensione del problema fu alla radice della distanza che, sino alla prima guerra mondiale, ha separato i socialisti dalla “questione ebraica”, e quindi dal sionismo, ritenuto un fenomeno borghese, invocando invece l’unione di tutti i proletari contro la borghesia e ritenendo l’antisemitismo un residuo di un passato barbaro. Ma il Partito Socialista non si poneva una domanda fondamentale: perché l’antisemitismo era presente in seno al proletariato rivoluzionario? Non era il sionismo la risorsa degli ebrei, borghesi e proletari, contro l’antisemitismo che prosperava in tutte le classi sociali italiane? Il sionismo «[…] urtava contro il principio dell’assimilazione – scrive Tarquini – che, fino a quel momento, aveva rappresentato la soluzione sostenuta dai dirigenti dei partiti socialisti» (p. 45). Una volta assimilati, gli ebrei sarebbero entrati a far parte del proletariato. La “questione ebraica” restò inespressa dopo la Grande Guerra, dopo la nascita dell’Unione Sovietica e, ancor più, con l’avvento del fascismo al potere. Se il Partito Comunista, fedele all’Urss, restò contrario al sionismo, nella parte riformista (Treves, Turati, “Giustizia e Libertà”) del socialismo si aprirono spiragli di comprensione verso il progetto sionista. Finito il secondo conflitto mondiale, la Shoah emerse in tutta la sua drammaticità. Per i socialisti, soprattutto quelli riformisti, era indispensabile aprire le porte della Palestina all’immigrazione ebraica, ma giustamente Tarquini ripropone il dilemma di fondo, che superava la mera adesione socialista allo spostamento dei superstiti in Palestina per fondarvi uno Stato: «Come mai i militanti della sinistra non si interrogarono sulle ragioni per cui gli ebrei erano stati oggetto di sterminio?» (p. 89). La questione dell’antisemitismo rimase incompresa dalla sinistra italiana legata al marxismo. Le vicende internazionali relative al Medio Oriente non aiutarono la sinistra italiana a sbrogliare la matassa. La nascita di Israele nel 1948 ottenne il plauso delle sinistre italiane, ma quando fu evidente che i kibbutzim non erano sufficienti per definire Israele un paese socialista e, anzi, Ben Gurion si legò agli Stati Uniti, l’Urss e la sinistra tutta seguirono la nuova politica di Mosca favorevole agli Stati arabi in funzione anti-americana e anti-israeliana. Così, la presenza e gli interessi delle due super-potenze finirono per alterare il quadro della regione e Israele si trovò nel bel mezzo della guerra fredda nel Medio Oriente, come nel caso della guerra di Suez del 1956. Comunque, qualcosa si mosse nella comprensione e interpretazione della Shoah. Mentre i marxisti restarono legati al vecchio schema (lo sterminio degli ebrei come momento di regressione della società capitalistica), Horkheimer e Adorno, massimi esponenti della Scuola di Francoforte, sostennero che l’antisemitismo fosse un’espressione della modernità. Ma anche questa era un’interpretazione parziale, perché l’antisemitismo aveva dietro di sé un percorso storico secolare, inscindibile dalla modernità in sé e per sé, tanto che Tarquini fa sua una conclusione di Hannah Arendt, per la quale «[…] non sarebbe sbagliato sottolineare che gli esponenti della Scuola di Francoforte si occuparono di un antisemitismo indipendente dall’esistenza degli ebrei» (p. 115). Come si vede, Tarquini segue un percorso lineare nel tempo, un percorso che le consente di illustrare con grande precisione – grazie alla stretta connessione che stabilisce tra le vicende della sinistra italiana e quelle internazionali della guerra fredda – le oscillazioni (più evidenti per i socialisti, molto meno per i comunisti, legati ai dettami imprescindibili del marxismo pedagogico di Mosca) sulla questione dell’antisemitismo e sui rapporti con Israele. Gli anni ’60 rappresentarono un decennio di frattura tra le posizioni dei comunisti e quella dei socialisti nei confronti Israele, in particolar modo dopo la guerra del 1967, ma prima ancora con il processo Eichmann. A tutto ciò dette un contributo fondamentale il libro di Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani, pubblicato nel 1961, che per la prima volta, in modo esaustivo e articolato, propose ai lettori italiani la vicenda della presenza ebraica nel nostro Paese e il suo significato complessivo nel contesto della cultura italiana. De Felice s’era allontanato dal Partito Comunista e avvicinato alle posizioni del Partito Socialista Unificato, nato dall’unificazione del Partito Socialista con il partito di Saragat, quindi a posizioni di fatto favorevoli a Israele e in aperto contrasto con i comunisti, all’interno dei quali l’antisemitismo si fondeva spesso con l’antiamericanismo, sempre sull’esempio dell’Unione Sovietica. Questa posizione comunista si accentuò dopo la guerra dello Yom Kippur (1973), che dette lo spunto al Partito Comunista di definire Israele uno Stato sionista e razzista. Ma, intanto, la scissione del PSU aveva messo in crisi l’amicizia dei socialisti verso Israele, portando i socialisti di Craxi a sostenere l’Olp di Arafat e la lotta dei palestinesi. Ciò provocò non pochi contrasti soprattutto nel campo dell’intellettualità vicina al partito, dove i sostenitori di Israele continuarono nella loro battaglia a favore dello Stato ebraico, mentre il PCI si trasformava in PDS, accostandosi con minori pregiudizi alla questione arabo-israelo-palestinese. Qui si ferma la brillante analisi di Tarquini, un contributo imparziale, aderente ai fatti e perciò prezioso, dopo decenni di vuoto storiografico sulle relazioni tra la sinistra italiana e la “questione ebraica”, se si eccettua il fondamentale libro di De Felice. Venuto meno il condizionamento ideologico del marxismo nell’interpretazione del problema analizzato da Tarquini nel suo libro, sembra oggi che l’antisemitismo non sia più un oggetto sconosciuto. Sembra.

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Antonio Donno

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