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Antonio Donno
Israele/USA
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Henry Kissinger e Israele 07/08/2019
Henry Kissinger e Israele
Analisi di Antonio Donno

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Henry Kissinger con Golda Meir


“Ho avuto grande simpatia per Israele perché quando tu consideri le relazioni tra i due popoli [americano e israeliano] e quando sei in Israele e puoi viaggiare per l’intero paese in un’ora, ti arrendi di fronte all’evidenza che quel territorio ha un significato ben diverso rispetto ad un paese continentale”, come gli Stati Uniti. Così Henry Kissinger ha riferito a Winston Lord in una serie di sei incontri registrati dal dicembre 2015 al dicembre 2016: l’unica storia orale di Kissinger, ora pubblicata in un prezioso volumetto a cura, appunto, di Winston Lord, che negli anni in cui Kissinger lavorò alla Casa Bianca, fu il suo più attivo e fidato assistente. Si tratta di Kissinger on Kissinger: Reflections on Diplomacy, Grand Strategy, and Leadership (New York, All Points Books, 2019). Le parti che riguardano la guerra dello Yom Kippur dell’ottobre 1973, una guerra decisiva per tutti gli eventi successivi del Medio Oriente, hanno un rilievo particolare. Kissinger inizia con un primo rilievo politico, che sottintende un’evidente critica al Segretario di Stato dei primi anni settanta, William P. Rogers, al quale, a quel tempo, la questione mediorientale era stata affidata interamente da Nixon, impegnato nelle questioni del Vietnam; come consigliere del presidente, Kissinger non aveva alcuna autorità in materia. Quando scoppiò la guerra, continua Kissinger, tutti i paesi arabi, ad esclusione della Giordania e dell’Arabia Saudita, erano alleati diretti o indiretti dell’Unione Sovietica, compreso l’Egitto, il cui esercito era stato rimesso in piedi da Mosca dopo la disfatta del 1967 e i cui consiglieri erano massicciamente presenti sul suolo egiziano. Tuttavia, Washington era dell’avviso che soltanto con la mediazione americana si sarebbe potuti addivenire ad un trattato di pace. Il momento, però, non era felice, afferma Kissinger. Erano alle porte le elezioni israeliane e quelle americane, quest’ultime in conseguenza del “massacro del sabato sera” (20 ottobre 1973), il Watergate. Inoltre, era convinzione del governo americano che l’attacco a Israele si sarebbe nuovamente risolto in una disfatta per gli arabi. Ma gli egiziani avevano superato il Canale di Suez e messo in grave difficoltà le linee difensive israeliane (la linea Bar-Lev), poste sulla riva destra del Canale dopo la guerra del 1967, ma, in un secondo momento, la Seconda Armata egiziana che aveva ottenuto il parziale successo era stata circondata dagli israeliani che, superato il Canale, l’avevano circondata alle spalle. Si giunse ad un cessate-il-fuoco: “Se la guerra fosse continuata – prosegue Kissinger – la Seconda Armata sarebbe stata totalmente annientata”, come avrebbero voluto alcuni esponenti del Dipartimento di Stato, ma “Sadat sarebbe stato rovesciato e si sarebbe instaurato un altro regime radicale al Cairo”, che avrebbe dato vita ad un nuovo, ancora più vincolante legame con i sovietici. Al contrario, afferma sempre Kissinger, Sadat stava meditando di abbandonare il sostegno sovietico e di affidarsi alla diplomazia americana; e, ancora, il parziale successo egiziano, secondo Kissinger, era sufficiente per Sadat per sospendere la guerra prima ancora di dare inizio a trattative con Israele. Nello stesso tempo, i siriani a nord erano stati liquidati dagli israeliani. Così, i due alleati di Mosca erano annichiliti e “a quel punto, i sovietici erano costretti ad accondiscendere al cessate-il-fuoco”. Ecco l’obiettivo tattico, che nel tempo sarebbe divenuto strategico, che Washington intendeva perseguire: “La nostra sfida consisteva nel fatto che sconfiggere gli eserciti arabi non avrebbe portato ad un trattato di pace”. In sostanza, una nuova, strabiliante vittoria degli israeliani avrebbe spinto i paesi arabi, e in particolare l’Egitto, a cercare una rivincita legandosi sempre più all’Unione Sovietica. L’accettazione da parte di Israele del cessate-il-fuoco mise in gioco immediatamente la diplomazia americana, relegando Mosca ai margini della questione. La mediazione americana fu garantita da un accordo con Israele: “Dicemmo agli israeliani che se fosse emersa una proposta per il cessate-il-fuoco, noi l’avremmo senz’altro sostenuta”. Gli israeliani compresero che, se la Seconda Armata egiziana fosse stata distrutta, ogni possibilità di trattativa sarebbe tramontata e, ancor più, gli Stati Uniti sarebbero usciti sconfitti a favore di una rinnovata egemonia sovietica sul Medio Oriente arabo. Così, a Mosca si poneva una doppia soluzione: “Da una parte, essi desideravano compiere il loro dovere rivoluzionario per gli alleati; ma, dall’altra, desideravano mantenere le loro relazioni con gli Stati Uniti”. Di conseguenza, Kissinger così disse a Sadat: “Tu puoi fare la guerra con le armi sovietiche, ma puoi fare la pace soltanto grazie alla diplomazia americana”. Sadat aveva preso già la sua storica decisione, Sadat che Kissinger definisce “uno dei più grandi uomini che io abbia conosciuto nella mia esperienza di governo”. Un giudizio che la storia confermerà nei decenni successivi. L’attacco egiziano nella guerra del 1973 diede l’occasione storica agli Stati Uniti di riprendere posizione nell’area mediorientale e di ridimensionare quella sovietica; e agli israeliani, nello stesso tempo, di giungere ad un accordo di pace di cruciale portata con il loro nemico arabo più importante, l’Egitto. Dice Kissinger: “Dunque, la nostra premessa di base era che noi non avremmo fatto nulla che gli israeliani ritenessero nocivo alla loro sicurezza. Ma eravamo anche determinati a iniziare un processo diplomatico che avrebbe superato, prima di tutto, il rifiuto arabo di parlare direttamente con Israele, e grazie al quale sia gli egiziani, sia i siriani si sarebbero preparati a negoziare non solo un cessate-il-fuoco ma un riallineamento, un disimpegno militare”. Cosa che Sadat accettò, in virtù del suo progetto di abbandonare i sovietici e allinearsi con gli americani, ma il siriano al-Asad no. Eppure, in un primo momento, conclude Kissinger, “la nostra intelligence ritenne che la guerra sarebbe probabilmente scoppiata per opera degli israeliani. Agli inizi non era chiaro ciò che stava per avvenire”. Fu, invece, proprio a causa dell’attacco egiziano voluto da Sadat che le porte dell’accordo tra Egitto e Israele si aprirono come esito di una triangolazione (Stati Uniti, Egitto, Israele) che cambiò la faccia del Medio Oriente e riportò Washington al centro della politica regionale a danno di Mosca.

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Antonio Donno


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